Articoli su ‘google’

Social network, che dati chiedono le autorità

Profili sui social network, piattaforme per le chiamate voip, indirizzi mail, blog e siti internet: gli strumenti che utilizziamo per comunicare online sono ormai una parte rilevante della nostra vita quotidiana. L’enorme mole di dati sensibili e riservati che condividiamo e generiamo per aziende come Google, Skype, Facebook o Twitter è però diventata sempre più importante anche per le polizie e i governi di tutto il mondo, desiderosi di usare quelle informazioni per le proprie azioni legali e, nei casi dei regimi autoritari, per perseguire attivisti e potenziali soggetti pericolosi.

La crescente importanza delle informazioni sensibili in rete da una parte, e le preoccupazioni per la privacy e la sicurezza personale dall’altra, hanno alimentato un movimento per la trasparenza che negli ultimi anni ha fatto pressione sui big del web per poter conoscere con precisione se e quanti dati personali vengono condivisi con le autorità. Prima Google e, di recente, Twitter, hanno così deciso di pubblicare report periodici sulla trasparenza, mentre gli attivisti chiedono oggi un simile impegno anche ai due grandi assenti: Skype e Facebook.

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Per chi votano i tuoi amici lo scopri online

Per chi votano i propri amici adesso lo si scopre sul web, non senza qualche sorpresa. Secondo una ricerca americana, quasi due persone su cinque capiscono sui social network che le idee politiche dei propri contatti sono diverse da quel che si aspettavano. E, nonostante una generale tolleranza, c’è anche chi cancella o blocca un amico se la pensa diversamente o gli infesta la timeline parlando di politica.

Che i social network siano diventati ormai un luogo di dibattito, sempre più importante anche al momento della campagna elettorale, è evidente negli States come in Italia e basterebbe citare il caso di Obama e gli ultimi referendum per ricordarlo. Quello che l’ultimo studio del Pew Internet, centro di ricerche e sondaggi del Pew Research Center di Washington, prova invece a far emergere è che reazioni provochi questo dibattito sugli utenti dei siti sociali e come influisce nel loro modo di gestire le relazioni virtuali.

Secondo i risultati del Pew il 38% degli utilizzatori dei social network dichiara di aver scoperto online che le tendenze politiche di un proprio amico erano diverse da quanto si aspettava, contro un 60% che invece non ha avuto sorprese di questo tipo. Questo dato non è però da interpretare come una semplice curiosità: la progressiva diffusione dei social network ha infatti alimentato negli ultimi anni il dibattito sul pericolo di una “rete su misura”, fatta di amici che la pensano come noi, e sui rischi che questo comporta per la circolazione delle idee.

Scoprire che nella propria rete ci sono pensieri diversi, anche in ambito politico, è quindi da interpretare come una buona notizia, confermata dal fatto che oltre il 60% degli utenti dichiara di essere d’accordo solo a volte con i “post” politici dei propri contatti. Non è tuttavia detto che le opinioni diverse siano apprezzate da tutti, e infatti non mancano i casi di rimozione per il proprio pensiero: quasi un utente su dieci (il 9%) afferma infatti di aver bloccato chi ha condiviso contenuti con cui era in disaccordo o giudicava offensivi.

Una percentuale tutto sommato bassa, e inferiore a quanti, il 10%, cancellano amici perché troppo assidui nel condividere il proprio pensiero politico online. Difficile inoltre che la vittima del blocco sia una persona frequentata anche fuori dalla rete, e buona parte delle cancellazioni è diretta verso gente mai vista di persona o poco presente nella propria vita quotidiana.

La ricerca di Pew, eseguita su un campione di duemila persone, si spinge fino a cercare di capire se una diversa appartenenza politica coincide con differenti comportamenti online. Si scopre così che sono i liberal (la sinistra americana) ad utilizzare i social network in maggior numero rispetto a conservatori e moderati: un dato che, con le dovute attenzioni, sembrerebbe confermato anche in Italia. Secondo un sondaggio condotto il luglio scorso da Ipsos (commissionato dal Partito democratico), gli elettori di area Pd che prima dei referendum hanno partecipato a discussioni politiche online sono stati il 13%, contro l’11% degli elettori dell’area Pdl e Lega.

Tornando negli States, è quasi un democratico su due ad aver scoperto online di non aver capito la fazione politica di un amico e sono soprattutto i liberal a dichiarare di non parlare di politica nei social network per paura di offendere qualcuno (i meno preoccupati sono i moderati, solo il 18% contro il 30% dei liberal). Non stupiscono invece i risultati sulla partecipazione alle discussioni politiche, con gli appartenenti alle fasce di pensiero più radicali (ultaconservatori e ultraliberali) che si dichiarano maggiormente propensi a fare like o commentare post politici rispetto alla media.

Scritto per Repubblica

I “giochi” di Google e Facebook

La battaglia tra Facebook e Google per la conquista del social web si allarga a nuovi settori e adesso si combatte a colpi di giochi, messaggi e applicazioni. Il motore di ricerca ha infatti appena lanciato, sul suo Plus, una sezione “Games” a cui possono accedere un numero limitato di tester. Una mossa che non ha però lasciato impreparata la società di Zuckerberg, negli stessi minuti impegnata in un importante aggiornamento della piattaforma dedicata alle applicazioni esterne (tra cui ci sono proprio i giochi), oltre ad aver battezzato una nuova applicazione per smartphone con l’obiettivo di colmare la distanza da Google.

I giochi di Google Plus
. Già al momento del lancio del nuovo social network, alcuni blogger avevano trovato nascosto nel codice del sito un riferimento a una sezione giochi che non ha infatti tardato ad arrivare. Per il momento questa parte, ad accesso limitato, presenta una lista di sedici titoli sviluppati da diverse società del settore, con nomi noti che potrebbero attirare milioni di fan.

Si parta dai puzzle come Bejeweled e Diamond Dash e si arriva all’ormai immancabile Angry Bird che ha spopolato sui dispositivi portatili. La vera sorpresa sono però gli arrivi direttamente da Facebook, come il gioco Monster World e soprattutto Zynga Poker, uno dei primi ad aver sfondato nei social network. Proprio la presenza dei giochi della Zynga potrebbe rivelarsi un’arma interessante per Google, visto che questa società ha contribuito non poco alla diffusione di Facebook con i suoi FarmVille, CityVille e soci.

Per scardinare il dominio di Facebook nel settore, Google Plus non punta però solo su Zynga (che per i suoi titoli più importanti ha firmato dei contratti in esclusiva con Facebook). A fare la differenza, almeno nelle intenzioni di Mountain View, sarà la diversa gestione della privacy, con la possibilità di condividere i messaggi dei giochi solo con cerchie specifiche ed abbattere lo spam delle notifiche che aveva investito Facebook negli scorsi anni, salvo poi essere stato ridimensionato dagli ultimi aggiornamenti.

Altro elemento importante è la promozione messa in atto da Google per convincere gli sviluppatori a sbarcare sul proprio social network. Il motore di ricerca prevede per un primo periodo una divisione degli utili molto favorevole ai programmatori: in caso di giochi che consentono l’acquisto di beni pagati con moneta reale, il 95% degli introiti finiranno nelle tasche degli sviluppatori e solo il 5% a Google. Si tratta di prezzi e tariffe molto più basse rispetto a quelle fornite da Facebook, che trattiene circa il 30% della torta ma che ha dalla sua 200 milioni di utenti che usano i giochi su un totale di 750 milioni. L’intera base di utenti di Plus si attesta invece intorno ai 35 milioni, ma è in crescita.
Intanto Facebook.

Facebook: più applicazioni esterne. Mentre Google affila le sue armi, a casa Facebook non restano con le mani in mano e lavorano per distaccare il rivale o recuperare in quei campi scoperti. A pochi minuti di distanza dall’annuncio dei giochi di Plus, sul blog di Facebook è comparso un importante aggiornamento della piattaforma per le applicazioni esterne. Gli utenti impegnati in qualche gioco accederanno infatti a una diversa visualizzazione dei programmi, che prevede uno spazio maggiore sullo schermo e una barra laterale per sapere in ogni momento a cosa stanno giocando i propri amici.

Se da una parte si allargano gli schermi, dall’altra si stringono invece le maglie per i programmatori. Come ha notato il blog TechCrunch,  Facebook ha infatti aggiornato le proprie linee guide vietando, nelle applicazioni, link o riferimenti a piattaforme concorrenti. Un messaggio neppure troppo velato per Google insomma.

La società di Mark Zuckerberg nelle ultime settimane non si è però concentrata solo sui giochi, ed ha anzi provveduto a colmare una delle mancanze più evidenti rispetto al rivale: le funzioni per i dispositivi mobili. Già al momento del lancio Google Plus aveva infatti sfoderato l’opzione Hubble, che permette di mandare messaggi a gruppi di amici attraverso un’applicazione per smartphone. Non stupisce quindi che a inizio settimana Facebook abbia lanciato, per adesso solo nell’Appstore americano, il suo Facebook Messenger, che allo stesso modo permette proprio di inviare messaggi ad amici attraverso la rubrica del social network, arricchendoli se necessario con la propria posizione sulla mappa.

Per Repubblica

Google Plus, la prova

Finalmente Plus è arrivato, e la battaglia tra Google e Facebook nel settore social network può cominciare. Dopo i flop di Buzz e Wave, e il mezzo fallimento di Orkut (usato solo in Brasile), il colosso di Mountain View ha creato un prodotto valido, con diverse carte da giocare per iniziare la scalata su Facebook. Repubblica.it ha provato il sito in ogni aspetto, per capire se davvero Mark Zuckerberg deve iniziare a preoccuparsi: quello che emerge è un quadro di luci e ombre, con alcune chicche imperdibili da un lato e qualche copiatura di troppo dall’altro. Ma partiamo dall’inizio dell’esperienza Google Plus.

Gli inviti. Per Google sta diventando una tradizione: ai nuovi prodotti si accede solo tramite invito. Questa strategia, che ha contribuito al successo di Gmail e al fallimento di Wave, ha alimentato l’ennesima caccia sul web a un “biglietto” per entrare. Lo stesso motore di ricerca ha prima aperto l’accesso a nuove persone, salvo bloccare tutto dopo poche ore a causa di un numero di domande definito “folle”. In queste ore le persone invitate vengono quindi accolte solo in parte sul sito, generando ancora più curiosità tra coloro che restano fuori.

L’inizio. Una volta entrati su Plus si viene invitati a completare il proprio profilo (chi ha già un Google profile non ne ha bisogno) e una schermata di benvenuto spiega le principali funzioni. Ma dando uno sguardo alla home page la reazione non può che essere una: è fin troppo simile a quella di Facebook, solo che al posto del blu ci sono i toni del grigio. I comandi in bella mostra sono praticamente gli stessi e persino la loro disposizione sulla schermata richiama le scelte di design fatte dal sito di Palo Alto. Ci sono le canoniche tre colonne, con quella centrale dedicata agli aggiornamenti e quelle laterali ai vari comandi: in alto è possibile inserire uno stato, una foto, un video o un link, esattamente come su Facebook. L’unica differenza è che su Plus si può condividere la propria posizione geografica anche nella versione per pc e non solo attraverso il mobile.

La privacy e le amicizie. Per trovare le prime differenze tra i due siti bisogna scavare più a fondo e arrivare alla differente gestione della privacy e dei propri contatti. Su Plus non serve chiedere l’amicizia a una persona e aspettare che questa accetti per vederla: c’è un sistema diverso, basato sulle “cerchie” (circle nella versione inglese): Ogni utente inserisce i propri contatti in delle cerchie: amici, conoscenti, persone che seguo. Quando ci si trova a condividere un commento o un contenuto, un box chiede con chi si vuole condividerlo: con tutti o solo con una cerchia specifica. Si tratta quindi di una via di mezzo tra Facebook e Twitter e su cui punta molto Plus per ritagliarsi il suo spazio online. Vale la pena ricordare che su Facebook è possibile modificare le impostazioni di condivisione, ma le opzioni standard prevedono solo la possibilità di condividere con gli amici, con gli amici degli amici o con tutti e per ottenere qualcosa di simile a quanto prevede Plus è necessario un lungo lavoro sulle liste di amici, non proprio alla portata di tutti.

Il profilo. Quando si parla di profilo torna subito la similitudine con Facebook: comandi, funzioni, posizioni della foto sono praticamente gli stessi. Senza soffermarci troppo su quello che già tutti conoscono, l’unica differenza degna di nota è costituita dal tasto +1. Si tratta della versione “made in Google” del Like di Facebook, che compare anche sulle ricerche attraverso Google.it. Tutti i contenuti su cui è stato cliccato +1 finiscono così elencati in una specifica pagina del profilo, oltre ad essere evidenziati agli amici al momento di una ricerca sul web. Vale la pena sottolineare come al momento non sia possibile creare nulla di simile alle “Pagine” di Facebook, anche se sono previste in futuro una serie di novità sul fronte business.

Le foto. L’opzione che più di tutte ha regalato il successo a Facebook è stato il tag delle foto e Google in questo campo si è limitata a “prendere ispirazione” dal rivale, salvo modificare alcuni dettagli. Su Plus esiste infatti una sezione per vedere tutte le foto dei propri amici nella stessa pagina, oltre alla possibilità di scremarle in base alla cerchia o alla persona specifica. Questa visualizzazione si dimostra graficamente interessante e di sicuro effetto, ma non è certo una rivoluzione.

La chat video. E’ una delle perle di Plus, una delle poche opzioni davvero in grado di fare la differenza. Sul sito è possibile attivare una chat video (il nome inglese è Hangouts) senza scaricare alcun programma e invitando fino a dieci amici delle proprie cerchie. In questa chat è possibile parlare in videoconferenza, scrivere con la tastiera o guardare dei video di YouTube insieme e commentarli. L’applicazione funziona senza intoppi ed è divertente. Non sembra un caso che Facebook sia subito corsa ai ripari, annunciando per i prossimi giorni l’arrivo di una funzione in collaborazione con Skype a cui spetterà il compito di toppare questa falla pericolosa.

Gli spunti. Un’altra grossa differenza tra Plus e Facebook è la sezione Spunti (Sparks in lingua originale): basta inserire un proprio interesse per ricevere un feed di notizie a questo collegato. I pareri sull’utilità di questa funzione sono contrastanti, ma l’impressione è che Google abbia ancora molto da fare per migliorarla. Nella nostra prova “Spunti” ha mostrato tutti i limiti di Google News: le notizie non sembrano filtrate bene né per la loro reale importanza per l’utente, né per le fonti utilizzate. Aggiungendo l’interesse “calcio”, nel nostro profilo sono apparse informazioni circa la squadra di Barletta, senza però che avessimo mai manifestato alcun interesse per il calcio pugliese o per le serie minori (il Barletta milita in Lega Pro). Una piccola delusione è anche arrivata dal fatto che Plus non ha suggerito interessi a noi vicini, nonostante chi scrive faccia un uso intensivo di Google Reader e segua attraverso questo programma decine di siti di tecnologia: capire quali potessero essere le aree di interesse non era impossibile per il motore di ricerca.

Il cellulare
. E’ un aspetto forse sottovalutato ma che potrebbe fare la differenza: insieme a Plus, Google ha lanciato un’applicazione per Android che ne valorizza tutto il potenziale e una versione mobile ottimizzata. Sui cellulari sono disponibili le diverse funzioni del sito (ma non la videoconferenza) e anche un sistema di messaggistica tra gruppi di nome Huddle che potrebbe agilmente sostituire gli sms all’interno della cerchia di amici. L’applicazione per Android permette anche di caricare le foto istantaneamente su Plus.

Le notifiche. Google ha deciso stavolta di usare tutti i mezzi a sua disposizione, e si vede. Il paradosso di Plus è che, almeno in teoria, è possibile usarlo senza neppure entrarci. Una volta iscritti al social network infatti, le notifiche e le informazioni su quello che è successo lì dentro vengono spedite da Google in tutta una serie di suoi servizi: Gmail, Google doc già oggi e presto anche in altri. Mentre leggete una mail o scrivete un documento, in alto a destra comparirà un numeretto che vi informa su un tag, un nuovo amico o una conversazione su Plus: basta cliccare e si apre una piccola finestra che vi tiene aggiornati su cosa è successo, senza dover abbandonare la mail in corso di scrittura. Le notifiche saranno di sicuro il gancio più importante per non far dimenticare questa piattaforma a chi usa uno qualsiasi dei servizi di Google.

Applicazioni. Per adesso il capitolo resta vuoto: in questa fase quello che c’è su Plus è solo quello che ha fatto Google. Niente giochi, programmi, test o altre amenità, almeno per ora. I blog americani hanno però già scovato nel codice sorgente del sito alcune tracce di un prossimo arrivo dei giochi, mentre dal motore di ricerca fanno sapere che presto saranno diffusi le API che permetteranno ai programmatori di popolare il sito con i loro lavori. Il giudizio su questo punto resta quindi sospeso e si tratta di un aspetto da non sottovalutare: senza FarmVille, PetSociety e soci, quanti utenti avrebbe oggi Facebook?

Chi vincerà? Resta quindi da capire se davvero Plus potrà battere Facebook e diventare il re dei social network. Difficile esprimere pareri validi per tutti, ma l’impressione è che oggi non esista un motivo valido per lasciare Facebook e adottare Plus. Per quanto il sito di Google sia pulito, pieno di funzioni e con un eccellente potenziale (si guardi la chat video), non riesce a distinguersi nettamente da Facebook e le differenze sul fronte privacy non sono sufficienti a far trasferire 700 milioni di persone da un sito all’altro. La carta privacy Google avrebbe dovuto giocarla qualche anno fa, quando su questo fronte Facebook era in seria difficoltà e non aveva ancora sfoderato tutti gli aggiustamenti che, bene o male, gli utenti hanno imparato ad utilizzare.

Le funzioni che mancano su Plus sono tante, le applicazioni devono ancora arrivare, e c’è quella sensazione di “già visto” che rischia di affossare il successo del progetto. Di sicuro Plus sarà in grado di ritagliarsi la sua nicchia tra gli appassionati, e non bisogna dimenticare che è ancora in fase sperimentale, ma per il mercato di massa Facebook è ancora in netto vantaggio. La partita è comunque appena cominciata e, conoscendo Google, le sorprese nei prossimi mesi non mancheranno.

Per Repubblica

Truccami il Google

Una casella bianca in cui scrivere con la tastiera, e la ricerca in rete parte in automatico, ormai senza neppure il bisogno di premere invio. Google è una delle cose più semplici da usare su internet. Eppure, nonostante il sito sembri sempre uguale a se stesso, dietro l’apparente staticità sono state introdotte negli anni decine di opzioni per agevolare la ricerca, che si attivano senza neanche accorgersene o utilizzando degli speciali codici. Calcoli matematici, informazioni meteo, correzione di bozze: chiunque usi con frequenza Google si sarà senz’altro trovato di fronte a risultati che non si limitano ai soliti link in blu su sfondo bianco.

I trucchi nascosti qua e là da Google per migliorare i risultati delle sue ricerche sono uno strumento ormai comune per gli utenti più pratici, ma restano quasi un mistero per tutti gli altri. Piccoli stratagemmi che vale la pena di conoscere per risparmiare tempo prezioso online e che, in più di un caso, riservano anche delle simpatiche sorprese lasciate da ingegneri con il senso dell’umorismo, ma anche qualche errore.

La calcolatrice “truccata”. Si prenda ad esempio la funzione della calcolatrice che, come si intuisce dal nome, permette di risolvere calcoli più o meno complessi semplicemente digitandoli su Google. Addizioni, moltiplicazioni e sottrazioni nascondono però un segreto: provando a fare la sottrazione di grandi numeri (nell’ordine delle migliaia di miliardi) può infatti capitare di trovarsi di fronte a risultati sbagliati, come hanno testato diversi blog americani. Per restare nell’ambito dei risultati insoliti, una delle curiosità nascoste in Google (chiamate Easter eggs, uova di Pasqua), è la ricerca della frase “answer to life the universe and everything” che riporta come risultato della calcolatrice il numero 42, una citazione del libro “Guida galattica per gli autostoppisti”.

Meteo e calcio. Se dalle galassie si vuole tornare sulla Terra, tra le funzioni di ricerca che il motore include tra le indispensabili di ogni giorno ci sono il meteo, i risultati sportivi e le quotazioni di Borsa. Si tratta di ricerche che si attivano semplicemente digitando il nome della squadra di calcio, della propria città anteposta dalla parola meteo, o dalla sigla di quattro caratteri della società quotata. Facile quindi che ci si ritrovi, involontariamente, di fronte a questo tipo di risultati. Stesso discorso vale per la programmazione dei film, per cui basta digitare cinema e la propria città, o per la ricerca di locali nella propria zona.

Vocabolari e correttori. Tanti studenti usano poi Google per essere sicuri dell’ortografia di una parola, sfruttando la comparsa del risultato “forse cercavi…” che in gran parte dei casi indica il termine esatto e più comune. Anche in questo campo il motore di ricerca ha inserito un piccolo segreto, funzionante solo nella versione in lingua inglese: provando a cercare il termine “recursion”, Google fa apparire la nota “forse cercavi recursion”. Non si tratta però di un errore, visto che questo termine fa riferimento all’algoritmo ricorsivo, espresso in termini di se stesso. Umorismo da ingegneri di cui si trova spesso traccia nel motore di ricerca, come nel caso della ricerca “Ascii art”, che modifica il logo ufficiale. Sempre adatte agli studenti sono le opzioni del vocabolario: anteponendo “define:” a una parola, si ottiene la sua definizione secondo le principali fonti in rete.

I simboli e i formati. Se invece il proprio obiettivo è ottimizzare la ricerca, esistono tutta una serie di comandi e codici da includere nella barra di testo di Google. Per limitare la ricerca a un solo sito, basta inserire “site:” e l’indirizzo del sito. Digitando ad esempio “milano site:repubblica.it” si otterranno solo gli articoli con la parola Milano all’interno di Repubblica.it. I caratteri “+” e  “-”  possono invece aiutare nella selezione delle pagine quando si cerca più di un termine: anteponendo il segno meno (-) al secondo termine di ricerca, si otterranno solo le pagine che non presentano la seconda parola (cercando “golf  -auto” si eliminano i modelli di vetture di nome golf e ci si concentra su sport e moda); utilizzando prima del secondo termine il segno più (+), si ottengono solo le pagine con tutte e due le parole. Se invece si cerca un ordine specifico di termini, come ne caso di citazioni, allora è necessario mettere il tutto tra virgolette.

Altro trucco molto utile è la ricerca di uno specifico formato d documento, sia esso un powerpoint, un pdf o un odt. In questo caso è necessario digitare la stringa “filetype:pdf” preceduta dall’argomento che si vuole cercare, e verranno visualizzati solo i documenti in pdf (per tutti i formati serve inserire l’estensione di tre caratteri).

La lettura della mente. Quando anche tutti i codici e i trucchi usati non sono riusciti a far emergere il risultato desiderato, non resta che affidarsi al MentalPlex di Google che permette al motore di ricerca di leggere nella mente del navigatore al fine di scoprire cosa vuole cercare online. Si tratta solo di un vecchio pesce d’Aprile del 2000 ma, con l’affinarsi delle tecnologie, forse un giorno diventerà realtà.

Scritto per Repubblica

Bolla o non bolla?

C’è una nuova bolla speculativa dietro l’angolo per il web? A chiederselo è il Wall Street Journal, che mette assieme alcuni degli ultimi numeri legati all’economia digitale: Huffington Post venduto ad Aol per 315 milioni di dollari, Facebook valutato 50 miliardi dall’investimento di Goldman Sachs e Twitter il cui valore è adesso stimato tra gli 8 e i 10 miliardi. Nello stesso articolo in cui si sottolinea il mai sopito interesse di Google e Facebook per acquisire proprio Twitter, il giornale finanziario ritorna su un argomento ormai all’ordine del giorno nei blog di settore e nelle riviste specializzate: la paura per una nuova bolla speculativa.

Dopo l’entusiasmo degli anni ’90 e la delusione del 2000, con il crollo dell’indice Nasdaq e l’esplosione della prima bolla delle “dot.com”, negli ultimi tempi la fiducia verso le società tecnologiche è cresciuta e anche gli investimenti, almeno in Silicon Valley, hanno iniziato a farsi consistenti. Aziende nate negli ultimi anni, con pochi dipendenti, un’enorme base di utenti ma con ricavi ancora ridotti o del tutto assenti, stanno animando il mercato a colpi di valutazioni miliardarie e offerte di acquisto a dieci cifre. I dubbi che adesso sorgono sono però legati al reale valore di queste società, al di là delle proposte stellari di acquisizione.

Il barometro utilizzato dal Wsj è proprio Twitter. Il servizio di microblogging ha duecento milioni di utenti registrati, è conosciuto globalmente per il suo uso nelle recenti rivolte africane e asiatiche, ma alla voce entrate avrebbe fatto segnare nel 2010 solo 45 milioni di dollari per le pubblicità, (edit: ma un utile netto negativo ) anche a causa di forti investimenti in server e strumentazioni. Da fonti citate dalla stampa (non essendo Twitter una società quotata) sembrerebbe che nel 2011 il sito dell’uccellino blu conti di arrivare a poco più di 100 milioni di dollari di ricavi, appena un centesimo della sua valutazione più recente. Nell’ultimo giro di finanziamenti dei venture capitalist raccolti lo scorso dicembre, il sito era però stato valutato poco meno di 4 miliardi di dollari. Il suo “prezzo” sarebbe quindi più che raddoppiato in appena due mesi: un andamento non certo normale. Un discorso simile a quello di Twitter si può fare con l’Huffington Post, appena rilevato da Aol per 315 milioni di dollari, ma capace di generare in un anno non più di 30 milioni di dollari grazie alle pubblicità.

Se il valore di queste società non è nei loro ricavi attuali, allora è da cercarsi nei dati che possiedono sui loro utenti, soprattutto quando si parla di social network come Twitter, Facebook o LinkedIn (che ha annunciato il suo sbarco in borsa entro l’anno). Dati che valgono oro per il mercato pubblicitario su cui si regge gran parte dell’economia della rete. Alla luce dell’ultima valutazione, ogni utente su Twitter (vero o falso che sia) vale tra i 40 e i 50 dollari (a dicembre erano 21 dollari), contro i 100 dollari a persona di Facebook e i circa 30 dollari di LinkedIn stimati proprio sulla base del suo sbarco in borsa (qui il “listino” degli account dello scorso dicembre realizzato da Repubblica).

Le cifre che si possono ricavare dalle valutazioni dei venture capitalist e dai pochi dati finanziari diffusi dalle società cambiano ogni mese, anche a causa della natura privata di queste aziende. Se ai tempi della prima bolla tutte le dot.com andavano in borsa per ottenere finanziamenti, oggi preferiscono aspettare e il loro prezzo lo stabiliscono le contrattazioni sui cosiddetti “mercati secondari” in cui i dipendenti rivendono le loro azioni agli investitori più intraprendenti: siti come Sharespost.com o SecondMarket.com sono ormai da anni la vera borsa per il settore.

Resta però da capire chi potrebbe investire su una società che non genera utili e le cui azioni costano tanto. Il Wsj, citando fonti interne a Twitter, segnala la volontà del sito di microblogging di creare un business da cento miliardi di dollari. Una cifra al momento incredibile, a meno che nell’equazione non si inserisca un agente esterno: Google. Il motore di ricerca e dominatore del mercato pubblicitario online ha più volte cercato di mettere le mani su Twitter dopo i ripetuti fallimenti nel settore dei social network: Orkut conosciuto solo in Brasile, il flop di Buzz, l’acquisto del clone di Twitter, Jaiku, nel 2007 (poi chiuso nel 2009), l’acquisto di DodgeBall e la sua chiusura (che ha dato il via al successo di FourSquare). Il previsto rilancio nei social network per Google, con il progetto Google Me, potrebbe necessitare di una base di partenza solida come Twitter, l’unica grande società in vendita che permetterebbe di riconquistare terreno su Facebook. Diversi blog di settore e tweet di analisti caldeggiano proprio l’ipotesi che sia il gioco al rialzo tra Facebook e Google ad alimentare la bolla di questi mesi: e tra i due giganti che lottano, chi gode è il supervalutato Twitter.

Scritto per Repubblica