Articoli su bavaglio





Leggi contro la pirateria. Il punto

Hollywood e i big della Silicon Valley si scontrano su due disegni di legge presentati alla Camera e al Senato statunitensi contro la pirateria online e per la protezione degli indirizzi ip. Ma leggi analoghe vengono proposte anche dall’Unione europea e da singoli paesi, Italia compresa. Con alterne fortune. Ecco quali sono e il loro iter aggiornato.

L’interattivo su Repubblica

Wikipedia contro l’ammazza-blog

Accedere a Wikipedia e ritrovarla oscurata per protesta non era mai accaduto in nessun paese del mondo.

Dalla sera del 4 ottobre l’Italia può gioire per l’ennesimo primato conquistato, in seguito all’iniziativa della community dell’enciclopedia di pubblicare un messaggio per lanciare l’allarme contro il ddl intercettazioni e la norma ‘ammazza blog’. «La decisione di lanciare questa protesta è partita dai wikipediani, con una votazione pubblica», spiega a ‘l’Espresso’ Maurizio Codogno, portavoce di Wikimedia Italia, associazione che promuove i progetti della piattaforma Wiki, «Gli utenti sono convinti che questa legge renda impossibile lavorare sulle biografie di Wikipedia, perché si rischia di diventare un sito di comunicati stampa mandati da chi non è d’accordo su quanto scritto. E questo va contro il principio di libertà che anima Wikipedia».

La protesta della versione italiana dell’enciclopedia è unica nel suo genere, ma ha già raccolto il sostegno della Wikimedia Foundation americana, l’associazione guidata dal fondatore di Wikipedia Jimbo Wales che sostiene l’intero progetto. «Abbiamo fornito i dettagli legali agli avvocati della fondazione e loro stessi ci hanno confermato che potevano esserci dei rischi per Wikipedia», continua Codogno. Lo stesso fondatore di Wikipedia Wales ha lanciato su twitter un messaggio definendo “idiotic” questo disegno di legge. «In ogni caso la decisione die wikipediani non è a favore o contro un partito o un governo», continua Codogno, «Nella nostra comunità ci sono persone di destra e di sinistra, e ogni voce è sempre frutto di un dibattito interno che tiene conto delle posizioni di tutti».

La portata della protesta di Wikipedia riaccendercon forza il dibattito sul comma ammazza blog. «Non c’è dubbio che quella di Wikipedia sia una protesta motivata», spiega a ‘l’Espresso’ Stefano Rodotà, già presidente dell’authority per la privacy, «Dietro questo Ddl ci sono due elementi principali: aggressività e ignoranza. Chi ha scritto l’articolo dedicato ai siti informatici non ha chiaramente idea di cosa stia parlando. Prevedere quelle modalità di rettifica, quei tempi e quelle sanzioni significa ignorare del tutto come funzioni la rete». 

Della stessa opinione anche Vincenzo Vita, senatore del Pd e uno dei principali esponenti dell’opposizione per quanto riguarda internet: «Fanno benissimo a protestare: è una norma grottesca, medievale e antistorica e quella di Wikipedia è un’iniziativa che va appoggiata, nella speranza che decada non solo la norma sui siti internet, ma anche tutto il Ddl».

«Il grado di conoscenza della rete da parte della politica è di gran lunga inferiore a quello della società», continua Rodotà, «Ci sono politici che non sanno neppure che si può correggere una voce su Wikipedia e in questo senso il comunicato diffuso dall’enciclopedia spiega molto bene l’esistenza di strumenti per l’autocorrezione e per intervenire se si ritiene leso un proprio diritto, anche attraverso provvedimenti di urgenza. Gli strumenti, sia tecnologici che legali, quindi ci sono già».

«Non bisogna però commettere l’errore di credere che si tratti solo di ignoranza della politica», sottolinea Vita, «C’è una vera e propria cultura nel voler bloccare la rete, presente anche in Francia con la legge Hadopi. Questa norma, inserita a forma nel ddl intercettazioni, è particolarmente incredibile certo. Ma queste azioni non sono il frutto di una sbadataggine».

Ma lo sciopero e la possibile chiusura di Wikipedia per alcuni commentatori sono una buona notizia, come è possibile notare dalle esultanze della stampa di centrodestra. Un articolo sul quotidiano romano ‘Il Tempo’, spiega tutto nella frase di apertura: «La nuova legge sulle intercettazioni potrebbe avere un merito inaspettato: far scomparire Wikipedia». Non molto diverso il tono del ‘Giornale’, che invece preferisce insinuare una manipolazione politica della protesta. «Chi sia l’autore del comunicato non è dato sapere visto che Wikipedia non ha una redazione e dietro il papello denuncia potrebbe nascondersi un Di Pietro o un Grillo qualsiasi», si legge in un articolo a pagina 7.

«Non credo che certa stampa italiana possa presentarsi come paladina di verità e moralità, visto quello che si legge ogni giorno sui giornali», chiosa Rodotà, «Almeno in rete c’è la possibilità di modificare quello che non è giusto, mentre alcuni giornali sono completamente impermeabili alle correzioni».

«In ogni passaggio tecnologico c’è una reazione di questo tipo: l’innovazione non si controlla e fa paura», continua Vita, «Anche ai tempi dell’invenzione della stampa di Gutenberg si è urlato tanto».

Scritto per L’Espresso

No bavaglio, tutte le iniziative

Le tante manifestazioni in programma per il primo luglio non esauriranno la protesta e le mobilitazioni che in questi mesi si sono sviluppate online. Le petizioni su internet e i gruppi nati in questi giorni su Facebook hanno infatti avuto il merito di tenere costantemente al centro dell’agenda pubblica il problema della legge Bavaglio, contribuendo ad aggiornare migliaia di utenti sulle evoluzioni dell’iter parlamentare del ddl.

Una delle ultime campagne nate contro la legge Bavaglio è l’iniziativa “Balconi allo sbavaglio“: se in giro per la città trovate bandiere italiane listate a lutto esposte dalle finestre, sappiate che non è per la delusione dell’uscita della nazionale dai mondiali sudafricani. Si tratta infatti di una campagna nata su Facebook per promuovere la manifestazione del primo luglio e che ha raccolto già tremila simpatizzanti, oltre a diverse decine di balconi “allestiti” per l’occasione. Basta una bandiera italiana (e in questo periodo non è difficile trovarne) e un cartello “No bavaglio” per partecipare.

Tre esponenti del Partito Democratico (Civati, Gentiloni e Orfini) hanno invece lanciato una campagna “salva blog”contro uno specifico comma della legge Bavaglio. “Il comma 29 dell’art. 1 – si legge nell’appello – prevede che la disciplina in materia di obbligo di rettifica prevista nella vecchia legge sulla stampa del 1948 si applichi anche ai “i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”! I blogger all’entrata in vigore della nuova legge anti-intercettazioni, dovranno provvedere a dar corso ad ogni richiesta di rettifica ricevuta, entro 48 ore, a pena, in caso contrario, di vedersi irrogare una sanzione fino a 12.500 euro. Ma un blog non è un giornale, il blogger non è un redattore, spesso gli aggiornamenti sono saltuari. Si può rischiare una maximulta perché magari si è in vacanza o non si controlla la posta? Ciò significa rendere la vita impossibile a migliaia di siti e di blog, ben diversi dalle testate giornalistiche. Lo fanno dimenticando che la rete è proprio un’altra cosa”. Sul sito del Partito Democratico è possibile firmare l’appello o esporre il widget della campagna sul proprio blog.

Oltre alle iniziative degli ultimi giorni, online è possibile aderire anche alle mobilitazioni nate mesi fa, che tutt’oggi continuano a crescere e ad informare chi vi ha aderito sull’evoluzione della protesta. La petizione di No Bavaglio, lanciata tra gli altri dal costituzionalista Stefano Rodotà, ha raggiunto le 240 mila firme e il relativo gruppo su Facebook ha 80 mila utenti. La campagna dei post-it lanciata da Repubblica e ValigiaBlu ha superato le 1.200 foto e, sempre sul sito di Repubblica è possibile ascoltare i video-appelli di personalità della cultura e dello spettacolo contro il ddl interecettazioni. La pagina “Italy’s democracy at risk” raccoglie invece gli articoli della stampa internazionale, con il doppio intento di favorire la diffusione tra chi non parla italiano e fornire agli italiani il punto di vista della stampa estera sulla vicenda. Nella pagina “discussioni” di questo gruppo è possibile leggere gli articoli scegliendoli in base alla lingua in cui sono scritti: spagnolo, tedesco, francese e inglese.

Non accenna a diminuire neppure il numero di utenti che hanno deciso di “togliere la faccia” per questa protesta e che su Facebook espongono come foto del profilo non uno scatto personale ma immagini legate alla legge Bavaglio: bandiere italiane listate a lutto, manichini imbavagliati, i cartelli della ValigiaBlu, la prima pagina bianca de La Repubblica e soprattutto Post-it con messaggi come “Non ci faremo mettere il bavaglio”, “La legge Bavaglio impedisce ai cittadini di essere infornati” e annunci della manifestazione del primo luglio.

Sul sito di microblogging Twitter è stata lanciata una campagna parallela: attraverso il servizio Twibbon centinaia di avatar espongono adesso un triangolino giallo in segno di protesta. La causa No Bavaglio ha già raccolto su Twitter oltre duemila persone. Per seguire la protesta “cinguettante” ci sono le hashtag #noalbavaglio#freeitaly che rimbalzano in questi giorni online.

Scritto per L’Espresso

No bavaglio, in rete

L’appuntamento per giovedì primo luglio è a Roma, a piazza Navona, e nelle piazze di altre dodici città d’Italia, più quelle di Londra e Parigi. Chi non avesse la possibilità di partecipare attivamente all’evento potrà però aderire e godersi la manifestazione da casa o dall’ufficio, attraverso i tanti mezzi di informazione che seguiranno in diretta la mobilitazione. Lo spiegamento di forze in occasione della manifestazione contro la legge Bavaglio sarà infatti di primordine.

Televisione e satellite. Il sindacato dei giornalisti Fnsi, organizzatore della protesta, ha annunciato sul suo sito che la manifestazione si potrà vedere in la diretta sul piccolo schermo grazie alle telecamere di Sky e a quelle di RaiNews 24 e YouDem Tv. Chi possiede un’antenna satellitare o un decoder del digitale terrestre ha la visione garantita, in attesa di vedere che tipo di copertura garantiranno invece i telegiornali dei canali generalisti.

Web Radio e Tv. Dove non arriva la televisione analogica arrivano le web tv. Come già successo in passato, anche il primo luglio la diretta dell’evento sarà garantita da Repubblica Tv e molte altre testate online. Uno dei fenomeni più interessanti che prenderà vita durante la manifestazione contro il ddl intercettazioni sarà LiberaRete, la diretta a ‘rete unificata’ offerta dalle centinaia di micro web tv diffuse in tutto il paese. L’evento ricorda da vicino le esperienze simili già vissute in occasione di Rai per una Notte e del compleanno di Rita Levi Montalcini.
Ideato e supportato dalla federazione delle micro web tv FEMI, Altratv.tv, Valigia Blu, Federazione Nazionale Stampa Italiana, Ipazia Promos e Current, l’evento intende segnalare il ruolo di denuncia delle micro web tv italiane nel panorama dell’informazione del Paese. ‘Saranno trasmesse le inchieste più significative ‘ si legge nel comunicato dell’iniziativa – per mostrare quanto sia condizione necessaria per la democrazia e la legalità la libertà di fare stampa e di essere informati. Nel corso della maratona interverranno in webcam via Skype e con collegamenti telefonici giornalisti, magistrati, micro-editori delle micro web tv’. Sarà inoltre dato spazio ad osservatori della stampa estera. Oltre alle web tv aderiscono anche diverse web radio (tra cui si segnala il circuito delle Radio Universitarie RadUni). Chi gestisce una sua pagina o un blog e vuole partecipare a sua volta alla diffusione dell’evento deve solo collegarsi al sito ufficiale e compilare il modulo per ricevere il codice da embeddare sul proprio sito.

Twitter. Il microblogging su Twitter e FriendFeed (e anche su Facebook) permette sempre di seguire le manifestazioni più sentite grazie ai brevi report inviati da chi sta partecipando o rimbalzati da gente che li vuole diffondere. In occasione della protesta di giovedì le hashtag ufficiali dell’evento, cioè quelle parole chiave precedute dal cancelletto che permettono di ricostruire uno stream di messaggi, saranno #noalbavaglio e #liberarete. Testate grandi e piccole e tanti blogger di sicuro forniranno ulteriori contributi sulla protesta. Se non si può essere in piazza basta essere online per vedere.

Scritto per L’Espresso

La rete non si ferma

Berlusconi ha deciso di blindare il ddl intercettazioni, ma le proteste sollevate contro la legge bavaglio, online e offline, continuano a raccogliere adesioni e a sortire effetti. Anche grazie alla sollevazione generale è infatti stato annunciato il ritiro del famigerato emendamento 1707, già soprannominato “salva-pedofili”.

L’emendamento in questione evitava l’arresto in flagranza per chi commetteva reati sessuali “di lieve entità” sui minori. Il documento (a questo indirizzo l’integrale) presentato da sette senatori tra cui Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello era riuscito, in appena venti parole, a scatenare una protesta generale. Tra le voci alzatesi contro il provvedimento anche il Popolo Viola (leggi) che segnalava il carattere nascosto dell’emendamento tra i tanti documenti collegati a una legge che si occupa di tutt’altro.

Passato il pericolo del 1707, resta però tutta la Legge Bavaglio che, nei piani del governo, deve essere approvata a colpi di fiducia entro la fine di luglio. I gruppi e i siti nati su Internet e nei social network continuano a veder crescere i loro numeri, con la petizione di “No Bavaglio” (nobavaglio.adds.it) arrivata ormai alla soglia delle 200 mila firme, ma restano allerta anche ValigiaBlu (www.valigiablu.it) e il già citato Popolo Viola.

Per quanto riguarda le proteste “fisiche”, davanti alla sede del Senato è stato organizzato un presidio da parte del sindacato della Polizia Silp-Cgil a cui ha partecipato anche una delegazione del sindacato dei giornalisti della Fnsi. Proprio l’Fnsi ha aperto un blog speciale per manifestare contro un’informazione al guinzaglio (fnsi-libera-informazione.blogspot.com). L’associazione nazionale dei Magistrati ha invece confermato lo sciopero del primo luglio ed ha annunciato assemblee e mobilitazioni per tutto giugno (http://www.associazionemagistrati.it/articolo.php?id=2006).

Scritto per L’Espresso

Giornalisti online dietro le sbarre

Può essere interpretato come il segnale definitivo dell’importanza di internet per la libertà di espressione. Per la prima volta i giornalisti online hanno superato i colleghi della carta stampata e degli altri media nella triste classifica del numero di arresti. Secondo l’annuale studio del Committee to Protect Journalists, organizzazione no profit che difende il diritto di informazione, ci sono attualmente 125 giornalisti in prigione in 29 diversi stati del mondo, e ben 56 di questi lavoravano su testate online o alla redazione di blog personali.

“Il giornalismo online – dichiara il direttore esecutivo del Cpj Joel Simon – ha cambiato il paesaggio dei media e il modo di comunicare con gli altri. Ma il potere e l’influenza della nuova generazione di giornalisti online ha catturato l’attenzione dei regimi repressivi di tutto il mondo che hanno accelerato il contrattacco”.

I numeri raccolti dal Cpj parlano chiaro: dopo anni in cui era la carta stampata la principale portavoce della stampa libera nel mondo, i nuovi media hanno compiuto il sorpasso, anche grazie alla minore necessità di investimenti (si parla spesso di freelance e non di dipendenti di aziende editoriali) e alla difficoltà di essere controllati. Lo stesso rapporto riconosce inoltre come non sia stata applicata una rigida definizione di “giornalismo online”, ma si sia provveduto a verificare quanto il lavoro di blogger e scrittori fosse di natura giornalistica, cioè basato sul racconto e l’analisi di fatti reali.

“L’immagine del blogger solitario che lavora a casa in pigiama può essere affascinante – continua Simon – ma quando le autorità bussano alla porta, essi sono soli e vulnerabili. Il futuro del giornalismo è online e adesso siamo in guerra contro i nemici della libertà di stampa che usano le prigioni per definire i limiti del dibattito pubblico”. Dopo i blogger e i giornalisti online, i più perseguitati risultano i professionisti della carta stampata (42% di arresti) mentre televisione, radio e documentari seguono rispettivamente con il 6, il 4 e il 3%.

Se si registrano novità rilevanti per la tipologia dei media colpiti, non altrettanto si può dire per i paesi dove il bavaglio alla libera stampa risulta più soffocante. Per il decimo anno di fila il primo posto spetta alla Cina, che ospita nelle sue carceri ben 28 giornalisti, 24 dei quali lavoravano su testate online. I numeri dimostrano come le pressioni sul regime di Pechino in occasione delle Olimpiadi non abbiano avuto effetto, visto che nel rapporto del 2007 risultavano esserci 29 giornalisti in stato di arresto, solo uno in più di oggi. Tra i casi più rilevanti nel paese asiatico, che da solo ha imprigionato quasi la metà dei giornalisti online del mondo, c’è la storia di Hu Jia, freelance condannato a tre anni e mezzo di reclusione per alcune interviste rilasciate ai media stranieri molto critiche nei confronti del Partito Comunista Cinese.

A poca distanza dalla Cina c’è Cuba con 21 arrestati (erano 24 nel 2007). Chiude il podio la Birmania con 14 imprigionati. Proprio il paese del sud-est asiatico ha raddoppiato in un anno le cifre, procedendo contro alcuni professionisti responsabili di aver diffuso notizie e immagini degli effetti del ciclone Nargis sul paese. Nessun sostanziale cambiamento neppure nelle accuse avanzate: per il 59% dei giornalisti il reato è la violazione di segreto di Stato o l’attività anti patriottica, ma per il 13% degli accusati non viene avanzata alcuna accusa formale, costringendoli a rimanere in carcere per lunghi periodi senza un processo. Unica nota positiva nel rapporto, il numero complessivo di giornalisti in prigione, in calo per il secondo anno consecutivo e passato dai 134 del 2006 agli attuali 125.

Scritto per Repubblica