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Foodzy, la dieta è un gioco

Hai mangiato verdure ogni giorno per un mese e sei stato attento alle vitamine? Allora meriti un premio, anche solo virtuale. L’approccio alla buona alimentazione e alle diete potrebbe subire un profondo cambiamento nei prossimi anni, e passare da un sacrificio necessario a un più divertente gioco da condividere con amici e parenti attraverso smartphone e web.

È la scommessa di una serie di start-up tecnologiche che si stanno facendo largo nel mercato con le loro app e i loro siti, pronte a trasformare il mangiar sano in una sfida tutta digitale. L’ultima arrivata nel settore, ma forse tra le più promettenti, è l’olandese Foodzy, che ammicca al modello di Foursquare per incentivare i suoi utenti a una dieta equilibrata.

Proprio come nel celebre social network geolocalizzato infatti, su Foodzy si vincono dei premi (badge) quando si riescono a raggiungere particolari obiettivi. Ma se su Foursquare le missioni comportano il raggiungimento di un luogo un certo numero di volte, su Foodzy si viene premiati quando si sta attenti alla calorie, si perde peso o si mangia una mela al giorno (come vuole il proverbio).

Una rapida prova del sito ne mette in mostra tutte le potenzialità, che risaltano grazie alla grafica fumettosa, anche se non mancano i difetti: per gli utenti italiani è infatti una sfida riuscire a trovare nel database i prodotti tipici della nostra dieta, e bisogna sforzarsi non poco per aggiungere manualmente tutta una serie di pietanze nostrane (con tanto di contenuto calorico) in modo da potersi godere al meglio l’esperienza.

Uscito da pochi giorni dalla fase beta, il sito ha subito conquistato le recensioni positive dalle testate internazionali di settore, impresa tutt’altro che facile per una start-up nata a migliaia di chilometri dalla Silicon Valley. Completamente gratuita nella sua versione di base, chi ha intenzione di utilizzare l’applicazione su iPhone (che è poi la sua vera natura) o vuole monitorare con precisione i propri progressi, deve pagare un abbonamento di 15 dollari l’anno (poco più di 10 euro): cifra tutto sommato modesta ma che rischia di limitarne non poco l’adozione.

L’arrivo di Foodzy inietta nuova linfa nel settore del mangiar sano, negli ultimi anni estremamente attento sul fronte tecnologico, con la pubblicazione di centinaia di programmi e siti dedicati alle diete online e al controllo dell’alimentazione. Ne sono una dimostrazione esperienze come Lose It, applicazione per Android e iPhone (solo Usa), scaricata da oltre 5 milioni di statunitensi e usata per tenere traccia della propria dieta e controllare anche i progressi “sulla bilancia” dei propri amici.

Solo pochi anni fa esplodeva poi il fenomeno dei social network per dimagrire, con nomi come Traineo, Diet Tv, Fat Secret, a cui aggiungere anche DailyBurn, Fitday, Fitness Journal e molti altri, ognuno con funzioni specifiche e una propria formula per garantire i risultati desiderati.

La formula su cui vuole puntare Foodzy per trovare il suo spazio è tutta nella “gamification”, una tendenza che prende sempre più piede a livello globale e prevede l’introduzione di elementi ludici come classifiche, premi e punteggi all’interno di settori fino ad oggi governati da logiche diverse. Oltre all’alimentazione, la gamification si sta infatti facendo spazio nel mondo dell’informazione, del marketing, del no profit e persino in quello militare, tanto che la società di analisi Gartner stima che nei prossimi 4 anni la metà delle imprese innovative adotterà queste meccaniche: trasformare il lavoro in missioni e obiettivi a breve termine, con premi simbolici e soddisfazione immediata, garantirebbe infatti dei risultati migliori.

E se contaminare il lavoro con un gioco può funzionare nel mondo del business, chi dice che stemmi luminosi e classifiche online non possano anche migliorare la dieta degli utenti della rete?

Per Repubblica

I “giochi” di Google e Facebook

La battaglia tra Facebook e Google per la conquista del social web si allarga a nuovi settori e adesso si combatte a colpi di giochi, messaggi e applicazioni. Il motore di ricerca ha infatti appena lanciato, sul suo Plus, una sezione “Games” a cui possono accedere un numero limitato di tester. Una mossa che non ha però lasciato impreparata la società di Zuckerberg, negli stessi minuti impegnata in un importante aggiornamento della piattaforma dedicata alle applicazioni esterne (tra cui ci sono proprio i giochi), oltre ad aver battezzato una nuova applicazione per smartphone con l’obiettivo di colmare la distanza da Google.

I giochi di Google Plus
. Già al momento del lancio del nuovo social network, alcuni blogger avevano trovato nascosto nel codice del sito un riferimento a una sezione giochi che non ha infatti tardato ad arrivare. Per il momento questa parte, ad accesso limitato, presenta una lista di sedici titoli sviluppati da diverse società del settore, con nomi noti che potrebbero attirare milioni di fan.

Si parta dai puzzle come Bejeweled e Diamond Dash e si arriva all’ormai immancabile Angry Bird che ha spopolato sui dispositivi portatili. La vera sorpresa sono però gli arrivi direttamente da Facebook, come il gioco Monster World e soprattutto Zynga Poker, uno dei primi ad aver sfondato nei social network. Proprio la presenza dei giochi della Zynga potrebbe rivelarsi un’arma interessante per Google, visto che questa società ha contribuito non poco alla diffusione di Facebook con i suoi FarmVille, CityVille e soci.

Per scardinare il dominio di Facebook nel settore, Google Plus non punta però solo su Zynga (che per i suoi titoli più importanti ha firmato dei contratti in esclusiva con Facebook). A fare la differenza, almeno nelle intenzioni di Mountain View, sarà la diversa gestione della privacy, con la possibilità di condividere i messaggi dei giochi solo con cerchie specifiche ed abbattere lo spam delle notifiche che aveva investito Facebook negli scorsi anni, salvo poi essere stato ridimensionato dagli ultimi aggiornamenti.

Altro elemento importante è la promozione messa in atto da Google per convincere gli sviluppatori a sbarcare sul proprio social network. Il motore di ricerca prevede per un primo periodo una divisione degli utili molto favorevole ai programmatori: in caso di giochi che consentono l’acquisto di beni pagati con moneta reale, il 95% degli introiti finiranno nelle tasche degli sviluppatori e solo il 5% a Google. Si tratta di prezzi e tariffe molto più basse rispetto a quelle fornite da Facebook, che trattiene circa il 30% della torta ma che ha dalla sua 200 milioni di utenti che usano i giochi su un totale di 750 milioni. L’intera base di utenti di Plus si attesta invece intorno ai 35 milioni, ma è in crescita.
Intanto Facebook.

Facebook: più applicazioni esterne. Mentre Google affila le sue armi, a casa Facebook non restano con le mani in mano e lavorano per distaccare il rivale o recuperare in quei campi scoperti. A pochi minuti di distanza dall’annuncio dei giochi di Plus, sul blog di Facebook è comparso un importante aggiornamento della piattaforma per le applicazioni esterne. Gli utenti impegnati in qualche gioco accederanno infatti a una diversa visualizzazione dei programmi, che prevede uno spazio maggiore sullo schermo e una barra laterale per sapere in ogni momento a cosa stanno giocando i propri amici.

Se da una parte si allargano gli schermi, dall’altra si stringono invece le maglie per i programmatori. Come ha notato il blog TechCrunch,  Facebook ha infatti aggiornato le proprie linee guide vietando, nelle applicazioni, link o riferimenti a piattaforme concorrenti. Un messaggio neppure troppo velato per Google insomma.

La società di Mark Zuckerberg nelle ultime settimane non si è però concentrata solo sui giochi, ed ha anzi provveduto a colmare una delle mancanze più evidenti rispetto al rivale: le funzioni per i dispositivi mobili. Già al momento del lancio Google Plus aveva infatti sfoderato l’opzione Hubble, che permette di mandare messaggi a gruppi di amici attraverso un’applicazione per smartphone. Non stupisce quindi che a inizio settimana Facebook abbia lanciato, per adesso solo nell’Appstore americano, il suo Facebook Messenger, che allo stesso modo permette proprio di inviare messaggi ad amici attraverso la rubrica del social network, arricchendoli se necessario con la propria posizione sulla mappa.

Per Repubblica

Anonymous contro Assad

Anonymous torna a colpire, e stavolta il suo bersaglio è il governo siriano. Il gruppo di hacker, celebre per le sue azioni dimostrative, ha preso di mira il sito del Ministero della Difesa del paese mediorientale, modificandone la homepage e sostituendola con un messaggio destinato al popolo in rivolta.

Al posto della tradizionale facciata, il sito del Ministero presenta un comunicato in arabo e in inglese che recita: “Al popolo della Siria: il mondo è dalla vostra parte contro il brutale regime di Bashar Al-Assad. Sappiate che il tempo e la storia sono dalla vostra parte – i tiranni usano la violenza perché non hanno nient’altro, e più violenti sono, più fragili diventano. Noi salutiamo la vostra determinazione ad essere non violenti di fronte alla brutalità del regime, e ammiriamo la vostra volontà di perseguire la giustizia e non la vendetta. Tutti i tiranni cadranno, e grazie al vostro coraggio Bashar Al-Assad è il prossimo”.

Oltre a quello rivolto al popolo, sul sito comprare anche un messaggio per le forze armate. “Ai militari siriani: voi avete la responsabilità di proteggere la gente della Siria, e chiunque vi ordini di uccidere donne, bambini e anziani merita di essere condannato per alto tradimento. Nessun nemico esterno può fare tanti danni alla Siria come Bashar Al-Assad. Difendete il vostro paese – rivoltatevi contro il regime!”. Il messaggio è firmato Anonymous, ma nel codice sorgente della pagina compare il nome di “Poppy”, probabilmente il nickname dell’hacker che ha scardinato le difese del sito.

Insieme al testo e all’inconfondibile logo di Anonymous, per l’occasione rivisitato con il tema della bandiera siriana, in testa alla pagina compaiono una serie di link a video che mostrano immagini della repressione messa in atto da Assad, mentre in fondo alla pagina ci sono i collegamenti ai siti dell’opposizione al regime. Nel momento in cui questo articolo viene scritto, il sito del Ministero non è più raggiungibile, ma attraverso i blog di settore e twitter l’immagine della homepage sta facendo il giro del mondo.

Per il governo siriano non si tratta del primo attacco dimostrativo da parte di gruppi di hacker. Lo scorso aprile era stato il sito del Parlamento a subire un “defacciamento” (il nome tecnico con cui si indicano le azioni che modificano la homepage). Anche in quella circostanza nella facciata del sito era comparso un banner con un messaggio contro il governo, oltre a un video che mostrava la violenta repressione.

Per Repubblica

Google Plus, la prova

Finalmente Plus è arrivato, e la battaglia tra Google e Facebook nel settore social network può cominciare. Dopo i flop di Buzz e Wave, e il mezzo fallimento di Orkut (usato solo in Brasile), il colosso di Mountain View ha creato un prodotto valido, con diverse carte da giocare per iniziare la scalata su Facebook. Repubblica.it ha provato il sito in ogni aspetto, per capire se davvero Mark Zuckerberg deve iniziare a preoccuparsi: quello che emerge è un quadro di luci e ombre, con alcune chicche imperdibili da un lato e qualche copiatura di troppo dall’altro. Ma partiamo dall’inizio dell’esperienza Google Plus.

Gli inviti. Per Google sta diventando una tradizione: ai nuovi prodotti si accede solo tramite invito. Questa strategia, che ha contribuito al successo di Gmail e al fallimento di Wave, ha alimentato l’ennesima caccia sul web a un “biglietto” per entrare. Lo stesso motore di ricerca ha prima aperto l’accesso a nuove persone, salvo bloccare tutto dopo poche ore a causa di un numero di domande definito “folle”. In queste ore le persone invitate vengono quindi accolte solo in parte sul sito, generando ancora più curiosità tra coloro che restano fuori.

L’inizio. Una volta entrati su Plus si viene invitati a completare il proprio profilo (chi ha già un Google profile non ne ha bisogno) e una schermata di benvenuto spiega le principali funzioni. Ma dando uno sguardo alla home page la reazione non può che essere una: è fin troppo simile a quella di Facebook, solo che al posto del blu ci sono i toni del grigio. I comandi in bella mostra sono praticamente gli stessi e persino la loro disposizione sulla schermata richiama le scelte di design fatte dal sito di Palo Alto. Ci sono le canoniche tre colonne, con quella centrale dedicata agli aggiornamenti e quelle laterali ai vari comandi: in alto è possibile inserire uno stato, una foto, un video o un link, esattamente come su Facebook. L’unica differenza è che su Plus si può condividere la propria posizione geografica anche nella versione per pc e non solo attraverso il mobile.

La privacy e le amicizie. Per trovare le prime differenze tra i due siti bisogna scavare più a fondo e arrivare alla differente gestione della privacy e dei propri contatti. Su Plus non serve chiedere l’amicizia a una persona e aspettare che questa accetti per vederla: c’è un sistema diverso, basato sulle “cerchie” (circle nella versione inglese): Ogni utente inserisce i propri contatti in delle cerchie: amici, conoscenti, persone che seguo. Quando ci si trova a condividere un commento o un contenuto, un box chiede con chi si vuole condividerlo: con tutti o solo con una cerchia specifica. Si tratta quindi di una via di mezzo tra Facebook e Twitter e su cui punta molto Plus per ritagliarsi il suo spazio online. Vale la pena ricordare che su Facebook è possibile modificare le impostazioni di condivisione, ma le opzioni standard prevedono solo la possibilità di condividere con gli amici, con gli amici degli amici o con tutti e per ottenere qualcosa di simile a quanto prevede Plus è necessario un lungo lavoro sulle liste di amici, non proprio alla portata di tutti.

Il profilo. Quando si parla di profilo torna subito la similitudine con Facebook: comandi, funzioni, posizioni della foto sono praticamente gli stessi. Senza soffermarci troppo su quello che già tutti conoscono, l’unica differenza degna di nota è costituita dal tasto +1. Si tratta della versione “made in Google” del Like di Facebook, che compare anche sulle ricerche attraverso Google.it. Tutti i contenuti su cui è stato cliccato +1 finiscono così elencati in una specifica pagina del profilo, oltre ad essere evidenziati agli amici al momento di una ricerca sul web. Vale la pena sottolineare come al momento non sia possibile creare nulla di simile alle “Pagine” di Facebook, anche se sono previste in futuro una serie di novità sul fronte business.

Le foto. L’opzione che più di tutte ha regalato il successo a Facebook è stato il tag delle foto e Google in questo campo si è limitata a “prendere ispirazione” dal rivale, salvo modificare alcuni dettagli. Su Plus esiste infatti una sezione per vedere tutte le foto dei propri amici nella stessa pagina, oltre alla possibilità di scremarle in base alla cerchia o alla persona specifica. Questa visualizzazione si dimostra graficamente interessante e di sicuro effetto, ma non è certo una rivoluzione.

La chat video. E’ una delle perle di Plus, una delle poche opzioni davvero in grado di fare la differenza. Sul sito è possibile attivare una chat video (il nome inglese è Hangouts) senza scaricare alcun programma e invitando fino a dieci amici delle proprie cerchie. In questa chat è possibile parlare in videoconferenza, scrivere con la tastiera o guardare dei video di YouTube insieme e commentarli. L’applicazione funziona senza intoppi ed è divertente. Non sembra un caso che Facebook sia subito corsa ai ripari, annunciando per i prossimi giorni l’arrivo di una funzione in collaborazione con Skype a cui spetterà il compito di toppare questa falla pericolosa.

Gli spunti. Un’altra grossa differenza tra Plus e Facebook è la sezione Spunti (Sparks in lingua originale): basta inserire un proprio interesse per ricevere un feed di notizie a questo collegato. I pareri sull’utilità di questa funzione sono contrastanti, ma l’impressione è che Google abbia ancora molto da fare per migliorarla. Nella nostra prova “Spunti” ha mostrato tutti i limiti di Google News: le notizie non sembrano filtrate bene né per la loro reale importanza per l’utente, né per le fonti utilizzate. Aggiungendo l’interesse “calcio”, nel nostro profilo sono apparse informazioni circa la squadra di Barletta, senza però che avessimo mai manifestato alcun interesse per il calcio pugliese o per le serie minori (il Barletta milita in Lega Pro). Una piccola delusione è anche arrivata dal fatto che Plus non ha suggerito interessi a noi vicini, nonostante chi scrive faccia un uso intensivo di Google Reader e segua attraverso questo programma decine di siti di tecnologia: capire quali potessero essere le aree di interesse non era impossibile per il motore di ricerca.

Il cellulare
. E’ un aspetto forse sottovalutato ma che potrebbe fare la differenza: insieme a Plus, Google ha lanciato un’applicazione per Android che ne valorizza tutto il potenziale e una versione mobile ottimizzata. Sui cellulari sono disponibili le diverse funzioni del sito (ma non la videoconferenza) e anche un sistema di messaggistica tra gruppi di nome Huddle che potrebbe agilmente sostituire gli sms all’interno della cerchia di amici. L’applicazione per Android permette anche di caricare le foto istantaneamente su Plus.

Le notifiche. Google ha deciso stavolta di usare tutti i mezzi a sua disposizione, e si vede. Il paradosso di Plus è che, almeno in teoria, è possibile usarlo senza neppure entrarci. Una volta iscritti al social network infatti, le notifiche e le informazioni su quello che è successo lì dentro vengono spedite da Google in tutta una serie di suoi servizi: Gmail, Google doc già oggi e presto anche in altri. Mentre leggete una mail o scrivete un documento, in alto a destra comparirà un numeretto che vi informa su un tag, un nuovo amico o una conversazione su Plus: basta cliccare e si apre una piccola finestra che vi tiene aggiornati su cosa è successo, senza dover abbandonare la mail in corso di scrittura. Le notifiche saranno di sicuro il gancio più importante per non far dimenticare questa piattaforma a chi usa uno qualsiasi dei servizi di Google.

Applicazioni. Per adesso il capitolo resta vuoto: in questa fase quello che c’è su Plus è solo quello che ha fatto Google. Niente giochi, programmi, test o altre amenità, almeno per ora. I blog americani hanno però già scovato nel codice sorgente del sito alcune tracce di un prossimo arrivo dei giochi, mentre dal motore di ricerca fanno sapere che presto saranno diffusi le API che permetteranno ai programmatori di popolare il sito con i loro lavori. Il giudizio su questo punto resta quindi sospeso e si tratta di un aspetto da non sottovalutare: senza FarmVille, PetSociety e soci, quanti utenti avrebbe oggi Facebook?

Chi vincerà? Resta quindi da capire se davvero Plus potrà battere Facebook e diventare il re dei social network. Difficile esprimere pareri validi per tutti, ma l’impressione è che oggi non esista un motivo valido per lasciare Facebook e adottare Plus. Per quanto il sito di Google sia pulito, pieno di funzioni e con un eccellente potenziale (si guardi la chat video), non riesce a distinguersi nettamente da Facebook e le differenze sul fronte privacy non sono sufficienti a far trasferire 700 milioni di persone da un sito all’altro. La carta privacy Google avrebbe dovuto giocarla qualche anno fa, quando su questo fronte Facebook era in seria difficoltà e non aveva ancora sfoderato tutti gli aggiustamenti che, bene o male, gli utenti hanno imparato ad utilizzare.

Le funzioni che mancano su Plus sono tante, le applicazioni devono ancora arrivare, e c’è quella sensazione di “già visto” che rischia di affossare il successo del progetto. Di sicuro Plus sarà in grado di ritagliarsi la sua nicchia tra gli appassionati, e non bisogna dimenticare che è ancora in fase sperimentale, ma per il mercato di massa Facebook è ancora in netto vantaggio. La partita è comunque appena cominciata e, conoscendo Google, le sorprese nei prossimi mesi non mancheranno.

Per Repubblica

La vera storia di Facebook

“E’ la società più interessante che abbia mai visto, e Mark Zuckerberg la persona più visionaria che abbia mai incontrato”. Con queste parole David Kirkpatrick, già giornalista specializzato in tecnologia della testata americana Fortune, spiega perché ha deciso di mettere su carta la storia di Facebook, il sito che ha cambiato la rete, ha occupato le pagine dei giornali di tutto il mondo ed è persino diventato protagonista di un film da Oscar.

Nelle trecento pagine del suo Facebook, la storia, edito da Hoepli e appena pubblicato anche in Italia, Kirkpatrick ricostruisce il fenomeno dalle origini ai giorni nostri con un lavoro estremamente documentato e dai toni più oggettivi e meno scandalistici rispetto al film “The Social Network”. Ne esce un ritratto di insieme del fenomeno del momento, dall’entusiasmo giovanile dei fondatori ai tempi di Harvard alle offerte miliardarie per l’acquisto, passando per gli scandali che hanno accompagnato il successo: i guai con la privacy, le proteste degli iscritti, i problemi legali sulla proprietà. Senza dimenticare gli effetti che Facebook ha avuto nel modo circostante, aiutando le persone ad alimentare movimenti di protesta, a scambiare idee, a tenersi in contatto.

“Facebook sta cambiando il mondo e il suo obiettivo è proprio questo  -  spiega a Repubblica.it David Kirkpatrick – è un’incredibile combinazione di tecnologia e sviluppo sociale: ha capito che c’era un’evoluzione in atto della società e l’ha alimentata”.

Sette anni fa Facebook era nel pc di uno studente di un college, ma fuori i concorrenti erano già agguerriti. Come ha fatto a conquistare seicento milioni di iscritti, scacciando dal mercato gli altri?

“Gli altri social network delle università sono stati semplicemente sconfitti dalla competitività di Zuckerberg: avevano un buon dna, ma la gestione non era all’altezza. Un discorso a parte meritano i colossi come MySpace e Friendster. Quando Facebook nasceva era MySpace il social network dominante. Ma Facebook ha da subito avuto una differenza: dovevi usare il tuo nome e i tuoi amici reali, e questo cambia le cose. Non bisogna poi sottovalutare che Facebook è sempre stata una compagnia tecnologica, mentre MySpace era una media-company. Alla fine è più facile che sopravviva una società che vive di tecnologia rispetto a una che vive di marketing”.

Mentre Facebook cresceva e conquistava milioni di utenti nel mondo, un peso sempre maggiore lo acquistava la figura del suo fondatore Mark Zuckerberg, oggi il più giovane miliardario del mondo. E’ sempre lo stesso ragazzino di Harvard?

“No, affatto. Quando fai partire una compagnia a 19 anni, se non cresci anche tu, avrai grossi problemi e non avrai chance di successo. Mark nel tempo è diventato più risoluto e sicuro sulle sue potenzialità da manager. E’ sempre stato convinto di poter fare qualsiasi cosa, ma non riteneva di essere capace di gestire quello che creava e aveva in orrore l’idea di fare business. Poi è invece riuscito a creare una vera società, che quest’anno avrà incassi per 5 miliardi di dollari. E’ anche più a suo agio nel ruolo di persona pubblica: prima del film e della copertina di Time era già conosciuto negli States, ma adesso è una vera celebrity”.

Da un lato Zuckerberg e la strepitosa crescita di Facebook, dall’altra tutto il gruppo di fondatori che si sfila uno dopo l’altro e lo lascia solo. E’ davvero impossibile lavorare con “Zuck”?

“Credo che sia difficile. E’ una personalità molto forte e ha il completo e totale controllo della società. A un certo punto diventa difficile lavorare per qualcuno quando il tuo parere conta così poco. Però le storie dei fondatori sono molto diverse: Saverin è stato cacciato, D’Angelo aveva difficoltà a lavorare con Mark perché si è sempre ritenuto un programmatore migliore e capace di fare da solo (e andandosene da Facebook ha fondato Quora ndr), Parker non era una persona adatta a lavorare in una società di questo tipo. Poi c’è Moskovitz, che ha capito che la sua influenza era limitata e ha deciso di lasciare per fare qualcosa da solo. Un altro è Cris Hughes che se ne è andato dicendo che resterà amico di Mark, ma che è impossibile lavorare con lui. O anche Matt Cohler. Mark mi ha confessato più volte di essere dispiaciuto della dipartita soprattutto di tre di loro: Moskovitz, Cohler e D’Angelo e che avrebbe cercato di riportarli con lui. In ogni caso non è stata una perdita grave per Facebook, che ha potuto sostituirli con persone all’altezza. Ma è stata dolorosa per Zuckerberg”.

Facebook è solo Zuckerberg insomma. Non è rischioso?

“Se da una parte è fondamentale avere una persona capace di decidere tutto da solo, dall’altro quando l’azienda diventa gigantesca c’è il rischio di commettere dei grossi errori che facciano crollare tutto. In questo senso Zuckerberg negli ultimi tempi si sforza di consultare il consiglio di amministrazione e altri prima di fare delle scelte. Rimane il fatto che è il decisore unico e ultimo, e questo può essere pericoloso per Facebook”.

L’influente blog della Silicon Valley TechCrunch ha consigliato il tuo libro, ma ha anche sottolineato che è scritto da una persona che ama Facebook…

“Ho provato ad essere oggettivo come ogni giornalista, ma è impossibile esserlo del tutto perché ho comunque delle opinioni. E’ vero però che sono un sostenitore di Facebook: credevo nelle potenzialità di questa società quando aveva 9 milioni di utenti e non mi devo scusare di essere un “entusiasta”. Alcune critiche mi sono state rivolte perché non ho dato troppa importanza alla storia dei gemelli Winklevoss (la causa sulla proprietà di Facebook di cui parla il film The Social Network ndr) ma la ritengo quasi insignificante”.

Restiamo sulla paternità contesa di Facebook. Saverin, i gemelli Winklovess e adesso persino un tale Paul Ceglia. Sicuro che Zuckerberg non menta?

“Il fallimento è orfano, il successo ha tanti padri. Quando arriva il successo compaiono come funghi quelli che non hanno credito. Tutti loro sono stati in qualche modo coinvolti nella storia di Zuckerberg, ma solo Saverin ha realmente interagito con Facebook. Solo che non ha creduto nell’idea e non l’ha seguita nella sua crescita e per questo è stato estromesso. I Winklevoss, per quello che so, non hanno mai avuto nulla a che fare con Facebook: se Zuckerberg ha rubato le loro idee, loro stessi le avevano rubate prima a qualcun altro. Per quanto riguarda Ceglia è un po’ più complicato, ma io penso sia un bugiardo. Forse ha condiviso un progetto con Zuckerberg nel 2003, ma non credo che Zuckerberg sia stato così stupido da vendere metà Facebook per mille dollari prima ancora di lanciarlo. Scopriremo in tribunale se ha qualche diritto, ma è stato in silenzio per sette anni prima di parlare. Dove era nel frattempo?”

Nel libro sei piuttosto critico con il film The Social Network, che ha reso famosi gli inizi di Facebook.

“In realtà il film mi è piaciuto, ma non racconta la vera storia. Hollywood è fatta per divertire, non per informare e chi crede cecamente a quello che vede deve avere qualche problema. Prima di guardare il film molta gente non ha idea di quale sia la storia di Facebook e quindi la pellicola rischia di confondere loro le idee: ci sono tante falsità e tante cose vere mischiate insieme. Secondo me la personalità di Zuckerberg è stata tracciata male. Il film ne celebra l’intraprendenza, ma lo dipinge come più debole e arrabbiato di quello che è. Il vero Zuckerberg è molto diverso”.

Per Repubblica

Italia, l’invasione delle app

Digitiamo sempre più sms, chiamiamo di continuo e spendiamo molto più degli scorsi anni per collegaci alla rete con gli smartphone e scaricare le applicazioni. Il rapporto quasi simbiotico degli italiani con i cellulari non accenna a raffreddarsi, ma l’uso che facciamo di questo mezzo si sta evolvendo in fretta. A testimoniarlo sono gli ultimi numeri di uno studio realizzato dall’Osservatorio Mobile Internet della School of Management del Politecnico di Milano, che ha monitorato tutti i capitoli di spesa degli italiani quando si parla dell’uso del cellulare.

“Si è attivato un circolo virtuoso che ci induce a parlare di Mobile Revolution – spiega Andrea Rangone, Responsabile Osservatori ICT del Politecnico di Milano – Perché rivoluzionarie sono le peculiarità del mezzo che possono essere sfruttate, l’impatto che il Mobile avrà sul comportamento del consumatore e quello che avrà anche sulle imprese e sulle pubbliche amministrazioni”.

Lo studio dell’Osservatorio fotografa un settore in rapida evoluzione, che nel suo complesso di connessioni, contenuti e pubblicità vale ormai 1.121 milioni di euro in un mercato, quello delle telecomunicazioni mobili. da oltre 20 miliardi e mezzo di euro. Le connessioni e i contenuti hanno registrato una crescita del 7% dopo lo stop dell’anno scorso. Ma dietro questa cifra ci sono settori in rapido declino e altri che fanno ormai la parte del leone e che nei prossimi tempi incideranno sempre più nel mercato. Si parte dalle connessioni da cellulare, cresciute del 27% in un solo anno e per le quali gli italiani spendono più di mezzo miliardo di euro. La diffusione di dispositivi sempre più “web-centrici” ha fatto bene soprattutto ai contratti flat, sottoscritti ormai da quasi 4 navigatori mobili su 10 e in crescita del 43% rispetto al 2009.  Questa esplosione di nuove collegamenti porta a 11 milioni il numero degli italiani che va in rete dal cellulare, quasi la metà di coloro che si connettono dal pc di casa e dell’ufficio. Una connessione più breve e “ripetitiva” di quella tradizionale però, che dura in media mezz’ora al giorno e ripercorre sempre gli stessi siti.

L’altro grande settore in forte espansione non poteva che essere il mercato delle app: Appstore di Apple, Android market, Ovi Store di Nokia e GetJar sono solo alcuni dei più conosciuti “negozi” di programmi per cellulari, ma all’elenco si sono aggiunti di recente gli store degli operatori telefonici. Questo piccolo universo, che fino al 2008 attirava meno dell’1% della spesa per i contenuti mobili, ha registrato una crescita del 113% nell’ultimo anno e adesso vale il 9% della torta. Un valore però di gran lunga inferiore a quello generato dai contenuti “tradizionali” come le suonerie, i giochi e gli sms di dating che, suppure in calo da qualche anno, continuano ad attirare il 91% della spesa complessiva degli italiani.

“Nonostante il grande fermento di tutti gli attori del mercato per il boom degli smartphone venduti e delle Applicazioni sviluppate, le dinamiche di crescita si dimostrano forse più lente di quelle che qualcuno ipotizzava – commenta Filippo Renga, Responsabile della Ricerca Mobile Internet, Content & Apps – Si tratta di un mercato che necessita di tempo per trasformare gli enormi numeri riguardanti offerta e download in ricavi, sia pay che pubblicitari”.

Le sfide dei prossimi anni, su cui sono puntati gli occhi di tutti gli osservatori, sono la diffusione della rete ultraveloce mobile nel paese, la sempre maggior penetrazione degli smartphone tra i consumatori (settore in cui l’Italia è già all’avanguardia), la battaglia trai diversi sistemi operativi mobili e il ruolo delle piattaforme di pagamento mobile. La rivoluzione è appena cominciata.

Scritto per Repubblica

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