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Apple presenta il nuovo Safari

Si apre un nuovo capitolo nella guerra dei browser. Apple ha reso disponibile al download l’ultima versione del suo programma per navigare in internet: Safari 4. Secondo la casa di Cupertino, gli internauti si trovano di fronte al “più veloce e innovativo browser sul mercato”, dichiarazione confermata dai test sul caricamento dei contenuti Javascript, trenta volte più veloci sul nuovo Safari che su Internet Explorer 7 e tre volte più veloci rispetto a Firefox 3.

Il comunicato diramato dalla società si “dimentica” invece di rendere noto il paragone rispetto a Chrome, il browser lanciato in estate da Google che ha sempre ottenuto i migliori risultati in termini di velocità. Semplice casualità o margini troppo risicati, questo non è dato saperlo.

Il mercato. Proprio la rivalità con il neonato programma del motore di ricerca è un elemento da non sottovalutare. Secondo i dati NetApplications, Safari è il terzo browser per diffusione con l’8% del mercato, ben lontano dal 21% di Firefox e dal 67% di Internet Explorer. Google Chrome, complice la recente pubblicazione, è solo quarto con poco più dell’1%.

Tuttavia il programma del motore di ricerca si appresta a giugno a fare la sua apparizione anche sui sistemi della Mela, con il pericolo per Apple di perdere punti preziosi proprio nel momento di maggior fortuna, propiziato anche dal successo di iPhone e iPod Touch, equipaggiati anch’essi con Safari.

Le novità. Discorsi di mercato a parte, Safari mostra tante novità. Oltre alla già citata velocità ottenuta grazie al motore Nitro JavaScript, il browser di Cupertino punta con decisione sulla compatibilità ai nuovi standard del web (tra cui Html 5 e Css 3), ed è il primo in versione stabile a superare a pieni voti il test Acid 3, creato proprio per verificare questo elemento.

La concorrenza su questo punto è un po’ indietro, anche se le ultime versioni alpha (cioè solo per sviluppatori e fortemente instabili) di Opera 10 e Chrome 2 hanno superato il test Acid 3, mentre i primi della classe Firefox e Internet Explorer sono stati rimandati.

Tra le nuove funzioni proposte ci sono: “Top sites”, un display che mostra le pagine più visitate per renderle raggiungibili con un solo click; “Cover Flow”, un sistema di navigazione tra segnalibri e cronologia mutuato dalla selezione dei brani e degli album di iTunes; una migliore gestione delle ricerche tra le pagine e gli indirizzi visitati e tanti altri piccoli accorgimenti. Infine la Apple non dimentica gli utilizzatori di Safari su Windows, migliorando alcuni elementi grafici nella visualizzazione sui sistemi non Mac.

Jobs. Tante novità, piccole e grandi, sono state comunicate il 24 febbraio, giorno del compleanno di Steve Jobs. Il leader della Apple festeggerà però i suoi 54 anni lontano dall’azienda, da lui stesso fondata, a causa dei seri problemi di salute che lo hanno costretto a mettersi da parte e sulla cui gravità continuano ad alimentarsi i rumors. Tra le fredde strategie che ogni azienda deve rispettare, forse i colleghi di Jobs hanno voluto fare così un piccolo augurio di pronta guarigione al loro indiscusso capo.

Scritto per Repubblica

Kindle 2, il nuovo gioiello di Amazon

Qualcuno lo definisce “l’iPod degli ebook”, per tutti gli altri è semplicemente il Kindle. Con una grande presentazione alla Morgan Library and Museum di New York, è stato mostrato al mondo il Kindle 2, l’ultimo lettore portatile di libri digitali del colosso americano Amazon. Il celebre sito di commercio elettronico continua a scommettere sul suo piccolo gioiello che, nei piani dell’azienda, darà un senso nuovo alla lettura, rivoluzionando il concetto di libro “che non è cambiato molto negli ultimi cinquecento anni”, come affermato dal fondatore di Amazon, Jeff Bezos. Un prodotto che non vuole limitarsi agli appassionati di tecnologia e che punta con decisione al mercato generalista, come dimostrato dalla pubblicazione in esclusiva di un libro di Stephen King.

Il primo Kindle. Il Kindle 2 è, nei fatti, un’evoluzione sensibilmente migliorata del suo predecessore, presentato nel novembre del 2007 e accolto da un successo forse inatteso dalla stessa azienda produttrice. Nonostante i dati di vendita ufficiali non siano mai stati diffusi, gli analisti di Citigroup stimano che la prima versione dell’ebook abbia venduto circa 500 mila pezzi, una cifra consistente che lo ha portato al tutto esaurito dal novembre del 2008. L’arrivo sul mercato dell’ebook era stato inoltre apostrofato con scetticismo da molti esperti, convinti che il business dei libri digitali non avesse più nulla da dire. Una considerazione rivelatasi profondamente errata.

Il nuovo Kindle. Ma cosa offre esattamente l’ebook di Amazon? Il Kindle 2 si presenta elegante e sottile: venti centimetri per dodici e un ampio schermo da 6 pollici con risoluzione 600×800 a 16 toni di grigio. Quello che stupisce è lo spessore, appena 9 millimetri: in pratica più sottile di un iPhone (12 millimetri). Sotto lo schermo c’è una tastiera completa, utile per prendere appunti o per cercare parole specifiche all’interno di un testo o nel vocabolario integrato (da 250mila lemmi). Per controllare la navigazione tra le pagine ci sono 4 pulsanti laterali e un piccolo joystick, mentre sono state migliorate la capacità della batteria (fino a 2 settimane), la velocità di aggiornamento dello schermo e la memoria interna, arrivata ora a 2 giga. Tra le nuove features presenti, merita una citazione “Read-to-Me”, un’applicazione che consente ai più pigri di farsi leggere le storie direttamente dal Kindle, attraverso i due piccoli altoparlanti posti sul retro o con gli auricolari.

I titoli fanno la differenza. Amazon ha incrementato la sua offerta digitale. Oltre 230 mila tra romanzi e altre opere letterarie sono disponibili nello store online al prezzo di 9,99 dollari: numeri che ricordano non a caso il prezzo dei singoli brani su iTunes (0,99 dollari). L’acquisto e la distribuzione di libri e giornali digitali avviene grazie a una connessione Wifi su rete 3g, assolutamente gratuita per l’utente. Secondo quanto dichiarato da Amazon, un libro arriva su Kindle in meno di 60 secondi, mentre lasciando accesa la periferica nella notte viene automaticamente “recapitato” il giornale per cui si è sottoscritto l’abbonamento. Niente più ragazzi in bicicletta che lanciano il quotidiano in giardino, insomma.

L’esclusiva. Per convincere gli scettici che il Kindle non è pensato solo per gli “early adopters”, i pionieri tecnologici che acquistano un prodotto prima che questo raggiunga il successo, Amazon ha pensato di assoldare Stephen King. Lo scrittore statunitense pubblicherà il suo romanzo, Ur, una storia horror con al centro proprio un Kindle. Nonostante sia impossibile esprimere un giudizio sull’opera prima di averla letta, molti fan dello scrittore hanno espresso un comprensibile disappunto sulla scelta della trama.
A sperare nel successo di Kindle non c’è solo King, ma l’intera industria dell’informazione americana. Come precisato da Forbes, al destino dell’ebook di Amazon sono in parte legati quelli dei giornali statunitensi, che grazie al Kindle potrebbero rilanciare delle campagne abbonamenti e rimediare così al costante calo di copie vendute in edicola.

I dubbi. L’ottima impressione suscitata dal Kindle 2 non gli ha però evitato alcune critiche. La prima è il prezzo: proprio come il predecessore e diversamente da quanto trapelato alla vigilia, il prodotto di Amazon verrà venduto a 359 dollari, considerati troppi per sfondare sul mercato generalista, anche a causa della crisi economica in atto. Non si può poi sottovalutare il rischio opposto, cioè che un eccesso di domanda porti, come fu per il primo Kindle, a un permanente stato di sold out, con il rischio di portare molti potenziali acquirenti tra le braccia della concorrenza (in particolare di Sony).

Il dubbio ebook. L’ultimo dubbio è poi legato alla stessa natura degli ebook. Nonostante le vendite del primo Kindle, le obiezioni sollevate allora sono valide ancora oggi. Il successo degli iPhone, combinato con il recente arrivo di Google Books Mobile, concede a milioni di americani la possibilità di leggere titoli in mobilità senza acquistare il gioiello di Amazon. Certo, il luminoso schermo degli iPhone e degli iPod Touch non è pensato per le sessioni di lettura come quello grigio del Kindle, tuttavia in tempo di crisi più di un consumatore potrebbe arrangiarsi. La strada per diventare il “prossimo iPod” è quindi ancora lunga.

Scritto per Repubblica

Forbes, Grillo tra le star del web mondiale

Con oltre un miliardo di persone che si collegano regolarmente a internet, chi può davvero definirsi una celebrità della rete? A cercare di dare una risposta ci pensa Forbes, la rivista statunitense di finanza ed economia, famosa per le classifiche stilate regolarmente. Nella terza edizione della“top 25 web celeb” ci sono imprenditori del web, blogger, esperti di gossip, studiosi dei media e comici, come Beppe Grillo, primo e unico italiano a comparire nella graduatoria.

Il podio. A vincere per il secondo anno consecutivo è Perez Hilton, al secolo Mario Lavandeira, spietato esperto di gossip e curatore dell’omonimo sito perezhilton.com, dalle cui colonne non manca di commentare con cinismo e sarcasmo tutte le vicissitudini dei divi di Hollywood, divertendosi a “correggerne” le foto con commenti al vetriolo o dettagli artigianali. Lo stesso nome d’arte di Lavandeira deriva da una delle sue vittime preferite, l’ereditiera Paris Hilton, protagonista di centinaia di post nel suo blog.

La medaglia d’argento spetta invece a Michael Arrington, editore e fondatore del blog TechCrunch.com, specializzato nella recensione e analisi dei servizi delle rete, con una particolare attenzione alle start up della Silicon Valley. Techcrunch è oggi uno dei punti di riferimento del panorama informativo sul cosiddetto web 2.0, lettura immancabile per appassionati del settore, investitori e venture capitalist a caccia della prossima “big thing”, cioè società che come Google o Facebook partano dal basso per poi diventare uno dei giganti della rete. Il successo di Arrington, dal cui giudizio dipendono in parte le sorti di tante nuove realtà del web, lo ha reso uno dei soggetti più odiati dell’intera blogosfera, tanto che dopo numerose minacce di morte ed episodi sgradevoli, ha deciso di prendersi un mese di vacanza dal sempre più litigioso ambiente delle start up.

Sul gradino più basso del podio si trova Kevin Rose, il 31enne fondatore nel 2004 dell’aggregatore digg.com, che permette agli utenti di segnalare notizie, commentarle e votarle. Il sito, uno dei 100 più visti negli Stati Uniti ma meno conosciuto in Italia, è stato spesso al centro di voci sul possibile acquisto da parte di Microsoft e Google (si parlò di 100 milioni dal motore di ricerca), ma fino ad oggi è rimasto indipendente.

Gli altri. Tra gli altri nomi presenti nella graduatoria, la maggior parte sono “addetti ai lavori” americani: Om Malik (16°), Robert Scoble (11°), Pete Cashmore (5°), Cory Doctorow (5°) e Briam Lim (21°) sono tutti blogger di siti che si occupano di web 2.0 o gadget. Una delle poche eccezioni della classifica è Beppe Grillo, definito dalla rivista “una vera celebrità del web a livello mondiale”, il cui blog è disponibile anche in inglese e giapponese.

La rilevazione. Per stabilire in modo il più possibile oggettivo chi si potesse definire una web celebrity, i redattori diForbes hanno prima creato una lista di 250 persone famose grazie alla Rete, premurandosi di escludere quelli la cui celebrità è precedente all’approdo su internet (come Arianna Huffington dell’Huffington Post) e in seguito hanno valutato cinque fattori. Sono stati presi in considerazione: i risultati di Google, la graduatoria del sito sul sistema di rilevazione Alexa.com, il rank del blog sull’aggregatore Technorati, le citazioni di stampa e tv tratte da Factiva.com e infine il numero di “followers” su Twitter.

Gli esclusi. Come ogni classifica che si rispetti, non poteva mancare la parallela lista degli esclusi. Oltre a numerosi nomi poco noti ai non americani, una pesante assenza è quella di Mark Zuckenberg, il fondatore di Facebook classificatosi ottavo lo scorso anno. Forbes si giustifica affermando che Zuckenberg è stato escluso dai candidati perché ormai la sua fama travalica la Rete. Per quest’anno si dovrà accontentare del 785esimo posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo.

Scritto per Repubblica

Google fuori uso per 40 minuti

Google, il motore più utilizzato al mondo, è rimasto fuori uso per circa 40 minuti, mettendo in allarme la rete. Tentando di eseguire una qualunque ricerca sul sito di Mountain View, sia in Italia che negli altri paesi, ogni risultato veniva indicato come potenzialmente dannoso e, se si decideva di proseguire comunque, l’utente veniva indirizzato a una pagina che lo invitava a riprovare più tardi perché il sito poteva presentare del malware, cioè dei software dannosi per il computer. Problemi ci sono stati anche per il sito delle news.

L’errore. Per impedire l’accesso a siti “sospetti”, Google adotta da anni un sistema di diagnostica che avverte gli utenti sui possibili rischi che corrono navigando in questi spazi web. Oltre ad avvertire il navigatore, il motore di ricerca blocca l’accesso diretto al sito, costringendo chi sia proprio convinto della sua scelta a scrivere direttamente sulla barra di navigazione del browser l’Url del sito in questione. Nei 40 minuti di problemi, che verranno ricordati come i peggiori nella pur breve storia del motore di Mountain View, ogni pagina web è stata erroneamente considerata infetta, rendendola di fatto irraggiungibile da Google.

Di più, le spiegazioni offerte dal motore di ricerca sulla pagina di diagnostica (http://www.stopbadware.org/), a causa della contemporanea richiesta di milioni di utenti da tutto il mondo, sono andate fuori uso, lasciando nel dubbio sul da farsi tutti coloro che hanno eseguito una query.

Le cause. Dopo alcune ore di silenzio, il motore di ricerca ha spiegato, con un post sul blog ufficiale firmato dalla vice presidente Marissa Mayer (http://googleblog.blogspot.com/2009/01/this-site-may-harm-your-computer-on.html), le cause del bug. Nessun problema con gli algoritmi, bensì un semplice errore umano. Il motore di ricerca lavora infatti insieme a un ente no-profit, il già citato stopbadware, i cui dipendenti compilano delle lunghe liste di siti pericolosi, in base alle segnalazioni di varie fonti. L’ultimo aggiornamento di questa lista, ricevuto in mattinata (nel pomeriggio in Italia), non è stato correttamente processato e ha portato il motore a considerare tutti i siti come potenzialmente pericolosi, invece di limitarsi a quelli segnalati da stopbadware. Il momentaneo “guasto” che ha investito il motore di ricerca non ha interessato i tanti altri servizi del sito come Gmail o i Gruppi. Le News erano invece già state al centro di alcune segnalazioni da parte di utenti americani nei giorni scorsi, che lamentavano difficoltà nell’accesso, e prontamente sistemate.

La rete. In pochi secondi la notizia ha fatto il giro del mondo e sul servizio di microblogging Twitter, (http://search.twitter.com/search?q=google) centinaia di utenti hanno segnalato lo stesso problema da ogni parte del pianeta. Adesso che il problema è stato risolto si attendono le spiegazioni ufficiali dal Googleplex e già iniziano i processi a “Big G”, per la prima volta mostratasi debole nel suo core business.

Scritto per Repubblica

Tim Cook, il reggente di Steve Jobs

Ma chi è esattamente Tim Cook, classe 1960, il “principe reggente” che siederà sul trono Apple di sua maestà Steve Jobs per i prossimi sei mesi, quelli in cui il n.1 cercherà di curarsi da una malattia adesso “più complicata del previsto”? Chi è il manager chiamato a guidare l’azienda di Cupertino – che dopo l’annuncio del suo n.1 oggi ha aperto in calo del 4,5 per cento a Wall Street – in un mercato agitato dai primi effetti della crisi globale? Il chief operating officer (in italiano “direttore operativo”) della mela è poco conosciuto ai più, dettaglio che emerge subito guardando la sua scarna pagina su Wikipedia: giusto poche righe che ripercorrono i suoi trascorsi universitari in Alabama e l’ingresso nel mondo del lavoro, dodici anni alla Ibm e poi, ma solo per pochi mesi, alla Compaq. Prima del grande salto del 1998, chiamato proprio dal rientrante Jobs per rilanciare la casa di Cupertino.

Un rilancio perfettamente riuscito, che ha portato la compagnia al vertice del mercato dei lettori musicali portatili e degli smartphone, con iPod e iPhone, e a una notevole ripresa su quello dei computer con i nuovi iMac e Macbook. Un’incredibile serie di successi che per stampa e mercato hanno un unico artefice, l’onnipresente Jobs.

Ma esiste davvero una persona in grado di raccoglierne l’eredità? Secondo lo stesso Steve, costretto in un angolo per motivi di salute, la figura che fa al caso di Apple, almeno fino al suo ritorno, non può che essere Cook.

Una scelta che diventa chiara conoscendo meglio il nuovo leader “pro tempore”. Tim Cook è stato chiamato a Cupertino con il compito di riordinare la basi stesse della compagnia, cioè la produzione, la distribuzione e il servizio di sostituzione dei pezzi difettosi. Chiuse fabbriche e magazzini in giro per il mondo, ha portato la Apple ad esternalizzare la produzione di hardware, riuscendo così ad ottimizzare i tempi e le risorse e riducendo i tempi di permanenza in magazzino dei prodotti della mela. Un elemento come questo può apparire marginale per una compagnia come la Apple ma – come spiega il magazine Fortune in un articolo non a caso titolato “Il genio dietro Steve” – il successo di un marchio non può essere valutato solo sulla bellezza, ma anche sulla solidità della struttura che vi è dietro.

Le grandi capacità logistiche di Cook si fondono con il suo stakanovismo, non sempre apprezzato dai collaboratori, svegliati in qualche caso nel cuore della notte per delle riunioni straordinarie. A sentire chi ha lavorato con lui, ci si trova di fronte ad un professionista solido, capace di tenere le redini di un’azienda e di farne funzionare gli ingranaggi più minuti. Quindi perfettamente capace di rispondere alla chiamata di Jobs che gli ha affidato, non a caso, l’amministrazione ordinaria.

Proprio l’ordinarietà è forse la chiave di lettura di Cook. Gregario fidato di Steve Jobs ed eccellente manager, il suo punto debole risulta, almeno fino ad oggi, la parte sociale e creativa. Il numero due di Apple è sempre rimasto silenziosamente dietro le quinte, anche quando ha sostituito Jobs mentre questi veniva operato per il cancro al pancreas. La scarsa attitudine ai riflettori è un carattere che, secondo i suoi colleghi dell’università, è sempre stato presente e non poteva che accentuarsi vicino a uno come Jobs, egocentrico “frontman” dell’industria hi-tech. I quasi messianici discorsi di Steve contrastano con il carattere riservato di Cook, tanto che anche in assenza del leader, l’ultima relazione al Macworld è stata affidata a Schiller, il vice presidente del marketing di Cupertino.

Ultimo dubbio su Cook è il lato creativo: nessun esperto e analista se lo immagina a partorire il prossimo iPod. Per questo genere di cose sono più adatti altri manager della mela, primo tra tutti l’inglese Jonathan Ive, ovvero la mano che ha disegnato le linee, adesso tanto familiari a tutti, di iPod, iMac e iPhone.

Genio da un lato e solidità dall’altra. I fan della mela non esiterebbero un attimo a scegliere il primo. Eppure secondo alcuni analisti ad Apple domani servirebbe più la seconda, una sicurezza come Cook. Ma i discorsi sulla successione sono per ora rimandati, perché Jobs è in disparte, ma resta sempre il numero uno.

Scritto per Repubblica

Cercare su Google inquina?

Può davvero una semplice ricerca su un motore di ricerca – come Google, Yahoo! e tutti gli altri – essere inquinante? Secondo lo studio di Alex Wissner-Gross, fisico della prestigiosa Università di Harvard, la risposta è affermativa. Di più, ogni query eseguita sul motore di ricerca immetterebbe nell’atmosfera 7 grammi di anidride carbonica, equivalenti a circa metà della Co2 generata dal riscaldamento di una teiera. La ricerca, pubblicata sul sito del Times, ha subito scatenato le reazioni di blogger ed esperti, fino al commento ufficiale del motore di Mountain View, tutti concordi nell’affermare l’inesattezza delle cifre mostrate e una certa malafede nell’esporre il tutto.

Lo studio. “Una ricerca su Google ha adesso un suo preciso impatto ambientale”, ha affermato Wissner-Gross. Per arrivare alla cifra di 7 grammi, il fisico ha calcolato l’ammontare di energia spesa affinché l’interrogazione arrivi dal computer dell’utente ai server del motore di ricerca e ritorno. A causare la maggior parte dei consumi è il funzionamento di Google che, come molti altri servizi della rete, provvede a mandare una stessa interrogazione a più server dislocati in tutti il mondo, permettendo al navigatore di ricevere risposta da quello “più veloce”.

“Google è molto efficiente, ma il suo interesse primario è fornire ricerche velocemente, il che porta a bruciare una vasta quantità di energia”, ha proseguito il fisico che nella sua ricerca ha anche calcolato quanto “costa” al pianeta una pagina vista sul web con un normale browser, trovando come risposta una cifra che si aggira tra gli 0,02 g e gli 0,2 grammi di Co2 al secondo, in base alla presenza o meno di video e immagini.

L’articolo del quotidiano londinese, dopo aver riportato il parere di altri esperti che hanno leggermente ridimensionato le cifre, si chiude ammonendo che ogni nuovo servizio del web, con riferimento particolare al sito di microblogging Twitter, non è solo “divertimento e aria calda”, ma ha anche un prezzo ambientale.

La risposta di Google. Il motore di ricerca californiano non è rimasto fermo. Dalle pagine del suo blog, la società di Mountain View ha infatti smentito le cifre di Wissner-Gross, ricalibrando il peso di una ricerca a circa 0,2 grammi di Co2 ovvero 35 volte meno di quanto affermato dal fisico di Harvard e ricordato gli sforzi fatti per diminuire l’impatto ambientale sempre più gravoso dell’industria dell’information technology, che secondo gli analisti di Gartner emette nell’atmosfera la stessa quantità di gas serra del trasporto aereo, circa il 2% del totale.

In effetti Google è riconosciuta come una delle società più attente e “verdi”, fatto dimostrato dal suo investimento di 45 milioni di dollari (attraverso la fondazione Google.org) nelle fonti rinnovabili e dall’installazione di macchine server tra le più efficienti e “parsimoniose” al mondo. L’impegno del gigante californiano è poi confermato dalla co-fondazione, con la “nemica” Microsoft e i grandi produttori di pc, del “Climate Savers Computing Iniziative”, un gruppo con l’obiettivo di ridurre l’energia della metà l’energia elettrica usata dai computer.

Le critiche dei blog. Prima ancora che Google intervenisse nel dibattito, i blog e i siti tecnologici avevano già ripreso la ricerca preoccupandosi, nella maggior parte dei casi, di smontarla pezzo per pezzo. La più forte critica al Times è arrivata dal blog della Silicon Valley TechCrunch, che ricorda come Wissner-Gross sia anche il fondatore di Co2stats, non un sito di informazione ma una startup che si occupa di fornire a pagamento consulenze e certificazioni sull’impatto ambientale dei siti web.

Dalla blogosfera in generale, ma anche dagli stessi commenti degli utenti sul sito del Times, emerge l’insofferenza per questi proclami allarmistici. Ed in tanti si chiedono invece se Google non stia aiutando l’ambiente, permettendo con un click di non dovere andare fino a una biblioteca (consumando tempo e benzina) per consultare un libro che costa all’ambiente 2 chili e mezzo di anidride carbonica, uguali a circa 12mila ricerche.

Scritto per Repubblica

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