Articoli per ‘L’Espresso’



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Teletopi, web tv da podio

Fanno informazione, creano delle comunità territoriali anche su internet, denunciano quello che non funziona e promuovono le bellezze locali. Sono le centinaia di web tv diffuse ormai in tutta Italia che sempre più spesso, con pochi mezzi e tanto lavoro volontario, forniscono un nuovo punto di vista su quello che accade nei dintorni. Una realtà in costante crescita, che da qualche anno a questa parte si è anche meritata un premio dedicato: il Teletopo, evento organizzato dall’osservatorio Altra.tv e dalla Femi (federazioni dei media digitali indipendenti) e già dal nome chiaro rifreimento del fratello televisivo.

E proprio come gatto e topo sono specie differenti, anche le web tv hanno ormai sviluppato un linguaggio del tutto diverso rispetto alla televisione vera e propria, come dimostrano le mini emittenti premiate quest’anno.

Tra gli undici diversi ‘canali’ scelti dalla giuria composta da giornalisti ed esperti di comunicazione, c’è infatti un po’ di tutto, a prova di un settore ancora fluido e in continua espansione: secondo il monitoraggio di Altra.tv infatti, ci sono oggi non meno di 533 televisioni online in tutta Italia, con un tasso di crescita superiore al 50% rispetto al 2010.

Ecco allora che si portano a casa il loro topo sia gli amarcord di Sesto Tv, emittente di Sesto fiorentino con uno spazio dedicato al paese “come era una volta”, sia i ragazzi torinesi di Giovani in rete, con il loro sito che fornisce annunci di lavoro e consigli sui locali da frequentare in zona. Ad essere apprezzata online pare essere soprattutto l’informazione, magari quella non fornita dai canali tradizionali, come dimostra la vittoria dei ragazzi bolognesi di Crossing Tv, una rete realizzata da una redazione interculturale e molto attenta al tema dell’integrazione e dell’immigrazione, in onda su internet dal 2008, o Bari Tv, che fornisce notizie puntuali sul capoluogo pugliese.

A fianco dell’informazione ci sono poi la promozione e la comunità. Diverse amministrazioni pubbliche hanno capito il potenziale delle web tv e hanno investito in questo strumento o fornito il proprio supporto. Un esempio lo fornisce la tv della provincia di Trento, o il canale allestito per Riviera del Conero in provincia di Ancona.

Oltre alle iniziative promozionali e volontarie cresce anche il numero di realtà che, con le web tv, costruiscono anche un’attività redditizia. E’ il caso della modenese Board tv, un canale dedicato agli appassionati di sport su tavola come snowboard, skateboard e surf, che è stato premiato come web tv con il miglior piano di business. Un segno di maturità per tutto il settore, che partendo dal basso e dalle comunità vuole cercare di competere con i canali tv mainstream.
E il recente successo di Santoro sul web, oltre all’intenzione di Berlusconi di fondare una web tv politica, dimostrano che nei prossimi anni questo settore non potrà che attirare su di sé maggiori risorse.

Scritto per L’Espresso

Hanno clonato il Partito Pirata

Pirati d’Italia, dividetevi. Alla luce dei successi ottenuti in campo europeo, prima in Svezia e poi in Germania, alla prossima tornata elettorale nel nostro paese potrebbero infatti partecipare non uno, ma ben due diversi Partiti Pirata. Eh si, perché nonostante la campagna elettorale non sia neppure iniziata, ci sono già due formazioni pronte a combattere per quel nome che all’estero ha già riscosso un buon successo e che qui sta invece alimentando una guerra non tra galeoni e ciurme, ma tra comunicati, carte bollate e diffide varie.

Se in Germania il Partito Pirata ha conquistato 15 seggi nel parlamento di Berlino, mentre in Svezia nelle elezioni europee del 2009 ha raggiunto il 7,1% dei consensi (portando due suoi onorevoli a Strasburgo), in Italia un partito pirata non è mai andato ad elezioni. Ma adesso a contendersi il “titolo” di partito pirata italiano, da una parte c’è l’Associazione Partito Pirata, fondata nel 2006 e con presidente Athos Gualazzi, mentre dall’altra c’è il “Pirateparty, partito pirata italiano”, di più recente nascita e il cui portavoce è Marco Marsili.

«Noi siamo nati nel 2006, insieme al movimento svedese» spiega Athos Gualazzi, 63 anni e dipendente del Ministero delle Finanze in pensione, «Quindi rivendichiamo l’uso del nome. Quegli altri vogliono solo sfruttare la nostra notorietà. Per questo abbiamo inviato una lettera di diffida affinché smettano di usare il nostro nome o di definirsi nostri portavoce». E se un pirata arriva a chiedere di tutelare il copyright di un nome, significa che la situazione è grave. «Ma qui non si tratta di copyright», replica Gualazzi, «Noi vogliamo una profonda revisione delle leggi sul diritto d’autore. Qui parliamo di un vero e proprio furto d’identità. C’è un tentativo di depistare sin dall’inizio la nostra esperienza politica da parte di persone che noi riteniamo pagate dalla Siae e dalla major».

Le pesanti accuse di Gualazzi vengono, naturalmente, respinte dall’altro “pirata numero uno” Marco Marsili, 43enne milanese, docente di comunicazione e giornalista, che rivendica invece la bontà del proprio movimento. «Noi siamo persone con esperienze di politica, loro sono solo un’associazione culturale», spiega Marsili, «Vivono attaccati alla tastiera e se stacchi la corrente muoiono. In questi anni nessuno ha mai sentito parlare di loro e adesso approfittano della visibilità ottenuta da noi. Ma politicamente non esistono». E’ lo stesso Marsili ad elencare il proprio passato da candidato indipendente alla Regione Lombardia con la lista dei liberal democratici, per cui ha siglato anche degli accordi politici con i socialisti di Bobo Craxi in occasione delle amministrative di Milano del 2006 e con l’Italia dei Valori di Di Pietro per l’europarlamento. Nessun passo indietro neppure quando si parla di Siae, la cui iscrizione compare nel curriculum di Marsili. «Di lavoro faccio anche lo scrittore, e quindi vivo dei diritti sui miei libri», spiega il pirata, «Se qualcuno facesse la spesa per me potrei anche io proporre l’abolizione della Siae certo. Ma ci sono centomila autori che vivono dei diritti. A questi che diciamo?».

Ma le divisioni tra i due fronti pirata sono totali e si ripercuotono su ogni aspetto. Mentre Marsili organizza manifestazioni in giro per l’Italia, Gualazzi ribatte che si tratta solo di palchetti per ottenere l’attenzione dei media e che non si fa politica in questo modo; e se il partito di Gualazzi si concentra sulla rete e sui diritti digitali, quello di Marsili presenta un programma più generale e accusa l’altro di essere monotematico. A mettere tutti d’accordo c’è solo l’accusa reciproca di essere solo “un movimento pieno di infiltrati”.

«Sono dei professionisti delle liste civetta. Andate a guardarvi il programma sul loro sito o le loro esperienze. Non hanno nulla a che fare con il movimento pirata» continua Gualazzi. Il riferimento è a un gruppo di nuovi aderenti al Partito Pirata di Marsili, annunciato sul relativo sito e che vede esponenti della lista “I grilli parlanti”, oltre a un candidato della lista “Immigrati Basta” (Max Loda) che si fece pubblicità con un manifesto in cui brandiva un manganello (diretto agli immigrati stessi). «Il nostro è un partito aperto a tutti, basta essere incensurati», spiega Marsili, «Per me chiunque abbia presentato liste fuori dal sistema è un benemerito della democrazia, e quindi benvenuto».

La querelle tra i vari fronti pirata pare insomma destinata a non esaurirsi in fretta. Per scoprire quale ciurme resterà a galla, e quale invece affonderà, non resta che aspettare le elezioni.

Scritto per L’Espresso

Monti, economia batte legge

Gli osservatori lo hanno subito ribattezzato il “governo dei Professori”, e in effetti l’esecutivo di Mario Monti fa subito questa impressione, soprattutto se messo a confronto con gli spettacoli da ripetenti dell’ultimo banco offerti in tempi recenti dal governo Berlusconi. Dando un’occhiata approfondita ai curricula dei nuovi ministri si può infatti notare tutta la differenza rispetto alle ultime esperienze governative, ed è dall’analisi dei corsi di studio che emergono alcune particolarità interessanti.

L’esecutivo di Monti si fa infatti notare per due caratteristiche inedite: il peso delle università private nella formazione dei suoi ministri e il riscatto degli economisti sui giuristi nella squadra di governo.

Nel nuovo governo ci sono infatti cinque ministri con lauree in materie economiche e cinque con titolo di studio in legge; l’ultimo esecutivo Berlusconi, con tutti i rimpasti nei dicasteri occorsi negli anni, è invece riuscito nella difficile impresa di presentare un solo laureato in materie economiche (Brunetta) sui ventinove ministri che hanno giurato davanti a Napolitano, contro ben diciassette laureati in giurisprudenza.

Persino nei dicasteri economici Berlusconi ha preferito evitare di dare l’incarico a economisti: l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti è laureato in giurisprudenza. Anche peggio è andata allo Sviluppo Economico, in cui si sono succeduti due politici non proprio celebri per le loro carriere accademiche: Claudio Scajola si è laureato solo a 52 anni (in giurisprudenza, quando era già ministro), mentre il suo erede Paolo Romani alla laurea non ci è mai arrivato e si è fermato alla maturità classica.

A non potersi fregiare del titolo di dottore nell’ultimo governo Berlusconi non c’era però solo Romani. Giorgia Meloni, ex ministro della Gioventù, ha un diploma al liceo linguistico, Altero Matteoli, ex ministro delle Infrastrutture, è diplomato in ragioneria, mentre il leader del Carroccio Umberto Bossi, ex ministro del Federalismo, ha solo un diploma da perito elettronico, nonostante abbia festeggiato tre volte una laurea mai conquistata. Tra chi si è invece laureato vanno poi segnalati casi non proprio edificanti, come il trasferimento dell’ex ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini da Brescia a Reggio Calabria per superare l’esame di abilitazione professionale per avvocati, e le pubblicazioni che Renato Brunetta ha copiato a dei professori americani.

L’altra particolarità del governo Monti è il suo rapporto con le università private: più di un terzo dei suoi membri (sei su diciassette) sono infatti laureati o docenti di atenei non pubblici. La compagine più nota è quella dei bocconiani, rappresentati dallo stesso presidente del Consiglio e ministro dell’economia Mario Monti e da quello allo Sviluppo Economico Corrado Passera.

Oltre ai bocconiani vanno citati anche la neo ministra della giustizia Paola Severino, laureatasi alla Sapienza di Roma ma vice rettore della Luiss, e il ministro senza portafoglio agli Affari Europei Enzo Moavero Milanesi, docente per alcuni anni alla stessa Luiss.

Fanno invece parte della squadra dell’università Cattolica Lorenzo Ornaghi, ministro dei Beni Culturali e rettore dell’ateneo, e Piero Giarda, ministro per i rapporti con il parlamento, studente e poi docente proprio della Cattolica.

Scritto per L’Espresso

Time, scommettiamo sulla prossima persona dell’anno?

L’anno scorso alla fine la spuntò Mark Zuckerberg, il giovane creatore di Facebook, che nonostante i voti dei lettori conquistò la palma di Persona dell’anno ai danni del Julian Assange di Wikileaks. La copertina che il settimanale Time dedica alla persona a suo giudizio più significativa degli ultimi dodici mesi è un appuntamento che si ripropone ormai dal 1927, alimentando nelle settimane precedenti all’annuncio ogni tipo di speculazione e, da qualche tempo, persino un giro di scommesse.

Il sito inglese Ladbrokes ha deciso di dare il via alle puntate sulla copertina di quest’anno, segnalando come probabile vincitore il fondatore di Apple Steve Jobs, la cui recente scomparsa ha commosso milioni di fan della Mela morsicata in giro per il mondo. Una giocata su Jobs persona dell’anno garantirebbe un raddoppio della quota, e si tratterebbe di una rivincita postuma per il visionario creatore di iPod e Mac, mai premiato come uomo dell’anno da Time: un privilegio che nel settore tecnologico è invece toccato al suo rivale storico Bill Gates, finito in copertina con la moglie e Bono Vox per essere “buoni samaritani” nel 2005, e persino al già citato Zuckerberg lo scorso anno.

Dietro la vittoria di Jobs, quei giocatori che volessero lanciarsi in azzardi maggiori potrebbero puntare sulla Primavera araba (quattro volte la puntata) o sugli indignati che occupano Wall Street (undici volte la giocata). Tra gli altri personaggi visti come papabili ci sono anche personalità del calibro di Barack Obama e Hillary Clinton, il dissidente cinese Ai Weiwei e il presidente francese Nicolas Sarkozy. Nella lista delle possibilità, con una quota che garantirebbe oltre cinquanta volta la puntata, c’è anche Silvio Berlusconi, già di recente finito in copertina sul Time come l’uomo dietro “la più pericolosa economia dell’Europa” e quindi considerato un candidato assai improbabile.

La scelta di Time di quest’anno dovrà premurarsi anche di smorzare le polemiche sollevate nell’ultima edizione. Da alcuni anni sul sito del magazine viene infatti aperto un sondaggio per far decidere ai lettori, all’interno di un’ampia lista di candidati, chi secondo loro meriterebbe la copertina. Oltre a diversi casi di manipolazione segnalati, nell’ultima edizione i voti andarono in massa a Julian Assange, il volto più noto di Wikileaks, che proprio il 28 novembre scorso aveva iniziato a rendere pubblici oltre 200mila cablogrammi diplomatici statunitensi, dando uno scossone a tutta la politica estera americana. Nonostante il plebiscito dei lettori, la redazione del settimanale decise di concedere la copertina a Mark Zuckerberg, attirando su di sé non poche accuse di ipocrisia o di essere “filo governativi”.

Scritto per L’Espresso

Il boom di #opencamera

Di sicuro qualche battuta da centoquaranta caratteri non sarà sufficiente a cambiare l’opinione degli italiani sulla ‘Casta’, ma anche grazie a Twitter qualcosa si sta muovendo. Negli ultimi mesi sono infatti sbarcati sul sito di microblogging un gran numero di politici, almeno centosettanta secondo il monitoraggio del sito Casta Tweet, e tra i deputati c’è chi ha iniziato a raccontare in tempo reale le sedute della Camera, con retroscena e curiosità altrimenti difficili da scoprire. Messaggi brevi, commenti taglienti e persino risposte personali agli utenti che hanno voglia di partecipare alla discussione. Un’operazione trasparenza che sta fornendo un inedito punto di vista sui guai della maggioranza in Parlamento anche in questi giorni.

Buona parte del merito di questa avventura va ad Andrea Sarubbi, deputato del Pd e creatore dell’hashtag #opencamera, un parola chiave usata adesso da tanti deputati e semplici elettori per parlare di politica su Twitter. «E’ un passo avanti verso i cittadini, un modo per rendere i parlamentari più a portata di mano e non farli percepire come chiusi in una Torre d’avorio», spiega Sarubbi a l’Espresso «Mi sono avvicinato a Twitter dopo aver letto dell’uso che ne faceva la regina Rania di Giordania e mi sono reso conto che se utilizzato in maniera personale, quindi non attraverso uno staff e non per diffondere comunicati stampa, è un modo intelligente di avvicinare i cittadini alla politica».

Che sia necessario fare qualcosa per riavvicinare la politica ai cittadini è evidente. Solo per citare dei dati, secondo il rapporto sulla competitività globale stilata dal World Economic Forum, l’Italia occupa oggi la posizione 127 su 142 paesi per la credibilità dei politici e la posizione 135 quando si parla di trasparenza.

«Usare Twitter secondo me è importante e non è una perdita di tempo, perché posso assicurarvi che se uno vuole perdere tempo può farsi i solitari sull’iPad. Fare la cronaca live invece richiede molta attenzione e lavoro e spesso sono l’ultimo a lasciare l’aula perché rispondo ai tweet di chi mi segue. Inoltre è anche un modo per far sapere agli elettori che nelle Commissioni o in Aula si sta lavorando». Attraverso i tweet (così vengono chiamati i singoli messaggi su Twitter) è possibile quindi avere una cronaca essenziale e in tempo reale di quello che accade a Montecitorio: un ‘format’ che in poche settimane ha conosciuto un successo senza precedenti e reso lo stesso Sarubbi uno dei deputati più seguiti in rete. Visto il buon esito dell’esperimento, e la visibilità ottenuta, all’avventura di #opencamera si sono nel tempo uniti altri esponenti democratici come Alessandro Bratti, Ettore Rosato, Pierangelo Ferrari ed Emanuele Fiano. 

Le cronache in diretta dall’aula sono però rimaste appannaggio del Pd solo per poco tempo, e adesso si sono affacciati in questo campo anche esponenti di altri partiti. Roberto Rao, deputato dell’Udc e già responsabile della comunicazione del partito sui social network, si è unito alla pattuglia di chi twitta da Montecitorio. «Ormai i cronisti parlamentari seguono le sedute solo in poche occasioni e le telecamere della tv riprendono solo chi parla», spiega Rao a l’Espresso, «Con #opencamera si sopperisce all’assenza di cronisti e spesso si finisce per fornire notizie prima delle agenzie di stampa o al posto di queste». Il diffondersi del fenomeno non ha però fatto felici tutti i colleghi, e lo stesso Rao confessa che c’è stato anche qualcuno che ha definito la cosa come ‘una roba di sinistra e di comunisti’. «Ma è una classica risposta quando si ha paura di quello che non si conosce», getta acqua sul fuoco Rao.

Come ammettono gli stessi autori, fare la cronaca in diretta è comunque assai più facile dai banchi dell’opposizione e non è un caso che tra le file della maggioranza sia molto raro trovare politici così attivi sul social network. Un’eccezione che vale la pena di segnalare è quella del deputato leghista Giacomo Stucchi, da alcune settimane diventato il “contro twittatore” della maggioranza, sempre attraverso l’hashtag #opencamera. «Le cronache delle sedute le facevo da anni sulla mia pagina Facebook, ma Twitter è uno strumento più essenziale che può essere gestito con facilità anche dal cellulare e qui faccio politicamente da contro-altare a quello che dice l’opposizione», spiega Stucchi, che proprio su Twitter ha battibeccato con Sarubbi a proposito di un applauso in aula rivolto al ministro Maroni.

Oltre al suo impegno per riequilibrare la discussione, Stucchi sottolinea però l’importanza dello strumento anche per il contatto con gli elettori. «E’ importante ascoltare la gente, non solo nelle attività sul territorio che si possono fare nel fine settimana, ma anche attraverso questi mezzi che aprono e rendono più trasparenti le istituzioni».

Le cronache via Twitter dei lavori hanno di recente varcato i confini di Montecitorio e, in forme più o meno simili, sono sbarcate anche negli altri luoghi istituzionali italiani ed europei. L’eurodeputato del Pd Gianni Pittella ha lanciato il trend #openpe per tenere aggiornati i lettori sui lavori di Strasburgo, mentre è quasi impossibile citare tutti i consigli comunali grandi e piccoli in cui qualche politico si cimenta con le cronache in diretta: il leghista Matteo Iotti da Reggio Emilia, il Movimento 5 Stelle da Voghera e Mattia Calise dello stesso gruppo da Milano, la consigliera dell’Udc Doriana Ribaudo da Palermo (con #openpalermo) sono solo alcuni esempi tra i tanti che dimostrano come l’uso di Twitter sia politicamente trasversale.

All’appello delle istituzioni cinguettanti non poteva poi mancare il Senato che, con qualche ritardo rispetto alla Camera, ha riunito adesso un gruppo di onorevoli che alimentano l’hashtag #opensenato.

La prima a cimentarsi nell’avventura, sollecitata da Sarubbi, è stata l’esponente del Pd Roberta Pinotti, senatrice e candidata alle prossime primarie per la poltrona di sindaco di Genova. «Usavo Twitter già da un po’, ma soprattutto per leggere i commenti su trasmissioni televisive e notizie», spiega Roberta Pinotti a l’Espresso, «All’inizio non credevo che le cronache dei lavori potessero interessare anche su Twitter, visto che esistono la diretta tv o quella fornita da Radio Radicale. Invece mi sono dovuta ricredere e quindi sto continuando questo esperimento compatibilmente con gli altri impegni». Insieme alla Pinotti, lavorano a #opensenato anche i senatori del Pd Mario Stradiotto, Francesco Sanna e Vincenzo Vita, un numero ridotto rispetto a quanto si vede alla Camera. «Non bisogna dimenticare che i senatori sono anche meno giovani e credo che molti non sappiano neppure cosa sia Twitter», continua la Pinotti, «Bisogna poi aggiungere che in questa legislatura il Senato è più tranquillo rispetto alla Camera, visto che qui non ci sono i numeri per far cadere il Governo e quindi gli animi sono anche meno accesi».

Se il numero di politici che sfruttano Twitter per questa originale operazione trasparenza continua ad aumentare giorno dopo giorno, resta da capire se si tratta di una moda passeggera o di un fenomeno destinato a durare. «Nella prossima legislatura potranno anche cambiare i deputati, ma questo modo di comunicare ormai è partito e non si può più fermare», risponde convinto Sarubbi, «Forniamo quello che per me è un servizio pubblico: all’inizio mi prendevano in giro perché ero sempre attaccato al computer, mentre ora i colleghi mi chiedono come si usano certi strumenti, come utilizzarli. La gente ha fame di politica e di partecipazione e la rete, se usata nel modo giusto e con umiltà, offre un grande opportunità anche ai politici».

Scritto per L’Espresso

Quel vitalizio lontano…

La missione non è delle più semplici: devono resistere altri cinquecento giorni sugli scranni di Palazzo Madama e Montecitorio. Solo dopo questa lunga attesa anche gli ultimi arrivati tra i parlamentari italiani potranno godersi per il resto della propria vita un assegno da circa duemilacinquecento euro al mese. Un assegno che vale l’accesso al ristretto club dei circa duemilatrecento fortunati ex onorevoli già in pensione, che ci costano una cifra stimata intorno ai duecento milioni di euro.

Secondo i dati elaborati da OpenPolis, siedono oggi in Parlamento ancora trecentocinquanta tra deputati e senatori che non hanno maturato il diritto all’assegno vitalizio, la ricca pensione dei parlamentari che nonostante le periodiche ondate di indignazione resiste a ogni tentativo serio di riforma (o abolizione).

L’ultima rivisitazione dell’assegno, datata 2007, prevede che ne conquistino il diritto solo gli onorevoli con almeno cinque anni di mandato alle spalle, e solo dopo aver compiuto i 65 anni di età. Tra deroghe, eccezioni e casi particolari, accumulando più legislature aumenta anche l’importo del vitalizio e diminuisce l’età necessaria per iniziare a incassarlo: nel migliore dei casi gli eletti negli ultimi 4 anni possono prenderlo a partire dai 60 anni di età e fino al 60% dell’importo dell’indennità (e quindi 6-7mila euro). Una generazione di politici ‘sfortunati’, considerando che gli eletti nelle legislature passate godono ancora dei vecchi regolamenti e in alcuni casi sono arrivati a maturare la propria pensione dopo appena una settimana o un mese di lavoro (a Toni Negri bastarono 64 giorni), o si può iniziare a incassare a 49 anni (come l’ex ministro Pecoraro Scanio).

L’imposizione dei 5 anni di permanenza sugli scranni, al fronte di un minimo risparmio economico, ha di sicuro aumentato la stabilità politica italiana: non sono molti i parlamentari disposti a far cadere un governo sapendo di rischiare di non vedere mai la loro pensione. 

Già nell’ottobre scorso  l’Espresso segnalava quanto fosse difficile che B. potesse cadere prima dell’aprile 2011, data in cui hanno maturato il diritto alla pensione circa centocinquanta deputati già eletti nel maggio 2006 (la tornata vinta da Prodi). E in effetti basta guardare i nomi di chi nel corso dell’anno ha salvato il governo per far nascere qualche sospetto sulla bontà di certe decisioni politiche.

Senza voler ridurre il dibattito parlamentare a una sola questione di pensioni, può essere comunque utile aggiungere questo elemento  di valutazione. Il voto di fiducia del dicembre 2010 ad esempio, il momento della definitiva rottura tra Fini e Berlusconi con la nascita di Fli, ha visto l’esecutivo salvarsi grazie alla decisiva azione di quattro parlamentari, tre dei quali non avevano ancora diritto al vitalizio. La mozione di sfiduciavenne infatti bocciata grazie a 314 voti della maggioranza, contro i 311 dell’opposizione (e 2 assenze). Votarono contro il parere del proprio gruppo Giampiero Catone (che si sarebbe conquistato la pensione nell’aprile successivo), Catia Polidori (che deve aspettare fino al 2013) e mancò all’appuntamento anche Silvano Moffa (che ha maturato il diritto alla pensione insieme a Catone l’aprile appena passato). Furono però determinanti nel fornire una stampella al governo, tanto da essere premiati con posti da sottosegretario e consigliere, altri ‘non ancora pensionati’: Salvatore Misiti (diritto alla pensione dall’aprile 2011), Daniela Melchiorre (pensione nel 2013), Bruno Cesario (pensione dall’aprile 2011) e Massimo Calearo (pensione dal 2013). Un loro voto in direzione opposta li avrebbe mandati a casa, senza pensione.

Passata l’ondata dell’aprile 2011, adesso sono rimasti 247 deputati e 103 senatori a non aver accumulato 5 anni di legislatura. Buona parte di questi politici sono nomi poco noti ai più, peones che balzano all’onore delle cronache solo quando decidono di cambiare schieramento o minacciano voti ribelli. Il nome più noto di questo gruppo è quello di Domenico Scilipoti, responsabile (adesso Popolo e Territorio) ed esponente di punta dei salvatori del governo B. a cui tocca attendere fino a fine legislatura per mettere in tasca il vitalizio. Le cronache di questi giorni consegnano però tanti politici fino a qualche giorno fa piuttosto mansueti e, passato l’aprile 2011, diventati potenziali ribelli. Giustina Destro del Pdl ha ad esempio conquistato il vitalizio l’aprile scorso e non si è presentata all’ultimo voto di fiducia, aprendo una crisi all’interno del Pdl veneto insieme al collega Fabio Gava, ‘sospettati’ di essere l’avanguardia dell’arrivo di Montezemolo in politica.

La pensione potrebbe poi aver pesato nelle decisioni recenti anche di Antonio Milo, responsabile che deve aspettare il 2013 per il vitalizio, e che fino all’ultimo si pensava potesse non presentarsi al voto di fiducia del 14 ottobre. Un voto a cui si è invece presentato, insieme al responsabile Michele Pisacane, diritto al vitalizio conquistato ad aprile, e ultimo a votare. Un ritardo giustificato dall’onorevole per ‘ragioni scaramantiche’, per altri solo un segnale politico: ora che l’assegno è in tasca, il suo prezzo si è alzato.

Scritto per L’Espresso

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