Articoli per ‘L’Espresso’



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Grillini contro grillini

Una riunione convocata in segreto, con divieto di video e foto, e quattro nomine piovute dall’alto: ecco la vicenda che ha scatenato la tempesta tra i seguaci di Beppe Grillo. Lo scorso 18 giugno a Milano, gli oltre cento eletti del Movimento 5 Stelle sono stati radunati da Beppe Grillo e dalla Casaleggio Associati, la società che gestisce il blog e la comunicazione del comico. L’incontro è stato l’occasione per fare
il punto della situazione e annunciare la nomina di quattro “coordinatori”, scelti dalla Casaleggio.

Una decisione che ha acceso la riunione e i cui strascichi hanno alimentato per giorni il dibattito nei forum e nei Meetup della rete di Grillo, compresi i big del Movimento. “I ruoli di coordinatori tecnico-politici andavano condivisi, non dico con la base, ma almeno con i 135 eletti”, ha scritto Davide Bono, consigliere regionale del Piemonte. Tra Bono e l’altro piemontese Vittorio Bertola, consigliere comunale di Torino
e uno dei quattro “nominati” dalla Casaleggio, si accende un duro scontro verbale non privo di stoccate personali. “Non esiste alcun coordinatore nazionale”, ha risposto Bertola “se non nella testa di Bono, che rosica perché lo voleva fare lui”. Ma dopo aver alimentato la diatriba, il primo a gettare acqua sul fuoco è proprio Bono, che a qualche giorno di distanza cambia posizione.

“E’ stato solo un problema di comunicazione, alla fine si tratta di ruoli tecnici”, dice a “l’Espresso”. “Qualche candidato si è sentito tirato in ballo per ragioni personali ed è stata montata una polemica che però è già rientrata”. Sulla stessa linea anche David Borrelli, consigliere di Treviso, un altro dei quattro “nominati”. “Sono polemiche normali e già viste”, dice. “E’ una questione banale: noi chiedevamo a chi gestisce il blog di Beppe di poter fare alcune cose on line, come votare i programmi, scambiarci le idee. E nella riunione è stato proposto a quattro persone, con un profilo da informatici, di dare una mano”.

Se va tutto così bene, ci si chiede perché nei forum e nei Meetup lo scontro si sia propagato tanto in fretta. “La mia impressione è che queste polemiche siano state alimentate da altro”, continua Borrelli. “Forse da antipatie interne ai piemontesi, ma non conosco abbastanza la situazione per dirlo. Comunque noi lavoriamo alla luce del sole e queste cose possono succedere”. Non è dello stesso parere un altro esponente del Movimento, che chiede di non essere citato: “Non bisogna fare l’errore di ridurre questa storia a una lite tra consiglieri. Abbiamo un problema di trasparenza per colpa di una sola persona: Gianroberto Casaleggio”.

Il fondatore della Casaleggio Associati è una figura discussa: numerosi critici ed ex sostenitori di Grillo sostengono sia il vero “burattinaio” del comico. Serenetta Monti, candidata dei grillini a sindaco di Roma nel 2008, ha detto apertamente che “Grillo prende ordini dalla Casaleggio”. Altri spiegano che “Beppe ha un animo da artista e non vuole seguire l’organizzazione, così si fida della Casaleggio che, invece, vuole controllare tutto. Se qualcuno dei candidati alza la voce finisce in “lista nera”, scomparendo dagli articoli del blog”.

Per L’Espresso

Censura, proteste in rete

Il prossimo sei luglio si decide che fine farà un pezzo della libertà della Rete. In questa data potrebbe infatti essere approvata la delibera dell’Agcom, l’Autorità garante delle Comunicazioni, che permetterebbe all’authority di fare da giudice dei contenuti segnalati come in violazione dei diritti d’autore e di “spegnere” pagine web italiane ed estere: tutto questo senza passare da un tribunale. Anche se in ritardo rispetto ad altri episodi simili, gli utenti e le associazioni si stanno ora mobilitando per scongiurare l’ennesima minaccia alla libertà della Rete, diventata un pericolo da debellare attraverso codici, leggine ed emendamenti che piovono con cadenza periodica sugli utenti. Ecco una lista, soggetta a modifiche, di manifestazioni, gruppi e raccolte firme contro l’ultima minaccia per il web italiano.

Le manifestazioni
La mobilitazione per difendere la Rete non resta confinata a computer e social network, ma scende in piazza con una serie di azioni di protesta. Lunedì 4 luglio, davanti alla sede romana dell’Agcom, Valigia Blu e Agorà Digitale porteranno centinaia di palloncini per lanciare un messaggio chiaro: la Rete vola, guai a chi cerca di ingabbiarla. Sempre a Roma è stata organizzata, presso la Domus Talenti di via delle Quattro Fontane 113, la Notte della Rete: 4 ore no-stop in cui si alterneranno cittadini e associazioni in difesa del web, politici, giornalisti, cantanti ed esperti. L’evento sarà in diretta streaming sul Fattoquotidiano.it e su una rete di tv locali.

Oltre all’azione dimostrativa romana, simili iniziative si stanno organizzando anche a Milano e Napoli, ad opera di Qui Milano Libera di Piero Ricca e degli Amici di Beppe Grillo nel capoluogo partenopeo.

Le petizioni
Il portale internazionale di attivismo online Avaaz.org ha lanciato lo scorso 28 giugno unapetizione per invitare l’Agcom a non censurare Internet. Sul sito è possibile scrivere un breve messaggio da inviare proprio all’Autorità delle comunicazioni: un’azione che in pochi giorni è stata compiuta da oltre 100mila utenti e che cresce al ritmo di decine di adesioni al minuto. “Cari membri dell’Autorità per le comunicazioni – è questo il testo del messaggio che si può inviare dal sito – Vi chiediamo di astenervi dall’adottare la nuova regolamentazione numero 668 2010 che vi darebbe il potere di rimuovere contenuti da siti internet italiani e di chiudere i siti stranieri, se sospettati di violare il copyright. Nessuna decisione che sopprime la libertà della Rete e i nostri diritti fondamentali di accedere alle informazioni può essere presa senza la decisione di un giudice. Vi chiediamo di rimettere la questione al Parlamento, come prevede la nostra Costituzione”.

La già citata associazione della galassia radicale Agorà digitale, insieme ad associazioni dei consumatori, rappresentanti di Confcommercio, Confesercenti e all’avvocato Fulvio Sarzana si è fatta promotrice di un’altra raccolta firme attraversositononraggiungibile.it, una pagina che già dal nome rievoca la possibile scomparsa degli spazi web per mano dall’Agcom. Negli ultimi giorni il sito è stato vittima di attacchi informatici (come quello dell’Agcom), lanciati con l’obiettivo di rubare l’indirizzo mail degli aderenti alla raccolta firme. Il furto dei dati personali, secondo quanto riferiscono gli amministratori, è stato sventato, ma ancora oggi si registrano alcune difficoltà nell’accedere alla pagina (rilevata da alcuni browser come potenzialmente infestata da malware).

Facebook
Il social network di Palo Alto non poteva mancare all’appello in questa mobilitazione e, come in tutte le recenti campagne di protesta, la Rete di contatti degli utenti sta contribuendo in maniera determinante alla diffusione di informazioni sulla delibera Agcom, provvedendo a colmare il vuoto informativo dei media mainstream. Un esempio su tutti è l’articolo di Alessandro Longo con l’intervista a Luca Nicotra di Agorà Digitale, che ha superato le 90mila condivisioni sul social network. Tra le altre pagine da segnalare c’è Il gruppo “Svegliati e reagisci Italia, altrimenti il 6 luglio cala la censura” che raccoglie quasi duemila membri ed è continuamente aggiornato con le evoluzioni della protesta e gli articoli della stampa. Non mancano poi le mobilitazioni attraverso l’applicazione Causes e le pagine che invitano a protestare contro l’Agcom, a combattere contro la censura del web e non far morire la Rete italiana il 6 luglio.

Twitter
Neppure nel servizio di microblogging gli utenti restano a guardare. Nei giorni scorsi il gruppo Anonymous Italia ha lanciato alla ribalta l’hashtag #nowebcensure, usato dai navigatori per marchiare le discussioni collegate alla delibera Agcom e per rilanciare il messaggio agli altri utilizzatori del sito dell’uccellino azzurro. Dopo il Twitter Trend #nowebcensure, diventata una delle parole più condivise lo scorso martedì 28 giugno, la nuova hashtag utilizzata per pubblicizzare la notizia è #freeweb, in poche ore diventata anch’essa un trend sul social network.

Per L’Espresso

“Brunetta deve dimettersi”

L’Italia peggiore non l’ha presa affatto bene, e adesso chiede un intervento serio dell’opposizione. Il giorno dopo l’attacco del ministro Brunetta a un gruppo di lavoratori atipici, colpevoli di volergli fare delle domande, la rete è ancora in subbuglio e passa dalla protesta alla proposta.

Mentre il ministro della pubblica amministrazione e dell’innovazione va in radio a dire che ha ricevuto diecimila insulti su Facebook, proprio sul social network centinaia di utenti avanzano una richiesta politica ai partiti di opposizione: presentare una mozione di sfiducia individuale contro Brunetta. La diffusione del video degli insulti del ministro ai precari ha fatto il giro della rete italiana in poche ore, alimentando la discussione e le proteste. Oltre all’invasione di commenti sulla pagina di Brunetta, tanti navigatori hanno sommerso di richieste anche la pagina del leader del Partito Democratico Pierluigi Bersani e quelle del segretario dell’Idv Antonio Di Pietro e di Nichi Vendola di Sel,  invitandoli a una forte azione parlamentare contro l’esponente del Governo.

Il Popolo Viola,  gruppo nato su Facebook e promotore di diverse iniziative di protesta sul territorio, ha deciso di lanciare per questo una petizione attraverso le pagine del quotidiano LetteraViola, raccogliendo le firme  da mandare ai leader dell’opposizione perché presentino la mozione. L’iniziativa, lanciata da poche ore, ha già raccolto migliaia di firme e oltre ventimila like su Facebook.

“L’attacco del ministro Brunetta ai lavoratori precari, da lui definiti “l’Italia peggiore” è un atto insopportabile, indegno di un Ministro della Repubblica e non può passare sotto silenzio – si legge nel testo dell’appello – Chiediamo a Voi un intervento deciso e corale che coinvolga tutte le forze di opposizione: la immediata presentazione di una mozione di sfiducia individuale contro il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Renato Brunetta”.

Per L’Espresso

Referendum, la sconfitta della tv

“Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci”: la storia del referendum è tutta in questa frase di Ghandi, scelta mesi fa dal comitato dell’acqua come apertura del proprio sito. “Una frase profetica – scherza oggi Corrado Oddi, che del movimento fa parte sin dall’inizio – ma che spiega davvero tutto quello che è successo, dallo scetticismo iniziale fino ai vari tentativi messi in atto per impedire che si raggiungesse il quorum”.

Tra le due, una lunga storia fatta di relazioni con le persone, di volantini e di banchetti, ma anche di social network, Facebook e Twitter. Un modo diverso di fare politica, che ha mostrato tutto il suo potenziale e di cui i partiti non potranno che tenere conto.

“La campagna si è mossa su due piani: abbiamo fatto moltissimo per recuperare i vecchi modi di fare politica come i banchetti, le telefonate, il porta a porta” – spiega a L’Espresso Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente e del comitato ‘Fermiamo il nucleare’, “In qualche città abbiamo anche ripescato le automobili con l’altoparlante che andavano di moda negli anni ’50. A tutto questo abbiamo però aggiunto le nuove tecnologie, come i social network, e le forme di comunicazione come i flash mob”.

Una combinazione vincente, senza i mezzi tradizionali e le tv che fino all’ultimo si sono rifiutate di dare voce ai comitati referendari o hanno nascosto le notizie. “Vecchio e nuovo insieme hanno saltato il tubo catodico”, spiega Oddi. “I mass media non ci hanno mai dato spazio o riconosciuto un ruolo, e tante trasmissioni hanno preferito far difendere le nostre posizioni a dei politici, in modo da allestire il solito vecchio teatrino”.

Sul banco degli imputati ci finisce la tv pubblica nel suo complesso, comprese trasmissioni come AnnoZero e Ballarò che hanno offerto ai comitati “al massimo di stare tra il pubblico”. E così, si è messo in piedi il paradosso di un paese che è andato a votare, senza che le televisioni avessero mai parlato seriamente dell’argomento. “Abbiamo vinto avendo contro la tv pubblica”, spiega Vittorio Cogliati Dezza. “Gli spot per le elezioni non c’erano, i regolamenti sono arrivati in ritardo. Credo sia stata la campagna elettorale televisiva più breve della storia del paese. Su Mediaset forse non ha mai parlato qualcuno dei comitati”.

La vittoria schiacciante e il quorum sono arrivati con il lavoro sul territorio, con quella mobilitazione dal basso che non si vedeva da anni ma che non è stata il frutto di un caso o dell’istinto. “Il movimento per l’acqua pubblica è nato all’inizio del Duemila”, continua Oddi, “In questi anni ci siamo radicati sul territorio e abbiamo costruito delle relazioni forti tra i gruppi locali, contrari alla privatizzazione, e le associazioni sociali nazionali come il Wwf, parti dei sindacati e del mondo cattolico”. Un lavoro lento, finito all’attenzione dei media solo in occasione di grandi eventi come le marce per l’acqua pubblica o la raccolta di quel milione e mezzo di firme che hanno portato al referendum. Ma è proprio da quel rapporto tra le persone che nasce il quorum miracoloso.

“In Italia c’è un forte senso civico. I quesiti erano legati al territorio e alimentano il senso di appartenenza”, continua Vittorio Cogliati Dezza. “La mia sensazione è che siano andati a votare anche coloro che di solito si astengono”. A dare un contributo fondamentale alla vittoria sono stati i giovani, tornati protagonisti della mobilitazione anche nelle recenti amministrative. La raccolta delle firme prima, e la promozione del voto poi, hanno avuto il volto di ragazze e ragazzi che hanno alimentato dibattiti, volantinato porta a porta e risposto alle domande ai banchetti, senza dimenticare di condividere tutto su Facebook. “I giovani si sono entusiasmati e la loro entrata in campo ha avuto effetti fortissimi”, spiega Vittorio Cogliati Dezza. “Ma i segnali di una voglia di partecipazione c’erano anche nei movimenti studenteschi di questo autunno, molto diversi da quelli a cui ci eravamo abituati”. E’ stato un popolo unito sotto le bandiere dell’acqua e del no al nucleare, senza divisioni di partiti e correnti.

“Il referendum ha rotto i vecchi schemi e ha dimostrato che ci sono dei temi di interesse generale che vanno oltre gli schieramenti e formano la costituzione materiale del paese” spiega Cogliati Dezza. “Io vado in giro a dire che il movimento per l’acqua unisce dalle parrocchie ai centri sociali” ribadisce Corrado Oddi, facendo riferimento alla lunga lista di associazioni di sinistra e del mondo cattolico che formano la base del Movimento, e che continua “I soggetti sociali e associativi hanno dato vita dal basso a una grande idea politica. Ma è una politica fatta con la relazione diretta e senza la logica dello schieramento”.

Anche per questo i comitati non mancano di lanciare un segnale ai partiti, soprattutto a quelli che hanno festeggiato la vittoria dei referendum. “Questo voto non deve essere letto come una spallata a Berlusconi – spiega Oddi – E’ stata portata avanti un’operazione culturale e sociale che i partiti fanno fatica a capire e leggere. Il movimento ha una sua identità che va oltre gli schieramenti, e anche a sinistra resiste la logica della privatizzazione che questo referendum ha bocciato”. Il messaggio è chiaro: nessuno metta il cappello su questa vittoria.

Per L’Espresso

Via Santoro, ma Silvio non gode

Aveva detto che si sarebbe impegnato perché certe trasmissioni non si ripetessero più ed è stato di parola. Se le ultime elezioni amministrative si sono rivelate un disastro, per B. e soci la colpa di tutto sono stati alcuni programmi televisivi, con capofila Annozero di Michele Santoro. «Ho tutte le tv contro tranne Mediaset, una straordinaria tenaglia dei media, tutta la stampa e i giornali», dichiarava Berlusconi il primo giugno scorso. «La Rai ha messo in campo dieci trasmissioni che non si sono fermate durante i ballottaggi. Ho visto dei servizi micidiali, uno di Annozero me lo hanno fatto vedere in cassetta: è chiaro che chi non avesse equilibrio critico vedendo quel servizio non avrebbe mai potuto votare per noi a Milano».

A pochi giorni da quell’editto, Michele Santoro e la Rai hanno rescisso i contratti e certi “servizi micidiali” non andranno più in onda nella tv pubblica ma, forse, su La7. Ma addossare le colpe del fallimento alle urne su un programma in tv, e farne cacciare il conduttore, può davvero aiutare Berlusconi? ‘L’Espresso’ lo ha chiesto a Luigi Crespi e Maurizio Pessato, sondaggisti tra i più noti e attenti alle vicende della politica e delle comunicazione politica italiana. «Pensare che Santoro da solo sia capace di far perdere le elezioni amministrative è poco più che una scusa», dice Luigi Crespi. «Di sicuro è un innovatore e un professionista televisivo fantastico che sa mobilitare e animare il pubblico, ma da qui a far perdere delle elezioni ce ne passa». Sulla stessa linea di pensiero anche Maurizio Pessato, amministratore delegato della società di rilevazioni Swg: «Non ha senso dire che Santoro ha fatto perdere le elezioni amministrative, anche perché Annozero era seguito in gran parte da un pubblico di centrosinistra che in quel programma trovava un rinforzo delle proprie opinioni già maturate». Anche da questa operazione, la figura di Berlusconi ne esce danneggiata e il suo tocco magico definitivamente perso. «Berlusconi è diventato il contrario di Re Mida: tutto quello che tocca adesso lo incasina», dice Crespi. «Quella sparata contro Santoro di qualche giorno fa è stata una minchiata, e adesso si ritrova con l’etichetta di averlo cacciato lui dalla Rai». Un’etichetta fin troppo generosa secondo Crespi, visto che Santoro aveva già espresso la volontà di cambiare rete. «Il giornalista aveva dichiarato da tempo di voler fare altro e si trovava da anni in un’azienda che non collaborava con lui: se Berlusconi non avesse lanciato proclami ed editti la cosa si sarebbe chiusa semplicemente. Invece Berlusconi è intervenuto in maniera maldestra, come anche Masi, è tutta la vicenda si è rivelata più dannosa per lui che per Santoro. Di sicuro non è stato un gesto di forza, ma di debolezza».

Se per Crespi dietro questi proclami c’è poca strategia e molto caos comunicativo, di opinione diversa è invece Pessato, per cui si tratta di una linea coerente portata avanti almeno da alcuni anni. «Berlusconi continua a perseguire la sua logica di controllo dei media e mostra che può avere in mano tutti i mezzi che vuole», spiega Pessato. «Porta avanti una linea coerente, che può non essere condivisa, ma che di sicuro lui ritiene vincente. Da alcuni anni a questa parte Berlusconi continua con la logica dello scontro». Dalle recenti amministrative, soprattutto a Milano, sembrerebbe che lo scontro non porti poi così bene però. «Ma Berlusconi reagisce così. E’ convinto che se non avesse alimentato lo scontro sarebbe finita anche peggio e il risultato sarebbe stato peggiore», continua Pessato. «Questa linea del confronto continuo, senza nessun appianamento, è la strada che ha scelto di portare avanti». Una strategia comunicativa che si sta rivelando dannosa per il centrodestra, forse non a caso: «La campagna in stile muoia Sansone e tutti i filistei forse non fa gli interessi della coalizione, ma serve a Berlusconi anche per difendersi dagli attacchi che potrebbero arrivare dall’interno dello schieramento», conclude Pessato.

Per L’Espresso

Sinistra, adesso che si fa?

I cori a Piazza Duomo sono finiti e i caroselli per le vie di Napoli hanno lasciato il posto alla routine di tutti i giorni: dopo una notte di festeggiamenti iniziano le valutazioni e le domande anche per il centrosinistra. L’occasione di mettere definitivamente fine al capitolo Berlusconi è ghiotta, ma già in passato si è assistito a simili assist e la storia ha seguito la via che tutti sappiamo. Memori delle batoste recenti, la parola d’ordine tra le file dell’opposizione è “continuiamo a lavorare” e persino i più ottimisti ammettono senza difficoltà che “le elezioni prima di vincerle noi, le ha perse Berlusconi”: c’è quindi ben poco da adagiarsi sugli allori. Per questo, a poche ore dal trionfo amministrativo, il cantiere per costruire una coalizione nazionale si è messo già in moto. L’Espresso ha chiesto a esponenti del centrosinistra e politologi quali sono i nodi da sciogliere all’interno del centrosinistra. Questi sono i punti principali emersi dalle nostre interviste.

Quale coalizione? Il punto chiave dei discorsi post elettorali è capire fino a che punto possono allargarsi le alleanze. Data per scontata la solidità dell’asse vincente Pd-Sel-Idv, le spaccature arrivano quando si parla di fare spazio anche alle forze centriste. “Le elezioni hanno dato un segnale di sinistra – spiega Ernesto Ruffini, esponente del Pd – parlando di programmi, la coalizione è inallargabile a forze di centro: perderemmo l’elettorato non occupandoci di punti come le coppie di fatto, il testamento biologico o i finanziamenti alle scuole paritarie”. Parole che trovano d’accordo anche Giuseppe Civati, consigliere regionale del Pd ed esponente dei rottamatori: “Ripartiamo dall’alleanza con Sel e Idv: non bisogna né tornare al frontismo uno contro tutti del ’93, né alle coalizioni del 2006″. Si spinge persino oltre Vincenzo Vita, senatore del Pd. “La votazione ha dato un’indicazione chiara su quale deve essere il futuro del Pd: adesso dobbiamo aprire subito un tavolo unitario per redigere un programma comune. E chissà che questo tavolo non porti a un’unione anche più forte”. Vita non chiude però le porte a possibili alleanze verso il centro. “Il voto ha fatto capire qual è l’asse della coalizione, questo non significa che fuori dai tre partiti (Pd, Sel e Idv) non si possano trovare alleanze”.

Uno spiraglio lo lascia aperto anche Sandro Gozi, parlamentare del Pd, che però precisa alcuni elementi: “Non sono contrario a prescindere a nessun apparentamento, ma non si possono stringere alleanze su base aritmetica, pensando di sommare i voti dei partiti. Facciamo delle proposte e ritroviamoci intorno a queste”. Una visione più critica sull’utilità di allearsi con il Terzo Polo la esprime invece Piero Ignazi, politologo e professore presso l’Università di Bologna: “Il terzo polo mi sembra solo un’alchimia politica ottocentesca. L’elettorato è ormai radicalizzato e la classe dirigente sconta un’arretratezza anche teorica. Le vecchie impostazioni che vedono vincenti i partiti che si spostano verso il centro sono state ormai superate da quelle nuove, che mostrano come oggi vincano i partiti in grado di esprimere posizioni nette e che le mantengono”. Posizione largamente condivisa anche da Ignazio Marino, senatore del Pd: “I risultati confermano quello che sostengo da almeno due anni: i nostri alleati di riferimento sono l’Idv e Sel. E con loro dobbiamo costruire un progetto credibile”.

Le Primarie vincenti. Se il centrosinistra esce rafforzato da queste elezioni, una buona parte del merito è dello strumento delle primarie, in grado di selezionare candidati vincenti che in altre occasioni sarebbero rimasti in panchina. “Con questo risultato nessuno discuterà più del valore delle primarie – spiega Marino – Dove si sono svolte correttamente si è vinto”. “Forse non sono la bacchetta magica – continua Ruffini – però permettono di affezionarsi di più alla politica e dimostrano che i partiti devono affidarsi maggiormente agli elettori”. Scontato che la coalizione debba ricorrere a questo strumento anche per la scelta del suo candidato premier, cancellando le ambiguità che hanno caratterizzato il dibattito fino a oggi. Ma l’affidabilità delle primarie richiede dei comportamenti precisi. “Il modello Milano ha funzionato perché il Pd dopo la sconfitta di Boeri ha appoggiato Pisapia come fosse un suo candidato – spiega Ignazi – Questo è il vero elemento di novità. Solo una gestione positiva del dopo-primarie le trasforma in uno strumento di forza e non di debolezza, come invece si è visto lo scorso anno”.

Pronti a governare? Nessuna facile illusione: oggi il centrosinistra potrebbe forse vincere le elezioni nazionali, ma formare un governo è un discorso del tutto diverso. “La vittoria alle amministrative è l’inizio di un percorso. Oggi il centrosinistra deve ancora fare molto per costruire l’alternativa – spiega Gozi – La gente ha detto basta a Berlusconi, ma questo non significa che la strada sia in discesa per noi”. Stesse parole anche per Ruffini: “Siamo sulla buona strada, ma non credo siamo ancora pronti. L’importante è non credere che la vittoria sia solo merito nostro, ma ricordarsi che è dovuta in gran parte ai fallimenti di Berlusconi”. “Sarebbe un errore imperdonabile credere di non dover continuare a lavorare su di noi – continua Vita – Il difficile inizia ora”. La ricetta per conquistare credibilità la fornisce Marino: “Dobbiamo restare attaccati ai programmi concreti. Le amministrative le hanno vinte i candidati che hanno usato un linguaggio comprensibile e senza insulti”. Un punto fondamentale sarà il programma, che dovrà essere centrato sul lavoro, i giovani, le donne e i diritti civili. 

La questione meridionale. Nell’ondata di vittorie amministrative per il centrosinistra, il capitolo Sud non è stato certo un successo. La provincia di Reggio Calabria è passata al centrodestra, come i comuni di Catanzaro, Cosenza e Caserta: solo l’outsider De Magistris è riuscito a strappare una vittoria inattesa a Napoli. “Dobbiamo fare un lavoro straordinario, nel senso di fuori dall’ordinario, soprattutto al Sud – continua Ignazio Marino – In Campania non si può non tenere presente che il Pd ha fallito il compito di trovare un esponente, e quindi adesso c’è un’urgenza di cambiamento”.

Il dilemma Berlusconi. Resta l’ultimo punto, quello dolente. “In psichiatria il primo ostacolo alla cura del paziente è il suo non capire di averne bisogno – è il paragone usato da Marino – Berlusconi non ammetterà di aver perso e quindi non si farà da parte. Sarebbe auspicabile che tra i suoi ministri qualcuno facesse una seria lettura della situazione politica e iniziasse a fare pressione su di lui”. L’ingombrante presenza di B. potrebbe essere destinata a durare. “L’era di Berlusconi è al tramonto – spiega Vita – Ma questo non significa che questo tramonto durerà poco”. Più possibilista sul rinnovamento interno al centrodestra è invece Ignazi: “Queste elezioni le ha perse Berlusconi, ma le ha eprse anche Bossi non dimentichiamolo. La Lega ha dimostrato i suoi limiti da partito locale quando si è dovuta occupare di questioni internazionali. Nei prossimi mesi continuerà l’inevitabile implosione del centrodestra”.

Per L’Espresso

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