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Nicole Minetti e la gaffe su Twitter

Difficile la vita per Nicole Minetti, assediata dalle “madrelingue“. Il consigliere del Pdl alla regione Lombardia, al centro dello scandalo delle Olgettine, ha involontariamente coniato un nuovo termine in risposta al tweet di un suo sostenitore, che provava a difenderla dalle critiche suscitate per il suo rifiuto di ricordare l’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, scomparso di recente. Lo screenshot del cinguettio della Minetti è subito stato rilanciato sui social network, a pochi giorni dalle sue foto dalla vacanza negli States diffuse sempre attraverso Twitter e finite sulle pagine di tutti i giornali nazionali.

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Leggi contro la pirateria. Il punto

Hollywood e i big della Silicon Valley si scontrano su due disegni di legge presentati alla Camera e al Senato statunitensi contro la pirateria online e per la protezione degli indirizzi ip. Ma leggi analoghe vengono proposte anche dall’Unione europea e da singoli paesi, Italia compresa. Con alterne fortune. Ecco quali sono e il loro iter aggiornato.

L’interattivo su Repubblica

Facebook, il mantra di Zuckerberg

“Resta concentrato e continua a produrre”. E’ questo il comando che campeggia sulla scrivania di Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook che a 27 anni si prepara a portare in borsa la società di cui possiede azioni per un valore di circa 28 miliardi di dollari. Lo scatto della postazione di lavoro è stato messo online dallo stesso Zuckerberg sul suo profilo pubblico e ha raccolto in poche ore 70mila like, fornendo un punto di vista inedito su come vive questi momenti l’ex studente di Harvard. Una bottiglia di Gatorade, una confezione di cibo da take away, un Mac Air acceso e i computer dei colleghi sullo sfondo: più che la scrivania di uno degli uomini più ricchi del mondo, sembra la postazione di un normale programmatore della Silicon Valley. Una foto quasi ingenua nella sua semplicità, che insieme alla lettera presentata alla Sec costituisce un manifesto del pensiero di Zuck all’alba dello sbarco in Borsa più importante degli ultimi anni.

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iPad e casta, adesso anche in Lombardia

L’iPad mania ha contagiato anche i consiglieri della Regione Lombardia, e pure stavolta a pagare il conto sono i contribuenti. Grazie a una delibera del maggio scorso, passata non a caso sotto silenzio, tutti gli eletti al Pirellone si sono visti recapitare un iPad 2 nuovo fiammante senza dover sborsare neppure un euro. Il gradito regalo è arrivato a novembre, giusto in tempo per le feste di Natale e per evitare fastidiosi doppioni sotto l’albero.

L’operazione, fortemente sostenuta dal leghista presidente del Consiglio regionale Davide Boni, ha comportato una spesa per le casse lombarde di 67mila e 818 euro, come dimostra la delibera che L’Espresso pubblica in esclusiva. La lista della spesa prevede la bellezza di 90 iPad di seconda generazione, colore nero, con possibilità di collegamento 3G e 64 GB di memoria: il modello più caro e potente sul mercato, segno che l’austerità è un concetto piuttosto relativo. Curioso poi come la delibera spieghi che gli iPad servono “per le esigenze dei consiglieri regionali”, senza però spiegare perché ne vengono acquistati 90 invece di 80, ovvero il numero di eletti alla Regione Lombardia.

A mettere in luce l’esistenza di questa generosa fornitura è stato lo stesso Boni, intervistato nella trasmissione di Radio 24 La Zanzara, che ha difeso la bontà dell’iniziativa sostenendo come “chi non ha questo strumento non potrà più lavorare, perché non gli arriveranno più le notizie in rete”. Secondo Boni infatti, la spesa dell’iPad permette un risparmio di “un milione di fogli stampati”, oltre all’impiego di quattro commessi che si occupavano delle rassegne stampa, cartacee, per i consiglieri. Un’attenzione al dettaglio che però Boni non ha dimostrato con il capitolo spesa, che nella sua intervista sosteneva essere di 50mila euro, contro gli oltre 67mila euro testimoniati dalle carte.

La teoria del risparmio, piuttosto discutibile, ha comunque trovato d’accordo 79 consiglieri su 80: l’unica voce fuori dal coro è stata quella di Gabriele Sola, consigliere dell’Idv che a novembre ha restituito l’iPad al mittente, allegando una lettera con le spiegazioni del gesto. Iniziativa anti-casta non è nuova per Sola, che già nel luglio scorso aveva ricostruito per L’Espresso tutti i privilegi dei consiglieri regionali.

Come spiega la lettera di Sola, l’intento di “dematerializzare” gli atti e i documenti della pubblica amministrazione è di sicuro encomiabile, ma non si capisce perché la fruizione degli atti digitali debba avvenire per forza con un iPad nuovo, piuttosto che con i computer già in dotazione dei consiglieri.

“Secondo Boni l’iPad è uno strumento indispensabile senza il quale non si riesce più a lavorare in consiglio regionale”, spiega Sola, “Balle utili a giustificare l’ennesimo, odioso privilegio: il discorso reggerebbe solo se esistesse qualche irrinunciabile applicazione finalizzata alla cosiddetta ‘dematerializzazione degli atti’. Invece la diffusione di documenti tramite e-mail e web, come accade oggi, è del tutto compatibile con l’uso del personal computer”.

Ma Boni è andato anche oltre, spingendosi a richiedere la rettifica a chiunque parli di iPad “regalati” ai consiglieri, visto che i tablet sono concessi in comodato d’uso. Una formula già usata da diverse amministrazioni in giro per lo Stivale per distribuire iPad con la scusa della dematerializzazione: prima della Regione Lombardia ci avevano già pensato a Bolzano, a Sassari, a Torino, a Como e in Puglia. Un tentativo era stato fatto anche a Siracusa e in Abruzzo, dove però le proteste degli elettori hanno spinto i consiglieri provinciali e regionali a tornare sui propri passi, a rinunciare ai tablet o a pagarli con soldi propri. La storiella del risparmio sulle fotocopie, chissà come mai, non aveva proprio convinto i contribuenti.

Scritto per L’Espresso || La delibera

I partiti che boicottano la onlus

C’è un campo di accoglienza per ragazze di strada in Congo, costruito da una onlus, e ci sono i principali partiti italiani che ne stanno boicottando il funzionamento, forse senza neppure accorgersene. Il Partito Democratico di Bersani, l’Udc di Casini, il Popolo della Libertà di Berlusconi, la giunta Polverini della Regione Lazio, La Destra di Storace, oltre a singoli esponenti politici come il delegato al Comune di Roma per lo Sport Alessandro Cochi. Ognuno di loro, con migliaia di manifesti abusivi incollati in giro per la capitale, ha coperto la pubblicità di chi invece ha tutte le autorizzazioni, senza preoccuparsi non solo della legge, ma persino del buonsenso.

Se il fenomeno dell’attacchinaggio abusivo non è certo nuovo, soprattutto a Roma, ci sono però dei casi in cui l’arroganza dei partiti diventa ancora più evidente e l’elemosina per un voto, un click o una tessera in più diventa una scusa valida per oscurare persino le iniziative senza scopro di lucro. Iniziative che, magari, in un programma o in un comizio ci si vanta poi di sostenere.

L’Espresso ha monitorato negli ultimi 15 giorni uno specifico cartello di Roma, collocato lunga la trafficata arteria di via Cristoforo Colombo, a pochi metri dalla sede della regione Lazio e da una frequentata fermata dell’autobus. Il cartello in questione, della società pubblicitaria Clear Channel, dal 2 gennaio e per quattordici giorni è stato donato dalla stessa società alla onlus For a Smile, per una campagna di raccolta fondi per il finanziamento di una struttura in Congo. L’iniziativa della Clear Channel, che ha interessato circa 900 impianti nella capitale, è stata promossa in via del tutto gratuita per la onlus in questione.

Purtroppo il bel gesto, almeno per lo specifico cartello a cui ci siamo interessati, è stato del tutto vano. Nei nostri monitoraggi eseguiti due volte al giorno, solo in due casi siamo riusciti a vedere la pubblicità di For a Smile, mentre in un’altra ventina di occasioni abbiamo potuto registrare ogni iniziativa politica possibile, in modo del tutto trasversale ma sempre rigorosamente abusiva. Il due gennaio il Pd ci informava che la giunta Polverini ha dato il vitalizio agli assessori, il tre gennaio la giunta Polverini si rallegrava per la pubblicazione del bilancio, il cinque gennaio Storace convocava una marcia su Roma, il nove e il dieci gennaio il Pd chiedeva se conosciamo Fabrizio, Eva e così via.

La prima volta in cui abbiamo visto la pubblicità di For a Smile è stato il 12 gennaio, ovvero dopo dieci giorni di campagna pubblicitaria. Dietro la teca di vetro, un sorridente bambino invita a una donazione da uno o due euro con un sms per il centro in Congo. Difficile sapere quanti dei pendolari che frequentano la zona abbiano mai visto il suo volto e quanto abbiano dovuto sopportare i proclami dei partiti.

“Il problema dell’affissione abusiva a Roma è diventato insopportabile e nel 99% dei casi riguarda i manifesti di politici e dei partiti. Nella capitale tra elezioni, manifestazioni e annunci c’è sempre qualcosa da comunicare”, spiega L’Espresso Giovanni Celentano, amministratore di Clear Channel, “Prima passano i partiti di destra, poi arrivano quelli di sinistra, poi quelli di centro e così via, e si forma il “crostone”. Noi siamo sempre costretti a pulire, e passiamo più volte al giorno, ma i costi sono molto alti e veniamo subito ricoperti”.

Tanto per avere un’idea del problema e del danno, gli “attacchini abusivi” usano una colla molto potente e per togliere il crostone deve essere usata la lancia termica. “Ha presente quanto costi fare questo? Anche più volte al giorno? Avevamo anche sperimentato una vernice speciale da mettere sulle teche di vetro perché rendessero impossibile l’aderenza della colla, ma anche in questo caso bisognerebbe passarle spesso, e sono altri costi”, prosegue Celentano.

Le periodiche polemiche e sollevazioni contro i manifesti abusivi hanno fino ad oggi spronato ben poco la politica ad intervenire in maniera decisa e, se si escludono radicali e 5 stelle, nessun partito è innocente su questo fronte. E se neppure una onlus che raccoglie fondi per l’Africa è riuscita a evitare il manifesto selvaggio, c’è poco da sperare nel futuro.

Scritto per L’Espresso || Le foto giorno per giorno

Ma Groupon funziona davvero?

Il 2011 è stato l’anno dell’entusiasmo, ma il 2012 rischia di essere quello della delusione e dei ripensamenti: il fenomeno Groupon, il sito che insieme gli altri portali di couponing ha rivoluzionato l’e-commerce anche in Italia, negli ultimi tempi è diventato protagonista di cronache quasi sempre negative.

Dopo i trionfi del lancio sono arrivate in breve sequenza le lamentele dei consumatori insoddisfatti per prodotti mai arrivati o servizi scadenti, degli ordini professionali infuriati per le offerte lanciate da medici e dentisti, e degli stessi esercenti che si sono ritrovati sommersi di richieste a cui non riuscivano a far fronte. Eppure, nonostante il gran numero di problemi, l’impressione è quella di trovarsi di fronte a un sistema assai migliorabile, ma comunque vincente e destinato a durare nel tempo.

“L’e-commerce in Italia vale circa 8 miliardi di euro e di questa cifra ormai diverse centinaia di milioni di euro sono collegate al fenomeno dei coupon”, spiega Riccardo Mangiaracina, responsabile scientifico dell’Osservatorio eCommerce del Politecnico di Milano, “Le cifre esatte non possono esser rivelate per motivi di riservatezza, essendo Groupon una società quotata in borsa, ma nel 2011 la crescita dell’e-commerce italiano è stata di 1,5 miliardi di euro (+20%), e una quota consistente del boom è merito di questo tipo di siti”.

Centinaia di milioni che hanno portato però anche molte proteste, lamentele e dubbi, come è possibile verificare con una ricerca su Google o Facebook. Un’indagine appena conclusa da Altroconsumo su dieci siti del settore, e specifica a coupon dei ristoranti, ha mostrato come in un caso su tre il servizio offerto non sia uguale a quanto promesso.

“Il modello è di sicuro valido, ma servono delle modifiche serie”, spiegano dall’associazione, “Questi siti presentano ancora delle zone d’ombra che invece non verrebbero accettate per gli esercizi reali”. I dubbi di Altroconsumo sono legati al servizio di assistenza, a volte a pagamento o assente, e al problema delle fatture, che non vengono quasi mai rilasciate anche se il coupon da solo non ha valore fiscale. La stessa indagine mostra però come le offerte consentano un risparmio medio del 48% sui prezzi normali, nonostante la metà dei coupon esageri nel quantificare il risparmio (il classico “effetto saldi”).

“Siamo un’azienda giovane ed abbiamo fatto degli errori è vero”, ammette senza difficoltà Boris Hageney, Ceo di Groupon in Italia, Spagna e Portogallo, “Buona parte delle lamentele è però collegata ai coupon per la vendita di prodotti, e non di servizi. L’estate scorsa abbiamo lavorato con dei distributori, e sono spesso delle aziende “che non si vedono”, quindi non abituate a confrontarsi con il cliente. Poi c’è tutto il capitolo della spedizione e dei ritardi e non bisogna dimenticarsi che per anni in Italia i grandi player internazionali come Amazon hanno rimandato l’arrivo sul mercato a causa dei problemi di logistica”.

La lamentele dei clienti hanno portato Groupon a dotarsi di una logistica propria in Italia, oltre a interrompere i rapporti commerciali con i partner rivelatisi inaffidabili. Ma anche sulla gestione dei reclami la società non accampa scuse. “Dispiace molto per le polemiche dei clienti, e noi stessi non abbiamo seguito bene la vicenda, è vero”, continua Hageney, “Adesso ci siamo impegnati a risolvere le controversie di oltre 300 clienti che si sono riuniti in un gruppo su Facebook ed entro fine mese contiamo di sistemare le cose”. Lo stesso amministratore confessa poi di aver acquistato molti prodotti attraverso i coupon della sua azienda, ritrovandosi in alcuni casi davanti a ritardi inaccettabili.

Se protestano i clienti, non mancano le rivolte anche dall’altra parte della barricata, ovvero tra commercianti e persino ordini professionali. E’ di pochi mesi fa la notizia dello scontro tra Groupon e l’ordine dei medici, con l’ultimo che accusava i propri associati di fare dumping attraverso il sito, e il portale di coupon a rispondere passando per l’antitrust.

“La polemica è nata con i medici che sono la categoria più organizzata, più protetta e con più denaro in gioco”, spiega Hageney, “Molti giovani medici hanno capito che potevano trovare clienti attraverso di noi e ne è nato uno scontro, anche interno alla loro categoria. Mi sembra un discorso molto simile a quanto visto di fronte alle liberalizzazioni: per alcuni è un’opportunità, per altri è la perdita di un privilegio. Quello che sappiamo è che il 99% degli utenti sta dalla nostra parte”.

Sul proliferare delle offerte mediche, che gli stessi siti riconoscono essere uno dei settori a più forte crescita, anche il parere di Altroconsumo è molto critico “La leggerezza con cui vengono proposte queste visite può alimentare confusione, inducendo i pazienti ad acquistare, allettati più dal forte sconto che da un reale bisogno”, spiega l’associazione nella sua indagine, “Visite ed esami andrebbero fatti solo quando serve e sentendo il parere del proprio medico. Il rischio non è solo quello di un consumo indotto dalla spinta pubblicitaria, ma anche di iniziare un cammino di visite ed esami non necessari con spese e stress aggiuntivi”.

E quando non sono i medici a protestare, sono gli esercenti a lamentare “l’overbooking”, a loro giudizio pilotato dai siti di couponing per guadagnare di più e che costringe le attività ai salti mortali per venire incontro a tutti. Groupon e soci guadagnano infatti prelevando una percentuale da ogni coupon venduto e un’offerta di successo può portare migliaia di euro nelle casse.

Un caso su tutti è quello dell’Hotel Diana, una piccola struttura di sette camere a Sardara, nel Medio Campidano. Come spiegato dai gestori, l’accordo con Groupon prevedeva la commercializzazione di 50 soggiorni, ma alla fine ne sono stati venduti poco meno di mille con tutte le problematiche che questo ha scatenato. L’articolo ha fatto il giro della rete, diventando quasi un manifesto dei pericoli da coupon per gli esercenti.

Se poi il problema non nasce dal sito, allora ci pensa il singolo esercente a mettersi nei guai. Una ricerca dell’Università di Boston ha mostrato come, dopo un’offerta di coupon, il voto medio dei negozi su siti di recensioni come Yelp tenda a diminuire in modo preoccupante.

“Qualcuno fa il furbo attirando con il coupon il cliente ma offrendo un servizio peggiore rispetto a quelli senza coupon”, spiega Hageney, “Ma è la più grossa stupidaggine che possano fare. Noi lavoriamo con i partner per far capire le potenzialità del sistema e abbiamo notato come molti esercizi che avevano lanciato una promozione con noi, sono tornati mesi dopo più preparati su come sfruttare l’occasione”.

I limiti del sistema del couponing non si fermano ai soli aspetti “visibili”, come appunto le proteste di consumatori ed esercenti, ma toccano anche i costi aziendali. “All’inizio il modello ha raccolto facili entusiasmi, ma nasconde diverse insidie”, spiega Mangiaracina, “Innanzitutto è poco scalabile: non c’è spontaneità da parte dei commercianti ad affidarsi a questi siti, che quindi devono fare ampio uso di agenti per trovare dei partner. Poi gli investimenti per entrare nel settore sono alti, in quanto per far funzionare la macchina serve una rete di vendita capillare e non solo. E alla fine l’enorme concorrenza del settore, con decine di siti simili tra loro, non fa che abbassare i margini di ricavo, permettendo al singolo esercente di negoziare accordi più vantaggiosi, a scapito del guadagno del sito di couponing stesso”.

Lo sbarco in borsa di Groupon, che tra tutti i siti del genere è di gran lunga il leader del mercato, può fornire un altro elemento indicativo. Quotata al Nasdaq a novembre, nel giorno dell’offerta pubblica Groupon ha visto le proprie azioni crescere del 50%, piazzandosi dietro la sola Google tra le società internet per il migliore esordio a Wall Street. Dopo due mesi dalla quotazione però, l’effetto entusiasmo si è sgonfiato e la quotazione è tornata poco sopra i valori iniziali. Nonostante questo, il sito punta a continuare la sua espansione e solo in Italia impiega oggi 350 persone con una media di 28 anni e offerte in 50 città.

“L’e-commerce ha ancora un grosso potenziale inespresso nel nostro paese, e il merito dei siti di couponing è di aver portato nel mercato degli utenti fino ad ora esclusi”, spiega Mangiaracina, “In Italia ci sono 20 milioni di utenti on line, ma solo 9 milioni sono gli e-shopper, quelli che hanno fatto acquisti in rete”.

Lo spazio di crescita non manca insomma, e i nuovi settori merceologici battuti dai siti di couponing dimostrano un certo dinamismo. Difficile però che nei prossimi anni non inizi la selezione naturale di queste iniziative “E’ lecito aspettarsi che nei prossimi mesi si assista a una concentrazione del mercato in mano a pochi grandi player”, conclude Mangiaracina, “E i siti che restano dovranno investire in nuovi canali, primo tra tutti il mobile con la possibilità di offerte geo-referenziate. Un campo ancora oggi sottovalutato”.

Scritto per L’Espresso

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