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Mosconi, la vittima di YouTube

Puoi condurre ogni giorno un telegiornale ed essere ricordato da milioni di italiani per soli sette minuti, che dovevano restare confinati in delle videocassette al montaggio e sono stati invece messi su YouTube dai soliti ignoti. E’ la parte che non fa ridere della storia di Germano Mosconi, giornalista sportivo veneto, scomparso a 80 anni a Verona dopo una lunga carriera tra tv e carta stampata, ma diventato un “idolo della rete” per le sue esternazioni e bestemmie. Comprensibili sfoghi per chi svolge un mestiere che deve sottostare alla dittatura delle lancette, dei tempi televisivi, delle chiusure. Quasi un’ingenuità, se non ci si aspetta di essere tradito da chi lavora con te ogni giorno per confezionare un tg.

Poco importa, perché degli anni di onesto lavoro del giornalista, online non rimane che qualche ritaglio affogato in una marea di video, montaggi, pagine Facebook, e persino rap musicali ispirati da qualche turpiloquio fin troppo colorito. Il clip più visto di Mosconi, un montaggio dei suoi fuori onda “migliori” ha in questo momento quasi due milioni di visualizzazioni: uno share che le reti locali, per cui il giornalista ha lavorato, si sognano. A niente vale spiegare che in Veneto la bestemmia è quasi un intercalare del linguaggio, poco conta ribadire che per gli artigiani del video gli sfoghi fuori onda sono la norma, non l’eccezione: E proprio per questo dovrebbero essere cestinati.

I quindici minuti di fama promessi nel ’68 da Andy Warhol diventano così, negli anni zero, circa sette minuti e pochi secondi di vera e propria gogna, capaci in un click di spazzare via tutto il resto. Come ad esempio la dignità di un uomo che a questa fama non si è voluto piegare e che ha denunciato chi ha caricato quei video. Clip che oggi, ironia della sorte, sono diventati i sepolcri digitali in cui lasciare un ricordo per il giornalista, insieme agli immancabili social network (su Twitter l’hashtag #germanomosconi è subito diventato un top trend).

Nelle dinamiche della rete, in cui non c’è rettifica che possa deviare la corrente, non si può che tornare su quei famosi video e riguardarli con un occhio diverso. Chiedendosi quanto sarebbero lunghi i video dedicati alle nostre gaffe, ai nostri errori, ai nostri insulti gratuiti. E scoprire che, così, tutto fa molto meno ridere.

Scritto per Repubblica

Intervista a Radio Radio

Il programma “Lavori in corso” dell’emittente Radio Radio mi ha intervistato su privacy, internet e social network. Qui potete ascoltare l’intervista:

LAVORI IN CORSO – MAURO MUNAFO – 29-02-2012

Iubenda, la startup svela privacy

Che cosa sanno di noi i siti che visitiamo ogni giorno? Posizione geografica, indirizzo Ip, account di Facebook, nomi, email : ogni volta che ci colleghiamo a una pagina decine di dati transitano sulla rete e vengono gestiti da diverse piattaforme per gli scopi più vari. Difficile però che un utente comune possa risalire a tutti gli usi fatti dei suoi dati, a meno che non abbia profonde conoscenze tecniche o molto tempo da dedicare alla lettura delle “privacy policy”, quei documenti obbligatori per legge, lunghi e noiosi, confinati spesso in link nascosti. Eppure a questa situazione potrebbe presto porre un rimedio una startup tutta italiana, Iubenda, lanciata da poche ore ma assai promettente.

L’idea di Iubenda, semplice e al tempo stesso rivoluzionaria, è questa: mostrare in una rapida schermata e con un click tutti gli usi che vengono fatti delle informazioni personali su un sito, senza spulciare documenti o improvvisarsi avvocati. E che la gestione della privacy online sia un argomento delicato lo dimostrano i fatti di cronaca, anche recente: lo stop imposto dall’Unione Europea a Google, l’accesso ai numeri della rubrica del social network Path o le periodiche polemiche sulle impostazioni  di Facebook, tanto per fare un esempio.

“Lavorando su altri progetti mi scontravo sempre con il problema di creare una policy sulla gestione della privacy ”, spiega a Repubblica.it Andrea Giannangelo, fondatore di Iubenda. “Ormai il sistema di Creative Commons (gestione dei diritti d’autore ndr) esiste da anni, ma qualcosa di simile non c’è per la privacy e per chi lavora sul web si tratta di una enorme perdita di tempo”. Da una parte ci sono quindi i gestori dei siti che percepiscono come un peso (obbligatorio per legge) il dover spiegare l’uso dei dati sui propri portali, e dall’altra gli utenti che poi quelle spiegazioni neppure le leggono.

“Noi offriamo un servizio semplice ed elegante e con pochi click si può generare una policy riferita alla normativa europea, una delle più stringenti  -  continua Giannangelo – mentre un team legale è costantemente all’opera per monitorare eventuali modifiche, in modo che chi gestisce un sito non debba più preoccuparsi di questi aspetti”.

Nella prova di Repubblica.it, Iubenda si è rivelato semplice da usare per chi vuole generare la sua policy e di facile consultazione per l’utente finale. La creazione del documento passa infatti attraverso un sistema di widget: basta aggiungere i servizi che il proprio sito utilizza, siano essi il pulsante like di Facebook o Google analytics (che prevedono l’uso dell’indirizzo ip e la creazione di un cookie tramite browser) o un altro tra i 27 servizi più usati.

Se dal lato gestore tutto fila liscio, va anche meglio su quello utente. Il documento finale generato ha infatti due diverse visualizzazioni: c’è quella più strettamente “legale” e quella semplificata, che attraverso delle icone fa emergere a colpo d’occhio quali dati il sito tratta e quale uso ne viene fatto. Il risultato ha portato Iubenda a generare in un solo giorno 1.500 policy, oltre a raccogliere recensioni positive anche dalla stampa di settore anglosassone.

“Il nostro obiettivo è semplificare il mondo legale attraverso la tecnologia”, continua Giannangelo. “E ci sono tantissime altre novità che introdurremo nei prossimi mesi”. Quanto promettente possa rivelarsi il settore lo dimostra poi il finanziamento di 100mila euro ricevuto da Iubenda da investitori noti nella scena tecnologica italiana come Marco Magnocavallo, Andrea Di Camillo e dal fondo Digital Investment Sca Sicar, con advisor dPixel.

Ma quella di Iubenda è una storia che va oltre il prodotto che offre e parte dal fondatore Andrea Giannangelo, startupper di 22 anni, abruzzese di origine e bolognese d’adozione. Oltre a lui il team di Iubenda include Domenico Vele, sviluppatore di 38 anni, e Carlo Rossi Chauvenet, legale trentenne, divisi tra Milano e Bologna. Idea, team e finanziamenti italiani dimostrano una volta di più la vivacità anche nel nostro paese del settore web, che negli ultimi anni sembra essersi risvegliato dal torpore seguito alla fine della bolla delle dotcom, come la vittoria dell’italiana Beintoo all’ultima edizione di LeWeb ha di recente dimostrato.

“Nella mia esperienza il fatto di trovarmi in Italia non è mai stato un grande limite  -  spiega Giannangelo  -  l’ambiente italiano ha delle differenze e bisogna esser capaci di trarre vantaggio da queste. Restare in Italia non è una religione, così come non lo è andare via, ma le cose stanno cambiando a grande velocità e il sistema ha cominciato a muoversi insieme, a sostenersi a vicenda e a lavorare di squadra”.

Scritto per Repubblica

Il Corriere parla di #trollcomelacgil

Il quotidiano di via Solferino ha realizzato un articolo sull’uso di Twitter da parte del sindacato Cgil, parlando nello specifico dell’hashtag #trollcomelacgil che ho lanciato. A questo link è possibile leggere l’articolo nell’archivio digitale

Formigoni e il piano anti gay

Quanta paura fanno gli omosessuali a Formigoni. Il presidente della Regione Lombardia ha infatti deciso che gay, lesbiche e coppie conviventi non dovevano rovinare il suo San Valentino, e ha mobilitato i collaboratori più fedeli affinché nella notte tra il 14 e il 15 febbraio nessuno potesse tirargli un brutto scherzo.

I guai per Formigoni sono iniziati con la sua stessa decisione di aprire la terrazza del Pirellone alle coppie desiderose di darsi un romantico bacio osservando dall’alto tutta Milano. L’iniziativa, mix tra libro cuore e film di Moccia, è diventata un pericoloso boomerang quando l’esponente del Pd Ivan Scalfarotto ha rilanciato l’idea alle coppie di fatto, anche e soprattutto omossesuali. In poche ore sono arrivate le adesioni di Sinistra e Libertà e della locale Arcigay, facendo risuonare il campanello d’allarme ai piani alti della Regione.

Formigoni e i suoi si sono quindi dovuti inventare un piano di emergenza per evitare che la terrazza del Pirellone somigliasse a un gay pride in miniatura. La prima mossa è stata una semplice dichiarazione, diventata poi un messaggio su Twitter: “S. Valentino a Palazzo Lombardia: il 39 piano non potrà essere utilizzato per manifestazioni di alcun tipo. Vi aspettiamo a Palazzo Lombardia”.

Tutta qui la controffensiva formigoniana? Naturalmente no, anche se questa è stata l’unica azione pubblica. Per le altre il team di Formigoni ha preferito via meno ufficiali. La mattina del 14 febbraio, tutti i dipendenti del Consiglio regionale si sono ritrovati un messaggio nella rete interna che li invitava a un’anteprima dell’apertura del 39esimo piano.

Questo il testo della mail, che l’Espresso è in grado di rivelare: «Non solo San Valentino, visita per i dipendenti alle 18,15. Stasera il 39esimo piano prenderà vita e accoglierà tutti i cittadini che desiderano festeggiare lì San Valentino. Cogliamo l’occasione per invitare tutti voi, insieme ai vostri accompagnatori (fidanzati, amici, mariti e mogli) ad una anteprima della visita. Ci troviamo all’ingresso di N1 alle ore 18,15. Ricordiamo che sarà possibile ammirare la città dall’alto anche dalle 19,00 alle 24,00 e farsi immortalare in una suggestiva e romantica foto panoramica».

Una gentilezza per i dipendenti lombardi? Niente affatto. Chi conosce bene i tempi dell’organizzazione di Formigoni conferma l’eccezionalità di un invito comunicato con così poche ore di anticipo. L’obiettivo della mail era molto semplicemente quello di convocare il maggior numero di dipendenti possibile all’evento delle 19, in modo da occupare tutti gli spazi disponibili e boicottare l’iniziativa “alternativa”. Foto dei giornali e video dei tg non dovevano immortalare nulla di diverso da coppie eterosessuali che si baciano sul Pirellone.

Non troppo convinto della fedeltà dei dipendenti della regione, Formigoni ha sfoderato però un altro asso dalla manica (e qui viene il bello): organizzare in prima persona le coppie per allestire la sceneggiata. «Siamo venuti a sapere che alcuni dirigenti della Regione, fedelissimi di Formigoni, hanno contattato dei dipendenti per chiedere loro di partecipare alla visita al Pirellone», spiega il consigliere regionale di Sinistra e Libertà Giulio Cavalli, «E a quelli che non hanno una compagna è stato suggerito di presentarsi con una collega». Maria sta con Filippo, Alessio con Elena e così via insomma: più che un incontro in regione sembra il gioco della bottiglia. E se anche la contromossa di Formigoni dovesse funzionare nelle foto di rito, Cavalli aggiunge: «Sarà comunque costretto ad ammettere che quelle tra colleghi sono coppie di fatto».

Scritto per L’Espresso

Volunia, la prova completa

Un’attesa  simile per il lancio di un sito è un evento raro in Italia e Volunia, la start up di Massimo Marchiori, ha provato sulla sua pelle sia i lati positivi che quelli negativi di questo privilegio. La nuova avventura del ricercatore che ha contribuito alla realizzazione dell’algoritmo di Google ha attirato l’attenzione di migliaia di utenti, che hanno assistito in diretta streaming alla disastrosa presentazione: problemi tecnici, burocrazie, discorsi delle autorità dall’Università di Padova. Anni luce dallo stile a cui ci hanno abituato gli eventi hi-tech della Silicon Valley e senza neppure dover citare sua maestà Steve Jobs.

Ma a parte il contorno di aneddoti e presentazioni, che cosa è e quanto valle Volunia? Repubblica.it ha provato a fondo il sito, in modo da valutarne punti di forza e difetti. Diciamolo subito: il giudizio complessivo non è positivo. La fase di test in cui ancora si trova Volunia richiede una certa prudenza, e non è detto che quanto visto non possa essere aggiustato nei prossimi tempi. Ma l’impressione generale è che molti dei limiti siano strutturali e investano l’intera esperienza dell’utente, minando alla base tutta la bontà dell’operazione. Ecco punto per punto la nostra prova.

Il primo impatto. Se si è tra i “Power User” che hanno ricevuto le credenziali per l’accesso, si può iniziare il proprio viaggio in Volunia. Quello che ci si trova davanti all’inizio è una pagina a metà strada tra un motore di ricerca e un social network: una barra con alcune funzioni in alto, uno spazio per la chat a destra e un campo in cui cercare parole al centro. Qui saltano all’occhio i primi problemi. L’interfaccia presenta infatti degli evidenti limiti: troppi bottoni, icone approssimative, colori non armonizzati tra loro, font poco eleganti e, in generale, una grafica anni 90 che mal si adatta a quanto presenta oggi la maggioranza dei siti, non solo quelli dei colossi online.

La ricerca. Vista la presenza di Marchiori al comando della start up, era forse dalla ricerca che ci si aspettavano le novità più interessanti, ma anche in questo caso non si può che restare delusi. Il sito, come hanno spiegato in conferenza i creatori, scandaglia per ora un numero molto limitato di pagine online. Cercando “Repubblica” otteniamo circa 200mila risultati contro gli oltre 20 milioni di Google: un rapporto di 1 a 100. Se il numero di risultati non è soddisfacente, non va meglio con la qualità e l’ordine delle risposte; cercando “lady gaga”, la pagina ufficiale dell’artista risulta il tredicesimo link, preceduto da siti di news o spazi che propongono download  delle canzoni e di programmi.
Di problemi con le ricerche ne abbiamo registrati molti e vale la pena citare gli 0 risultati per “aldo giovanni e giacomo”, che diventano settemila risultati se si toglie la congiunzione “e” tra gli ultimi due comici. Problemi anche per quanto riguarda l’aggiornamento delle pagine cercate: la famosa frase “vada a bordo, cazzo” pronunciata nella telefonata tra Schettino e De Falco non trova alcuna corrispondenza (su Google i risultati sono 2 milioni e mezzo, su Yahoo! quasi 300mila). Volunia non offre quindi una funzione di ricerca migliore o alternativa rispetto a quella dei principali competitor: una situazione che forse cambierà con l’introduzione di tecnologie semantiche annunciate da Marchiori in conferenza. Fino ad allora, meglio continuare con altri motori di ricerca. Anche se la cosa potrebbe non essere così semplice.

Un web (molto) limitato. Il problema della ricerca diventa infatti preoccupante se unito a un altro elemento: attraverso Volunia non si possono visualizzare siti del calibro di Google, Facebook, YouTube, Twitter e Flickr. I colossi in questione prevedono infatti il blocco per quei programmi che utilizzano la tecnologia iframe, ovvero le “cornici” che circondano la pagina originale e che, nel caso di Volunia, permettono di visualizzare i menù e la chat. Nella conferenza di presentazione Marchiori aveva dichiarato di voler liberare i navigatori dalle gabbie imposte loro dai siti, facendo un paragone (forse un po’ ingenuo) con le galline. Paradossalmente sono invece le sue gabbie a bloccare la navigazione su cinque dei siti più visitati in Italia e nel mondo. Un problema non da poco che potrebbe essere fatale per Volunia.

Le mappe e i multimedia. Una delle funzioni più curiose e interessanti di Volunia sono le mappe che genera partendo dai siti. Ogni spazio online indicizzato può infatti essere visualizzato sottoforma di città tridimensionale, con tanto di case e palazzi che rappresentano le pagine principali. Il sistema scardina quindi la tradizionale navigazione gerarchica delle pagine, favorendo un’esplorazione differente ma ancora piuttosto caotica nei siti più complessi. Una soluzione la forniscono gli altri utenti che popolano questa mappa, e che con la loro presenza danno un segnale delle pagine più valide in cui guardare. La grafica con cui è realizzata la funzione risulta comunque scarna (anche per non rallentare la navigazione) e riporta alla mente “Sim City 2000″, un videogame del ’94 in cui l’utente-sindaco costruisce la sua città. Venti anni dopo ci si aspetterebbe però un’interfaccia più pulita e forse solo qualche nostalgico della tridimensionalità vintage anni 90 potrà apprezzare la scelta stilistica. Oltre alle mappe, in ogni sito si possono anche cercare e visualizzare contenuti multimediali come immagini, audio, video e documenti. Questi vengono visualizzati in modo ordinato e comodo da consultare, ma in questo caso ritorna il problema dell’aggiornamento delle pagine nell’indice: cercando immagini sulla home di repubblica.it sono comparse infatti delle foto usate per articoli pubblicati nella prima metà di dicembre. La funzione può quindi rivelarsi utile solo per quei siti o per quelle pagine aggiornate con minore frequenza.

Chat e social. Lo slogan di Volunia recita “seek and meet”. Dopo aver analizzato la ricerca, bisogna quindi passare al lato sociale. L’intera esperienza dell’applicazione ruota infatti intorno alla community: il singolo utente può costruirsi un profilo, aggiungere amici e invitarli su pagine specifiche. Inoltre a lato della pagina è sempre aperta una chat a cui possono prendere parte tutti gli utenti che stanno visitando quel sito in quel momento, mentre le foto dei loro avatar vengono visualizzate nella barra in alto, anche dopo che hanno abbandonato la pagina. Questo dettaglio risulta assai rilevante quando si naviga in siti a luci rosse e, come abbiamo potuto testare navigando su uno dei principali portali della categoria, si possono scoprire con un click nome e cognome di decine di utenti che sono passati da lì, mentre la traccia del passaggio resta anche nella cronologia del profilo. Meglio quindi modificare le impostazioni di default intervenendo nelle opzioni se si vogliono evitare situazioni sconvenienti.

L’utilizzo di Volunia può comunque avvicinare utenti con gusti affini e che visitano le stesse pagine, ma l’aspetto sociale dell’esperienza non sembra un passo avanti rispetto ai moderni social network, quanto un ricordo delle vecchie chat room. L’impossibilità, almeno al momento, di “importare” gli amici da Twitter e Facebook aggiunge poi un’ulteriore difficoltà alla costruzione di una navigazione davvero sociale. Un’occasione a prima vista mancata quindi, anche considerando la lunga lista di società grandi e piccole che hanno provato a costruire il “social browsing”, ovvero a coniugare l’idea di navigare nella rete con i propri amici. Prima di Volunia ci avevano provato Google con la funzione SideWiki della Google Toolbar (ritirata dopo pochi mesi), e applicazioni come WhoIsLive, Tokkster, Skabble, l’italiana ToolMeet e browser come RockMelt, giusto per fare qualche nome.

Aggiungere il proprio sito. Attraverso il pannello di controllo del proprio account è possibile poi aggiungere un sito web a Volunia e, in questo modo, modificarne la mappa. La procedura per “reclamare” il sito è piuttosto semplice e prevede l’inserimento di un codice numerico nella home page. Le opzioni per personalizzare la mappa prevedono un diverso design per le “casette” (per ora la scelta si limita a due stili: tradizionale e futuristico), ma è possibile anche aggiungere una serie di bottoni e widget online per promuovere la discussione e visualizzare la chat, in modo non troppo diverso da quanto si può fare oggi con servizi simili. Problemi anche nel meccanismo con cui si propone di aggiungere un proprio sito all’indice: troppo lento, almeno per ora. Il giudizio su questo aspetto resta quindi sospeso, anche se il semplice fatto di prevedere una funzione per reclamare i propri siti senza che questa procedura li aggiunga in breve tempo all’indice non è certo un punto a favore di Volunia.

Il verdetto
. La nostra prova di Volunia ha evidenziato una lunga lista di limiti e dubbi, che solo in parte possono essere dovuti allo stadio beta del suo sviluppo. La storia professionale di chi ha creato questa start up, unita alla voglia di riscatto per la ricerca e per il settore digitale italiano sottolineate durante la presentazione, hanno alimentato delle speranze e delle attese che alla prova dei fatti sembrano eccessive. Oltre ai problemi tecnici che abbiamo sottolineato, Volunia sembra proporre un modo di navigare che solo una piccola parte di utenti può ritenere interessante, mentre la maggioranza potrà trovarlo al massimo un curioso svago da provare e abbandonare dopo un po’. Alcune idee interessanti si vedono, ma sembrano comunque troppo poche e non sufficientemente  sviluppate per cambiare il giudizio complessivo che, per quanto riguarda questa beta, è negativo. Non resta quindi che aspettare la fine della fase di prova per scoprire se a questi problemi verrà posto rimedio, se ci sono altri segreti sotto il cofano di Volunia e se il team di sviluppo sarà in grado di correggere il tiro rispetto a queste prime non esaltanti impressioni.

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