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La pubblicità online può essere fastidiosa…

E’ BASTATO cliccare su un paio di scarpe in mostra su un blasonato sito degli States: quella che sembrava una semplice sessione di e-shopping per Julie Matlin, “mommy blogger” canadese, si è trasformata in un’avventura ai limiti dello stalking virtuale. Sì, perché quel paio di scarpe (che la Matlin alla fine ha deciso di non comprare), ha continuato a perseguitare la blogger in tutti i siti internet che visitava, riproponendosi con la stessa insistenza attraverso le pubblicità nelle pagine più disparate, fossero essi siti di informazione o blog per fanatici tecnologici. Un rapido consulto del meteo? Ed ecco quelle scarpe. Uno sguardo alle foto postate da un amico su Twitpic? Ancora loro. Stessa storia su YouTube o Facebook o MySpace.

Partendo da questo aneddoto, raccontato dalla Matlin 1 sul suo blog, il New York Times 2 analizza un fenomeno sempre più diffuso e che genera preoccupazione su molti navigatori del web, anche in Italia. Pure nel nostro paese capita infatti che, una volta cliccato su un annuncio o su un banner, si finisca per visualizzarlo di continuo, anche se il messaggio che veicola non è di nostro interesse. Il nome tecnico di questo fenomeno è remarketing (o retargeting). In poche parole si tratta di una campagna pubblicitaria via web che punta direttamente a chi ha già interagito con un sito o con un prodotto, invitandolo a tornare di nuovo. Sul paino teorico la convenienza è evidente: se un utente sta cercando un hotel per le vacanze è probabile che visiti decine di siti diversi prima di scegliere la meta. Meglio quindi “ricordargli” che da quel sito inserzionista è già passato e che magari può valere la pena tornare.

Queste tipo di campagne non è una novità, ma ha subito un notevole incremento negli ultimi tempi in seguito alla discesa nel settore anche dei big della pubblicità. Un caso su tutti è quello di Google che ha lanciato il remarketing per i suoi Adsense lo scorso marzo. Curiosamente la pagina del gigante di Mountain View che spiega di che si tratta cita proprio l’esempio di un paio di scarpe.

Dove questo tipo di operazioni crea qualche perplessità è sul sempre delicato tasto della privacy: una pubblicità che ricorda quali scarpe hai guardato qualche giorno fa può creare fastidio, ma problemi più gravi possono sorgere quando ad essere visualizzati sono farmaci dimagranti, medicinali o altri prodotti sensibili. Basta dare un’occhiata ai commenti all’articolo del New York Times per rendersi conto di quanto questo genere di tracciamento degli interessi non sia troppo gradito dagli utenti, che in alcuni casi promettono il boicottaggio di chi usa questi sistemi di pubblicità. Il dibattito sull’efficacia di questo mezzo è aperto anche tra gli addetti ai lavori, in molti casi preoccupati di dare ai propri potenziali clienti l’idea di una persecuzione o di un interesse fin troppo invasivo.

In realtà il remarketing non è diverso dalle altre pubblicità mostrate online e può essere “addomesticato” usando gli stessi accorgimenti. Il tracciamento dell’utente si basa sui celebri cookies, dei file di testo che vengono salvati dal browser (il programma che si utilizza per navigare) e conservano memoria dei siti visitati, i login e le password. Questo tipo di tracciamento si basa solo sul browser e non è in alcun modo associato al nome o alle generalità della persona: basta cancellare i cookies (operazione eseguibile dalle opzioni dei browser o con programmi appositi) per eliminare ogni effetto del remarketing. Insomma: con un click le scarpe hanno cominciato lo stalking e con un click lo cesseranno.

Per Repubblica

Il No B Day torna in piazza

Le dimissioni di Berlusconi non bastano più. A quasi un anno dal primo No Berlusconi Day, che il 5 dicembre 2009 portò in piazza quasi un milione di persone (90 mila per la questura), il Popolo Viola convoca una nuova manifestazione nazionale per il prossimo 2 ottobre. Il movimento nato su Facebook proprio in occasione del primo No B day non si accontenta però delle dimissioni del premier: un risultato che il dicembre scorso poteva sembrare fantascienza ma che oggi è contemplato come probabile.

Gli obiettivi dei viola sono adesso tre: le dimissioni del governo e la formazione di un esecutivo tecnico che, prima di tornare alle urne, possa approvare una nuova legge elettorale e una norma sul conflitto di interesse. “Col secondo No Berlusconi Day – si legge nel manifesto dell’iniziativa – ribadiamo l’urgenza di mandare a casa Berlusconi e tutto il governo da lui presieduto, artefice tra l’altro del disastro sociale ed economico del Paese, della distruzione della dimensione pubblica, a partire dalla scuola e dall’università, e massima espressione del degrado morale e del dilagare del fenomeno della corruzione che attraversa, come e più di Tangentopoli, le istituzioni e la classe politica come dimostrano i casi Scajola, Brancher, Bertolaso, Cosentino, Dell’Utri, Verdini solo per citarne alcuni”.

La manifestazione del 2 ottobre si terrà a Roma, dove un corteo partirà da piazza della Repubblica alle 14 per andare fino in piazza san Giovanni. Hanno già confermato la propria adesione associazioni della società civile come Agende Rosse, Libertà è Partecipazione e Partigiani del terzo millennio. Probabile anche la partecipazione di diversi partiti di opposizione. “Il nostro è un movimento apartitico – spiega Silvia Bartolini, responsabile del Popolo Viola – però siamo aperti alle adesioni di chiunque voglia portare avanti la nostra battaglia. Parliamo di temi che devono essere affrontati in Parlamento e quindi è importante l’attenzione dei gruppi politici”. Al primo No B day parteciparono l’Italia dei Valori, Sinistra e Libertà, Verdi e Prc ed anche il Pd, che non aderì ufficialmente, portò in piazza alcuni suoi esponenti come Rosy Bindi.

Nonostante la mutata scena politica, in piazza non ci saranno i finiani. “Partecipare a una manifestazione del Popolo Viola sarebbe una scorciatoia senza effetti concreti e lontana dalla battaglia culturale della nuova destra – spiega a L’espresso Filippo Rossi, direttore del magazine della fondazione FareFuturo – Condividiamo la necessità di nuove leggi elettorali e sul conflitto di interessi ma crediamo che Berlusconi non debba dimettersi e debba anzi prendersi la responsabilità di governare”. Non manca poi una critica alla manifestazione stessa. “Credo sia un “errore tattico”- conclude Rossi – passare da Internet alla piazza di asfalto e sanpietrini. Per noi oggi l’unica piazza possibile è la Rete”.

La nuova manifestazione è anche un esame di maturità per il Popolo Viola, negli ultimi mesi promotore o partecipe di numerose proteste tra cui quelle contro il legittimo impedimento, contro il processo breve e contro la legge bavaglio. Dalla blogosfera e dall’interno del movimento stesso non sono mancate le lamentele sulla gestione del “paginone” e sugli organizzatori nazionali del movimento, accusati di una gestione poco democratica, di essersi “venduti” ai partiti o di eccesso di protagonismo.

Accuse che vengono però derubricate dagli organizzatori. “Ci sono modi diversi per ottenere qualcosa o manifestare – continua la Bartolini – Quello che più conta è restare concentrati sull’obiettivo ed essere tutti uniti, anche con colori diversi. Non vogliamo monopolizzare la piazza, anzi chiunque condivida le ragioni delle nostre proteste è il benvenuto”. Poca preoccupazione anche per quanto riguarda il rischio di un flop, anche alla luce del grande successo ottenuto a dicembre e agli ovvi paragoni che verranno fatti. “Le adesioni arrivano ogni minuto ed abbiamo già notizia di pullman organizzati da una decina di città d’Italia e persino da Sicilia e Sardegna”.

Per L’Espresso

Il web è morto davvero?

Wired ha emesso la sua sentenza: “il web è morto”. La rivista americana, la più importante del panorama digitale statunitense e mondiale, ha lanciato questa provocazione con la copertina di settembre, affidando a due lunghi articoli del direttore Chris Anderson e dell’editorialista Michael Wolff la spiegazione dell’impegnativa epigrafe (qui l’articolo originale in inglese). Mentre l’uso di internet continua a crescere, il web che tutti navighiamo con i browser diventa sempre meno rilevante – spiega Wired  – scalzato da nuovi metodi di fruizione della rete come le onnipresenti “app” che hanno colonizzato gli smartphone e i tablet. L’era di internet vissuta attraverso i browser (i programmi che servono a visualizzare le pagine html come Internet Explorer o Firefox), caotica, creativa, gratuita e un po’ anarchica lascia quindi il posto al mondo delle applicazioni, più ordinate e funzionali ma che devono essere approvate da qualcuno, scaricate dopo una registrazione e, spesso, pagate.

Oltre il titolo. Per affermare che il web è morto Anderson si basa su alcuni dati statistici, a cui affianca delle considerazioni personali. Secondo i grafici dell’azienda Cisco, il consumo di banda derivato dal web è, in proporzione, in costante calo rispetto ad altri protocolli. Nel 2010 la banda usata per il web si limita al 23% di quella complessiva, proprio quanto quella del peer to peer (usato dai Torrent, da Emule e da molti altri): a farla da padrone è invece il video che “pesa” per oltre il 50%.

Da questi numeri deve quindi partire una riflessione, o una presa di coscienza, che il web è in realtà solo una piccola porzione di internet e che le due cose (internet e web) devono essere percepite come realtà separate. La vera rivoluzione dei nostri tempi è la struttura di internet, su cui è stato realizzato il web che rappresenta però solo un punto dell’evoluzione del mondo digitale e non la sua conclusione o l’unica via disponibile.

Spostando lo sguardo al futuro il destino del web sembra poi già scritto, con l’accesso ad internet via cellulare che sorpasserà quello via desktop e la crescente diffusione di piattaforme alternative ai computer: tablet come l’iPad, ebook reader come il Kindle, console di videogiochi con i loro sistemi di connessione ad hoc (Xbox Live, PlayStation Network), multimedia center da agganciare al televisore nel salotto. Tutti strumenti collegati ad internet e anche al web, ma che mettono quest’ultimo in un angolo preferendogli altre vie meglio ottimizzate. Le residue speranze del web di non essere travolto sono riposte nell’Html 5 che aumenta le possibili interazioni con un sito e potrebbe colmare almeno in parte la distanza con il mondo delle applicazioni.

Chi ha ucciso il web? Quando c’è un morto c’è anche una causa dietro. Nel determinare l’assassino di questa storia Anderson e Wolff prendono via diverse. Il primo indica l’utente e l’uomo più in generale, che per sua stessa natura finisce per preferire la comodità di un’applicazione a portata di dito rispetto alla navigazione “vecchio stile”. Se fino a qualche anno fa pagare per dei servizi su internet sembrava una follia, adesso la qualità del servizio viene riconosciuta come importante da una crescente fetta di pubblico. Poco importa se questa passa dal web: un euro per una canzone su iTunes vale la spesa rispetto al download (gratuito ma illegale) di un mp3 da qualche servizio peer to peer che richiede più tempo o concentrazione.

Secondo Wolff invece la “colpa” della morte del web è in realtà la rivincita dei creatori di contenuto: aziende editoriali, case discografiche e cinematografiche, software house. Dopo 18 anni in cui l’unico modello di business possibile è stata la vendita di pubblicità, adesso si è aperto un altro fronte più remunerativo. Capito che scalzare il dominio di Google sul web era impossibile, si è lavorato a creare un internet alternativo, fatto di “walled garden” (cioè di siti chiusi, non accessibili a tutti). I due protagonisti di questo scenario sono Steve Jobs e Mark Zuckerberg, fondatori di Apple e Facebook, leader di aziende tecnologiche che si comportano però come media tradizionali. Al posto della struttura “alla Google”, in cui l’utente con una ricerca viaggia tra siti diversi, tornano in auge i recinti in cui si può fare tutto senza cambiare pagina o programma: Facebook porta i link all’utente e per molti navigatori è ormai esso stesso sinonimo di rete; iTunes e l’AppStore di Apple permettono di acquistare contenuti per i propri dispositivi da un unico negozio e senza dovere (né potere) guardare altrove.

Le critiche. Con un titolo del genere, non potevano che scatenarsi reazioni violente. Dopo la pubblicazione degli articoli di Wired, non c’è testata di tecnologia o blogger del settore (anche in Italia) che non sia impegnato a contestare l’affermazione di Anderson. Una parte rilevante delle critiche si basa sui dati usati per giustificare la morte del web: i grafici di Cisco, come nota BoingBoing, indicano infatti la percentuale di traffico sul totale, portando in errore i lettori meno attenti. Il “consumo” di web non è in calo, anzi è cresciuto a dismisura: l’unica differenza è che altri protocolli, spesso ospitati dentro le pagine web (si pensi ai video di YouTube) sono cresciuti di più. Un altro elemento messo in risalto dai critici è la scelta del consumo di banda come parametro per dire che il web è morto: l’articolo di un giornale online pesa centinaia di volte meno di un video, ma questo non significa che la gente impieghi più tempo sui video che su quell’articolo.

Altra critica interessante è rivolta al messaggio che l’articolo veicola. Lo scritto di Anderson ad esempio prende la morte del web come un fatto naturale e per cui non c’è bisogno di preoccuparsi troppo: quello che arriverà dopo lo ameremo lo stesso, anche perché le novità riguarderanno più il mondo commerciale (quello cioè che muove il denaro) e non la piattaforma di gratuità e impegno volontario che ha reso la rete ciò che oggi è. Una posizione che ha sorpreso molti, considerato che Wired ha sempre sostenuto i dettami del web libero, e che sembra una resa nei confronti degli interessi industriali visti sempre con sospetto dai pionieri del web. Nel passaggio al nuovo paradigma inoltre, come contesta Gizmodo, sembra che la rivista si sia dimenticata dei problemi veri di internet, legati più alle nuove definizioni di net neutrality (si veda il caso Google-Verizon) che al boom delle applicazioni per iPhone.

Il dibattito. La copertina di Wired e il suo titolo urlato erano attesi da alcune settimane, anticipati da una furba campagna di marketing che potesse creare interesse intorno alla vicenda. Il dibattito che la rivista voleva generare si è scatenato e permette di vedere quante idee diverse ci sono in giro sull’evoluzione di internet. I fatalisti della fine del web contro i convinti difensori della situazione attuale, i tifosi dei browser contro i sostenitori delle app, quelli preoccupati per la net neutrality e gli standard aperti e condivisi contro quelli che vogliono solo vedere YouTube senza aspettare caricamenti infiniti. Le squadre e le argomentazioni che si stanno confrontando sono molteplici: il web non è (ancora?) morto.

Per Repubblica.it

Inizia l’era della “not neutrality”?

Doveva essere “una proposta per una rete aperta”, come recitava il titolo: e invece il documento congiunto presentato da Google e Verizon pone le basi per qualcosa di opposto: traffico internet a due velocità, reti private in cui la legge la scrive il proprietario, connessioni mobili senza regole e sottoposte solo al libero mercato. Uno scenario per l’internet statunitense (e non solo) che ha dato il via a una durissima campagna di critiche da parte della stampa e di varie associazioni contro i due colossi.

Il motore di ricerca Google e Verizon, uno dei principali operatori telefonici americani, hanno pubblicato in serata una loro proposta di massima su una legge che regoli le pratiche degli operatori e degli Isp sulla rete. Che i due colossi stessero preparando qualcosa lo si era scoperto qualche giorno fa, ma adesso il documento è stato reso pubblico sui rispettivi siti delle compagnie, accompagnato da un dettagliato post che ne esalta gli aspetti di trasparenza, innovazione e libertà.

Il documento. E in effetti i primi punti del piano possono solo essere condivisi. Si afferma l’importanza dell’accesso alla rete e la non discriminazione di alcun tipo di contenuto. Si tratta di un dettaglio molto importante che si collega alle discussioni sulla “net neutrality”, il principio secondo cui ogni pacchetto di informazioni trasmesso sulla rete è uguale ad un altro e deve essere trattato alla stessa maniera, senza subire accelerazioni o rallentamenti in base al suo contenuto o protocollo. Altri elementi che hanno trovato l’accordo di buona parte della critica sono stati la garanzia di maggiore trasparenza per gli operatori e il ribadito ruolo di controllore della FCC, l’agenzia indipendente sulle comunicazioni (un ruolo ricoperto in Italia dall’Agcom), messo di recente in discussione da alcune sentenze.

I punti controversi. Le polemiche sulla proposta di Google e Verizon sono scaturite però su altri punti. Nel documento si chiarisce l’importanza di un accesso a una rete aperta, ma si escludono da questa regola i “servizi aggiuntivi” forniti dagli operatori e tutto il settore dell’internet mobile.

Il documento propone che se un operatore di rete via cavo rispetta le regole prima dette, allora può anche offrire (oltre alla connessione) dei servizi aggiunti che potranno usare contenuti disponibili su internet e ricevere un trattamento speciale per quanto riguarda il traffico. Avranno una corsia preferenziale che non ne limiterà le funzioni insomma. Questo principio entra in forte contrasto con quanto stabilito dalla “net neutrality” ed infatti la proposta sottolinea il ruolo della Fcc affinché controlli che non si abusi di questa clausola. I blog americani hanno impiegato pochi minuti a delineare uno scenario in cui l’operatore vende il pacchetto internet “pubblico” (che negli Stati Uniti è quasi un aggettivo dispregiativo) contro quello “plus” che magari garantisce un accesso più rapido a piattaforme di gioco o video. In cambio di questo accesso si potrebbero però sacrificare tutta una serie di diritti che hanno fatto crescere la rete fino ad oggi: dare priorità a un certo traffico significa anche rallentare tutto il resto. Si verrebbero di fatto a creare delle internet alternative per ricchi e, come denuncia l’associazione Freepress “un sistema aperto come internet diventerebbe chiuso come quello delle reti via cavo”.

L’altro grande punto di disaccordo è l’esclusione dalle regole sulla non-priorità del traffico per gli operatori mobili. La proposta specifica che “vista la grande competitività del settore e la sua rapida evoluzione, la connettività senza fili dovrà rispettare solo le regole imposte per la trasparenza”. Si tratta insomma di un via libera alle scelte dei carrier di vietare o rallentare un certo tipo di dati sulla loro rete. I primi esempi che vengono in mente (e che sono già finiti al centro di situazioni simili, anche in Italia) sono il traffico peer-to-peer usato da protocolli come BitTorrent e programmi come Emule, o i protocolli Voip che permettono di telefonare usando internet, danneggiando gli operatori  nel ramo più importante del loro business.

Le reazioni. Oltre alla stampa generalista e di settore, l’accordo Google-Verizon ha visto la presa di posizione anche di varie associazioni impegnate nel campo dei diritti: Public Knowledge, la già citata FreePress ed altre hanno espresso tutti i loro dubbi. Dalla prima reazione si direbbe che anche la Fcc non abbia preso bene, l’accordo. In un breve comunicato (quattro righe) diffuso sul sito ufficiale, l’agenzia ha pungolato i due giganti, ribadendo come non sia più tempo di discutere ma di agire, e che la Fcc preferisce pensare ai diritti dei consumatori piuttosto che a quelli dei colossi del web.

Per Repubblica.it

Hotmail vs Gmail, la sfida è (quasi) alla pari

Hotmail contro Gmail: la sfida inizia a farsi interessante. Il servizio di web mail di Microsoft, primo nel mondo per numero di utenti, ha rilasciato una nuova versione per andare a competere con la posta di Google, oramai da anni considerata la migliore in circolazione grazie alla sua velocità e a tutta una serie di innovative opzioni che la contraddistinguono. Ma l’ultima fatica di Microsoft sarà sufficiente per scalzare Gmail dal suo trono o si tratta solo di una “verniciata” tanto estetica e poco sostanziosa? Abbiamo provato a fondo la nuova Hotmail per scoprirlo: i miglioramenti rispetto alla vecchia versione sono tanti e la distanza con Gmail si è ridotta non poco. Vediamo i cambiamenti nel dettaglio.

Organizzazione e filtri. La novità principale della nuova Hotmail è legata all’organizzazione dei messaggi in arrivo. Visto che molti utenti si ritrovano sommersi da notifiche di servizi a cui sono iscritti, newsletter e messaggi promozionali, il team di Microsoft ha voluto inserire l’opzione Sweep (Organizza). Si tratta di un tasto che permette di stabilire con un due soli click dove devono essere indirizzate le mail di alcuni destinatari, ripulendo le caselle più ingombre nel giro di qualche secondo. L’opzione di Gmail in questo settore, i filtri, è in effetti molto più complessa da usare e l’ultima creatura di Microsoft farà la felicità di tutti quelli sommersi da mail non lette.

Più conversazioni, meno mail. Una delle più spiazzanti novità introdotte nel 2004 da Gmail furono le mail radunate in “discussioni” e non più visualizzate come singole risposte. Questo genere di scelta permetteva di tenere ordine nella propria casella riducendo il numero di messaggi. La nuova versione di Hotmail consente, attraverso il pannello delle opzioni, di raggruppare le mail allo stesso modo. Questa modalità, impostata in automatico su Gmail, deve però essere selezionata appositamente. In questo modo chi non ha mai apprezzato il sistema di Gmail può tenersi le mail vecchia maniera. In questo campo Hotmail e Gmail finiscono quindi in parità.

Chat. La chat di Gmail ha fatto da apripista anche in questo settore, permettendo a chi usa il servizio di Google di chiacchierare con i propri contatti. La nuova Hotmail risponde con uno dei pezzi forti dell’artiglieria di Microsoft: Messenger. Il servizio di chat più usato viene infatti integrato alla mail (prima l’integrazione era solo parziale), senza richiedere l’installazione di programmi aggiuntivi o l’apertura di altre pagine web. La chat permette di mandare emoticon, dividere i contatti in liste e oscurare il proprio status online. Purtroppo per la videochat serve scaricare il Messenger completo (ma anche in Gmail serve un programma aggiuntivo), e non sono possibili le chat con più persone nella stessa “stanza”. Qualche problema lo crea poi il metodo di  uscita da Messenger, nascosto in un quadratino vicino al proprio nome: mettere un riferimento più chiaro avrebbe giovato e di sicuro molti utenti avranno più di qualche difficoltà a capire come scollegarsi. In un primo momento l’accesso al Messenger era automatico al momento dell’apertura della mail, ma il team di Microsoft ha modificato questa opzione facendo in modo che chi voglia loggarsi debba farlo cliccando su un link.

Allegati e foto. Qui Hotmail segna un punto a sua favore. La nuova versione del servizio Microsoft permette di allegare singoli file fino a 50 mega e, su più file, fino a 10 giga in 200 allegati. Tutto su una sola mail e sfruttando il servizio SkyDrive. Gmail resta invece ancorata agli allegati da 25 mega massimi.  Per quanto riguarda le foto, Hotmail introduce un nuovo sistema di anteprima che permette di visualizzare un vero e proprio slide show direttamente dal browser. La combinazione della dimensione degli allegati e la nuova visualizzazione delle foto rendono a tutti gli effetti Hotmail perfetta per invio, ricezione e visualizzazione degli album fotografici.

Documenti e Office. Qui il giudizio sulla nuova Hotmail resta sospeso. L’annunciata integrazione con Office web apps non è ancora avvenuta in Italia (è attesa per fine anno), quindi ci si può solo basare su quanto visto nei video dei blog specializzati americani. Nei prossimi mesi arriverà la possibilità di modificare i documenti online (word, power point, excel) con la versione sul web di Office e di condividerli con chi preferiamo. La strada tracciata da Google Docs ha fatto storia, ma per capire quale dei due servizi sia migliore bisognerà aspettare e toccare con mano.

Pubblicità. Sul fronte della pubblicità mostrata sul browser, Microsoft ha compiuto un piccolo passo avanti. Il banner in flash visualizzato sulla destra può essere adesso oscurato attraverso un piccolo comando, anche se dopo qualche click nelle mail il banner torna a farsi vedere. Più che l’ingombro a dare fastidio della pubblicità è il fatto che questa sia realizzata in Flash e rischia di rallentare non poco la navigazione, soprattutto per chi non ha un computer molto potente o una connessione veloce. Volendo è possibile sottoscrivere un abbonamento a pagamento alla versione Plus di Hotmail per non vedere più le pubblicità, ma il costo è di 20 euro l’anno. Le pubblicità solo testuali di Gmail in questo senso restano un compromesso preferibile nell’esperienza finale per l’utente.

Giudizio. Hotmail fa dei progressi notevoli e riesce ad avvicinare la rivale Gmail con la sua ultima versione. Le opzioni di organizzazione dei messaggi, gli allegati più pesanti e la visualizzazione delle foto sono tutti settori in cui il servizio Microsoft batte quello di Google. La mail del motore di ricerca resta però ancora davanti per quanto riguarda la pubblicità, la ricerca interna delle mail, l’integrazione dei documenti (in attesa che Office web apps arrivi da noi) e l’organizzazione e velocità generale. I Labs di Gmail, con le loro opzioni per utenti molto esigenti (ma a volte inutili per la gran parte delle persone) permettono inoltre un livello di personalizzazione ancora sconosciuto per Hotmail.
Hotmail non riesce insomma a battere davvero Gmail, ma la parità tra i due servizi è assai vicina, tanto che chi fosse interessato a migrare verso Gmail dovrebbe rivedere le sue scelte alla luce dei cambiamenti apportati. Chi invece usa già la posta elettronica di Google, a meno che non sia un grande “consumatore” di foto via mail, non troverà su Hotmail niente di così rivoluzionario da giustificare una migrazione.

Scritto per Kataweb

Google Wave finisce nel cestino

Doveva rivoluzionare la comunicazione online ed è invece finito nel cestino come una qualunque mail indesiderata. Il progetto Google Wave, lanciato dal motore di ricerca nel maggio del 2009, non verrà più sviluppato. Con un breve comunicato sul blog ufficiale, la compagnia di Mountain View ha annunciato l’interruzione dei lavori su Wave. La motivazione è semplice ed era da tempo sotto l’occhio di tutti: quasi nessuno usa “l’onda” di Google.

I pochi estimatori del servizio dovranno accontentarsi di utilizzarlo fino a tutto il 2010. Dopo questa data parti di Wave verranno integrate con altre applicazioni di Google che ancora non sono note: le ceneri alimenteranno insomma altri progetti, una parte del codice sorgente è stata resa pubblica per gli sviluppatori interessati, ma il servizio come è fruibile adesso scomparirà.

Il perché di una disfatta. Una volta decretata la morte di Wave è tempo di trovare i responsabili e la caccia al colpevole è in queste ore l’attività principale dei siti e dei blog specializzati di mezzo mondo. Gli errori dal momento del lancio in poi sono stati in effetti numerosi. Innanzitutto la presentazione di Wave ha creato un’attesa senza precedenti per un servizio web e la decisione di limitare l’accesso a sole centomila persone (un’inezia pensando che Gmail è usata più di 150 milioni di utenti) ha creato fenomeni di isteria collettiva. I rarissimi inviti a Google Wave, almeno in una prima fase, sono stati il desiderio di milioni di persone, tanto che qualcuno li ha pure messi all’asta su eBay.

Purtroppo una volta riusciti ad entrare sul Wave molti utenti sono rimasti spiazzati dal programma che prometteva di fare troppe cose senza sostituire però strumenti ormai tradizionali come la mail, la chat o i social network. Wave era insomma uno strumento in più di cui non si sentiva troppo la necessità e troppo isolato rispetto al resto dello streaming di un utente. Mentre il proprio mondo digitale andava avanti su Facebook o sulla mail, Wave rimaneva in un angolo ad aspettare.

L’ultimo tentativo di salvare il prodotto è stato fatto a maggio, quando la necessità di ricevere un invito per entrare su Wave è stata eliminata. Troppo tardi: in quel momento l’interesse era ormai scomparso del tutto e dopo solo due mesi e mezzo è stata messa la parola fine all’intero progetto. Le “vecchie” mail restano, Wave scompare.

Gli altri flop. La fine di Wave si va ad aggiungere alla lista dei prodotti terminati di casa Google: una lista che negli ultimi tempi si è fatta piuttosto lunga e rischia di crescere ancora. L’ultimo in ordine di tempo è stato il Nexus One, il primo cellulare venduto direttamente da Google sul suo sito, che doveva rivoluzionare l’intermediazione tra consumatori e compagnie telefoniche (soprattutto negli States) e dopo sei mesi è stato terminato per le poche vendite.

Le cose per Google non sono andate meglio quando il motore di ricerca ha provato a seguire la strada dei concorrenti in altri settori. Nel tentativo di creare un suo Twitter, nel 2007 Google acquistò il servizio di microblogging Jaiku, salvo poi chiuderlo nel 2009, proprio mentre l’uccellino blu rivale iniziava a macinare numeri milionari. Nel 2008 era stata la volta di Lively, il mondo tridimensionale nato sulla scia del boom di Second Life e soci, che permetteva di chattare usando un proprio avatar. Lanciato a luglio del 2008, il servizio venne definitivamente cancellato a dicembre dello stesso anno.

A questa sequenza bisognerebbe poi aggiungere i servizi che sono ancora vivi ma che non sembrano godere di buona salute. L’esempio non può che essere Google Buzz, il semi-social network lanciato a febbraio ed integrato in automatico su Gmail. Un servizio che ha prima creato diversi problemi legati alla privacy ma che ora in tanti sembrano aver dimenticato. Secondo Mountain View ci sarebbero 40 milioni di utilizzatori di Buzz, eppure il servizio non sembra così partecipato. La lista dei prodotti non tanto convincenti si potrebbe allungare con Knol, la simil Wikipedia, oppure Orkut, il social network made in Google che ha riscosso successo solo in Brasile e India, restando sconosciuto nei paesi occidentali.

E’ naturale che solo una società che sperimenta molto fa tanti errori, e poi Google può in questi giorni “consolarsi” grazie al successo del suo sistema operativo per cellulari Android che sta segnando tassi di crescita record negli States e nel mondo. Senza contare poi i numeri della pubblicità e del fatturato che continuano a crescere trimestre dopo trimestre.

Il futuro. Archiviata la vicenda Wave, la prossima sfida per Google è quella con l’altra colonna del web mondiale: Facebook. Anche se di comunicazioni ufficiali non ce ne sono, le voci su un social network (Google Me) che dovrebbe competere direttamente col libro delle facce sono insistenti. La storia del motore di ricerca in termini di socialità, come dimostrano Buzz e Orkut, non è delle più felici. Ma un altro fallimento in questo campo potrebbe costare molto più caro della fine di Wave.

Scritto per Repubblica

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