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Pd: i vertici sono divisi, la base no

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e il Partito Democratico sembrano condividere lo stesso destino in queste ore: uscire a pezzi dalla riforma voluta dal governo Monti. L’annuncio di una pesante ridefinizione della norma sui licenziamenti ha già portato allo strappo della Cgil e assestato un pesante colpo alla solidità dei Democratici, che in Parlamento saranno chiamati a scegliere: votare quella norma o a far cadere il governo Monti se questo deciderà di porre la fiducia.

A poche ore dalla fine del vertice tra governo e parti sociali, i malumori, le dichiarazioni e le critiche a mezzo stampa non si contano. E nel frattempo, la base online si sta sfogando lanciando accuse a Bersani e soci di aver tradito il mandato elettorale. (continua…)

Podestà, gaffe su Br e Pisapia

“Incidente” diplomatico-tecnologico per il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà (Pdl): l’amministratore del suo profilo ha retweettato la battuta di un altro utente che, prendendo di mira il sindaco di Milano, ironizza pesantemente sulle carte delle Br messe all’asta proprio in questi giorni. Circa tre ore dopo, lo stesso Podestà posta un nuovo tweet riparatorio: “Retweet precedente sbagliato”. Successivamente, i tweet sono stati rimossi e Podestà ha chiesto pubblicamente scusa a Pisapia con un nuovo messaggio e poi con una telefonata. “S’è trattato di un involontario quanto grave errore del mio staff, non per questo trascurabile, ma confermo che si è trattato di un incidente”, ha quindi affermato

Scritto per Repubblica

Certificati online, flop italiano

Potrebbe far risparmiare oltre due miliardi di euro l’anno alla pubblica amministrazione ma, a differenza dei tagli, farebbe anche tutti contenti. Nonostante questo, la digitalizzazione dei servizi offerti dai comuni procede ancora a macchia di leopardo, con casi di eccellenza e mancanze che rendono la vita impossibile al cittadino e lo costringono a recarsi allo sportello per qualsiasi pratica. E sul futuro non c’è da sperare troppo.

E’ quanto emerge dalla ricerca dell’osservatorio eGovernment della School of Management del Politecnico di Milano, che ha analizzato oltre 200 enti distribuiti sul territorio, stimando in 2,3 miliardi di euro il potenziale risparmio per la pubblica amministrazione in caso di digitalizzazione di alcuni suoi servizi, di cui due miliardi solo per i servizi di pagamento. «La ricerca fa emergere un contesto italiano eterogeneo, ma caratterizzato da un limitato approccio multicanale e da un impiego non ottimale dei canali offerti», si legge nel report, «spesso a causa della mancata comprensione delle esigenze dell’utenza e di un utilizzo inefficace delle leve di comunicazione per promuovere l’eGovernment». (continua…)

Per chi votano i tuoi amici lo scopri online

Per chi votano i propri amici adesso lo si scopre sul web, non senza qualche sorpresa. Secondo una ricerca americana, quasi due persone su cinque capiscono sui social network che le idee politiche dei propri contatti sono diverse da quel che si aspettavano. E, nonostante una generale tolleranza, c’è anche chi cancella o blocca un amico se la pensa diversamente o gli infesta la timeline parlando di politica.

Che i social network siano diventati ormai un luogo di dibattito, sempre più importante anche al momento della campagna elettorale, è evidente negli States come in Italia e basterebbe citare il caso di Obama e gli ultimi referendum per ricordarlo. Quello che l’ultimo studio del Pew Internet, centro di ricerche e sondaggi del Pew Research Center di Washington, prova invece a far emergere è che reazioni provochi questo dibattito sugli utenti dei siti sociali e come influisce nel loro modo di gestire le relazioni virtuali.

Secondo i risultati del Pew il 38% degli utilizzatori dei social network dichiara di aver scoperto online che le tendenze politiche di un proprio amico erano diverse da quanto si aspettava, contro un 60% che invece non ha avuto sorprese di questo tipo. Questo dato non è però da interpretare come una semplice curiosità: la progressiva diffusione dei social network ha infatti alimentato negli ultimi anni il dibattito sul pericolo di una “rete su misura”, fatta di amici che la pensano come noi, e sui rischi che questo comporta per la circolazione delle idee.

Scoprire che nella propria rete ci sono pensieri diversi, anche in ambito politico, è quindi da interpretare come una buona notizia, confermata dal fatto che oltre il 60% degli utenti dichiara di essere d’accordo solo a volte con i “post” politici dei propri contatti. Non è tuttavia detto che le opinioni diverse siano apprezzate da tutti, e infatti non mancano i casi di rimozione per il proprio pensiero: quasi un utente su dieci (il 9%) afferma infatti di aver bloccato chi ha condiviso contenuti con cui era in disaccordo o giudicava offensivi.

Una percentuale tutto sommato bassa, e inferiore a quanti, il 10%, cancellano amici perché troppo assidui nel condividere il proprio pensiero politico online. Difficile inoltre che la vittima del blocco sia una persona frequentata anche fuori dalla rete, e buona parte delle cancellazioni è diretta verso gente mai vista di persona o poco presente nella propria vita quotidiana.

La ricerca di Pew, eseguita su un campione di duemila persone, si spinge fino a cercare di capire se una diversa appartenenza politica coincide con differenti comportamenti online. Si scopre così che sono i liberal (la sinistra americana) ad utilizzare i social network in maggior numero rispetto a conservatori e moderati: un dato che, con le dovute attenzioni, sembrerebbe confermato anche in Italia. Secondo un sondaggio condotto il luglio scorso da Ipsos (commissionato dal Partito democratico), gli elettori di area Pd che prima dei referendum hanno partecipato a discussioni politiche online sono stati il 13%, contro l’11% degli elettori dell’area Pdl e Lega.

Tornando negli States, è quasi un democratico su due ad aver scoperto online di non aver capito la fazione politica di un amico e sono soprattutto i liberal a dichiarare di non parlare di politica nei social network per paura di offendere qualcuno (i meno preoccupati sono i moderati, solo il 18% contro il 30% dei liberal). Non stupiscono invece i risultati sulla partecipazione alle discussioni politiche, con gli appartenenti alle fasce di pensiero più radicali (ultaconservatori e ultraliberali) che si dichiarano maggiormente propensi a fare like o commentare post politici rispetto alla media.

Scritto per Repubblica

Formigoni, la star di YouTube


Cosa si inventerà oggi Roberto Formigoni per deliziare i suoi fan su YouTube? Forse insegnerà loro a fare benzina al self service, o si prenderà a palle di neve con i collaboratori, magari commenterà il campionato del Milan o li delizierà con un rap. Impossibile prevederne le mosse, perché negli ultimi anni il numero uno del Pirellone ha fatto tutto questo e molto altro, diventando un vero e proprio caso di comunicazione online. Un caso per certi versi esilirante, ma poco ‘felice’ a giudicare dai commenti di molti utenti ed esperti.

Dall’11 dicembre del 2009, data della sua iscrizione su YouTube, Roberto Formigoni e il suo staff hanno caricato online oltre cinquecento video, con una frequenza che negli ultimi tempi è diventata quasi quotidiana. L’ultima perla del governatore è “Forcaffè“: un mini video settimanale (arrivato alla quindicesima puntata), in cui il politico commenta fatti di cronaca mentre armeggia con una macchina del caffè. La sigla con l’inno d’Italia eseguito da una chitarra elettrica e l’imperdibile saluto finale “Buon Forcaffè a tutti” declamato da un sorridente governatore valgono da soli il click che richiedono.

“I video di Formigoni sono davvero spiazzanti dal punto di vista estetico, e le reazioni negative che hanno riscosso nei commenti in rete lo dimostrano”, commenta Agnese Vardanega, docente di sociologia ed esperta di comunicazione politica sul web, “Mi sembra evidente però che negli anni abbia investito con forza sui video, quindi non si può parlare di gaffe o di cadute di stile casuali, quanto di una precisa strategia”.

La strategia sarà pure precisa, ma gli esperti consultati dall’Espresso hanno confessato di non riuscire a decifrarla tanto facilmente. “Bisognerebbe capire qual è la strategia e l’obiettivo di questo riposizionamento che negli ultimi anni Formigoni sta tentando, dalle camicie in avanti. Ma io stesso ho delle difficoltà a capirlo da quanto vedo”, spiegaMarco Cacciotto, consulente politicio e autore di pubblicazioni sul marketing elettorale, “Formigoni tenta una comunicazione informale, ma non è naturale. E’ poi bisogna chiedersi se questa comunicazione è coerente con la sua figura politica. Personalmente non ritengo molto efficace questo taglio molto ironico. La linea tra l’ironia e l’essere ridicioli è molto sottile e un messaggio che può emergere è ‘ma questo mi sta prendendo in giro?’”

L’uso di video informali ed ironici può inoltre rivelarsi pericoloso sotto vari aspetti. “Non conta solo quanta gente raggiungi ma anche l’idea che queste persone si fanno di te”, continua Cacciotto, “Il video da centomila visualizzazioni in cui tira di scherma e balla è davvero un successo? Bisogna sfatare il mito che ‘l’importante è che se ne parli’. Oggi non funziona più così”.

Piuttosto critica sugli effetti di questa comunicazione è anche la Vardanega: “Visto l’apprezzamento medio per i partiti, per un politico oggi va di moda essere spiazzanti e outisider, far credere di essere fuori dall’apparato. Ma un ragazzo che vede un ultrasessantenne comunicare come un giovane come lo giudica? I commenti (spietati ndr) su YouTube qualcosa ce lo dicono”. E sempre la Vardanega nota come il continuo uso del tricolore nel sito e nei video di Formigoni, potrebbe costargli anche l’appoggio dei suoi sostenitori leghisti, con cui governa la Regione.

Più possibilista sulla bontà dell’operazione è invece Francesco Pira, docente di comunicazione e relazioni pubbliche e autore di un testo su politica e web. “C’è di sicuro una strategia dietro questi video e a Formigoni va riconosciuto di aver creduto e lanciato prima di tutti una web radio e di avere una presenza capillare sui social network. In ogni caso un banco di prova per valutare questo modo di comunicare lo si avrà solo alle prossime elezioni. Di sicuro dobbiamo evitare di valutare il successo di una campagna in base al numero di amici su Facebook”.

Le varie critiche piovute in questi anni sul Formigoni digitale non sembrano invece scalfire il suo team, che anzi rivendica con orgoglio il lavoro fatto fino ad oggi e il suo aspetto per molti versi sperimentale. “I feedback negativi spesso sono viziati dal giudizio politico ed è l’occhio di chi guarda a fornire un’interpretazione al video. Per noi il web è una palestra per sperimentare ogni giorno qualcosa di nuovo e crediamo che questa cronaca piaccia”, spiega Filippo Poletti, coordinatore della redazione che animaFormigoni.it, “In campagna elettorale abbiamo lavorato anche con Google e abbiamo conosciuto membri dello staff di Obama. Sono stati loro a dirci che bisogna sperimentare e che l’esempio americano non può essere semplicemente copiato in Italia”.

E’ poi lo stesso Poletti a spiegare la “non-strategia” comunicativa tanto criticata. “Ci fanno sorridere quando parlano di agenzie, strategie o altro. Formigoni non è un burattino a cui dici come comportarsi ed è dotato di un’autoironia che gli permette di fare video che altri politici non potrebbero. Noi ci limitiamo a fare i cronisti e a raccontare quello che fa ogni giorno. Quindi non inventiamo proprio nulla. Fa tutto lui”.

Scritto per L’Espresso

La Casta italiana prende 6 volte di più

La pubblicazione dei dati Eurostat sulle retribuzioni europee ha scatenato nei giorni scorsi un balletto di cifre e smentite: in un primo momento lo stipendio medio italiano è stato fissato a 23mila euro circa, sotto Spagna e Grecia. Dopo qualche ora è però arrivata la smentita dell’Istat che ha segnalato un errore di valutazione: lo stipendio medio italiano è di oltre 29mila euro e superiore persino alla media Ue.

Ma la classifica dei redditi continentali ha mostrato innanzitutto quanto importante sia confrontarsi con gli altri paesi per meglio capire la situazione interna. E se questo confronto si è rivelato complesso per i redditi dei “comuni mortali”, non va meglio quando si provano a mettere a confronto le retribuzioni dei rispettivi parlamentari. In Italia ci aveva provato qualche mese fa la commissione sul “livellamento contributivo Europa-Italia” che, dopo essersi scontrata con enormi difficoltà tecniche, ha chiesto una proroga fino alla fine di marzo.

In attesa di dati scientificamente inattaccabili, in rete il blog Non leggerlo ha provato a mettere a confronto gli stipendi degli elettori con quelli degli eletti, con risultati che fanno emergere a prima vista l’unicità della situazione italiana. L’Espresso ha voluto da questo spunto riproporre il calcolo con i dati più recenti e autorevoli disponibili a oggi.

Il risultato, seppure attenuato, non cambia: un onorevole italiano guadagna circa 6 volte e mezzo più di un suo elettore. Un rapporto che non ha paragoni in Europa.

Per arrivare a questo numero abbiamo preso i dati sulle retribuzioni del 2009 diffusi da Eurostat, con la correzione dell’Istat, e li abbiamo rapportati alle tabelle prodotte dalla Commissione sul livellamento retributivo. La retribuzione degli onorevoli di sei paesi europei, più l’Italia, è stata ottenuta sommando le voci principali della loro busta paga: diaria, indennità, spese per viaggi e di rappresentanza.

A guardare tutti dall’alto verso il basso sono i senatori italiani, che guadagnano 6,8 volte più dei propri elettori, seguiti a breve distanza dai deputati che si fermano a 6,5 volte. A un abbisso di difefrenza ci sono i francesi: i deputati di Camera e Senato guadagnano circa 4,8 volte più dei lavoratori medi transalpini.

Nella ricca Germania, in cui uno stipendio medio pesa 41mila euro, i politici della Bundesrat si devono invece accontentare di una busta paga 3,4 volte superiore a quella dei propri elettori. Ancora meno guadagnano i politici belgiolandesi (2,7 volte) e fanalino di coda sono gli onorevoli spagnoli, che portano a casa circa il doppio dello stipendio dei propri elettori (2,11 volte per l’esattezza). Anche in Europa, non tutte le caste sono uguali.

Scritto per L’Espresso || Le tabelle

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