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Soli contro il terremoto

Nessuna informazione utile, decine di minuti di attesa al telefono, personale impreparato a gestire l’evento, risposte generiche e consigli da dimenticare: gli italiani in Giappone sono stati letteralmente abbandonati dalla Farnesina.

E’ la denuncia che arriva dai connazionali appena tornati dal paese del Sol levante colpito dal terremoto, che su Facebook si sono riuniti per denunciare la scandalosa gestione della crisi da parte del Ministero degli Esteri e delle ambasciate locali.

Francesco Stagno D’Alcontres, messinese volato in Giappone con un gruppo di 15 italiani, ha persino registrato le sue chiamate all’unità di crisi della Farnesina per mostrare a tutti con quale incapacità si sono dovuti scontrare nel paese orientale. “Mandi una mail e ci tenga in copia”, “Probabilmente è la soluzione migliore”, “Eh, ma come fate?” sono solo alcune delle risposte che si sono sentiti dare.

“Quello che si sente nelle registrazioni non è che una minima parte dell’incubo che abbiamo vissuto” spiega D’Alcontres, autore del video e creatore del gruppo che in queste ore sta raccogliendo su Facebook le storie di inefficienza di Farnesina e ambasciata. Volato in Giappone per uno stage in arti marziali, Francesco Stagno D’Alcontres e gli altri appartenenti al suo gruppo hanno contattato per la prima volta l’ambasciata la notte dell’11 marzo (il giorno del terremoto), dopo essere stati avvisati (da casa, in Italia) di possibili rischi nucleari. Attraverso una mail, essendo le linee cellulari ancora oggi difficilmente utilizzabili, il gruppo cerca di sapere dall’ambasciata se fosse necessario tornare in Italia: la risposta arriva la mattina successiva, con il consiglio di “seguire le news dei canali internazionali e valutare di conseguenza“. Nessuna pagina creata per fornire informazioni agli italiani che volessero tornare indietro insomma, né rimandi al sito della Farnesina. 

Non va meglio provando a telefonare, con la riproposizione di risposte generiche o il consiglio di arrangiarsi da soli, e lunghi minuti di attesa al telefono con la linea che rischia di cadere da un momento all’altro. Il colmo lo si raggiunge però sabato, quando il primo crollo del tetto di una centrale nucleare convince il gruppo a tornare indietro, anticipando di una settimana il rientro. Dopo aver combattuto con l’Alitalia, che prima sposta il viaggio a domenica e, quando sembra tutto confermato, decide di posticiparlo a lunedì mattina, Francesco e gli altri si rimettono in contatto con l’unità di crisi e l’ambasciata per avere informazioni sui trasporti per arrivare all’aeroporto di Tokyo.

“Non chiedevamo che ci venissero a prendere, ma continuavano a fornirci consigli sbagliati e indicazioni turistiche di seconda scelta – spiega Stagno D’Alcontres – Consigliavano i taxi con le autostrade chiuse o di cercarsi un albergo da soli, impossibile se non si conosce il giapponese. Ci aspettavamo delle informazioni chiare e magari dei numeri di telefono da contattare che parlassero almeno in inglese. Ci hanno detto di prendere i treni che erano sicuri e invece, per colpa di un incidente, siamo rimasti bloccati in un paesino sperduto. Un comportamento semplicemente criminale”. Al danno si è poi aggiunta la beffa: pochi minuti dopo aver chiuso la chiamata con l’ambasciata, Francesco viene raggiunto da un messaggio in cui la moglie lo avvisa che l’ambasciatore italiano a Tokyo ha suggerito in tv di contattare l’unità di crisi.

Arrivati all’aeroporto di Narita di notte, i nostri connazionali si trovano in compagnia di decine di italiani, senza però che nessun dipendente dell’ambasciata si veda in tutta la struttura. Il primo funzionario compare la mattina di lunedì, circa mezz’ora prima del volo. “Noi eravamo già al gate, abbiamo solo sentito gli italiani in fila che urlavano perché era arrivato uno dell’ambasciata”. E non erano grida di gioia.

Scritto per L’Espresso

Testamento biologico? Su Facebook

Una provocazione virtuale, per affermare un diritto che si vorrebbe garantito nella realtà. Sensibilizzare le persone su un tema delicato come il testamento biologico, il documento redatto per garantire il rispetto della propria volontà sul trattamento medico anche quando non si è in grado di comunicarla, è possibile anche utilizzando strumenti all’apparenza “leggeri” come un’applicazione su Facebook. E’ questa la scommessa fatta dall’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, in collaborazione con le agenzie di creativi Ninja LabMikamai: un programma sul social network delle facce per poter esprimere le ultime volontà.

Il testamento biologico di Facebook si chiama The Last Wish (l’ultimo desiderio) e per accedervi basta un click e acconsentire al trattamento dei dati personali, proprio come accade con giochi come FarmVille o Pet Society. La differenza è che non ci si trova di fronte a un videogame, ma davanti a un documento da compilare e in cui indicare le ultime volontà, lasciare un messaggio per quando non si sarà più in vita e scegliere i propri esecutori testamentari.

“In televisione del testamento biologico si parla poco, e quando se ne parla lo si fa in modo inadeguato – spiega Rocco Berardo dell’associazione Luca Coscioni, uno degli ideatori di The Last Wish – Serviva quindi trovare nuovi canali per poter parlare alle persone e far capire l’importanza di questo strumento”. Quale canale migliore di Facebook quindi, il social network che conta ormai seicento milioni di iscritti nel mondo e quasi 18 milioni e mezzo in Italia. “Il testamento biologico su Facebook è una semplificazione di quello reale – continua Berardo – ma limitatamente al mondo virtuale permette di lasciare un messaggio alle persone a cui si è voluto bene e decidere tra i propri amici a chi affidare le proprie volontà: parliamo quindi delle stesse scelte che si fanno di fronte a un testamento biologico vero e proprio”. Una provocazione virtuale, per affermare un diritto che si vorrebbe garantito nella realtà.

Sensibilizzare le persone su un tema delicato come il testamento biologico, il documento redatto per garantire il rispetto della propria volontà sul trattamento medico anche quando non si è in grado di comunicarla, è possibile anche utilizzando strumenti all’apparenza “leggeri” come un’applicazione su Facebook. E’ questa la scommessa fatta dall’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, in collaborazione con le agenzie di creativiNinja LabMikamai: un programma sul social network delle facce per poter esprimere le ultime volontà.

Il testamento biologico di Facebook si chiama The Last Wish (l’ultimo desiderio) e per accedervi basta un click e acconsentire al trattamento dei dati personali, proprio come accade con giochi come FarmVille o Pet Society. La differenza è che non ci si trova di fronte a un videogame, ma davanti a un documento da compilare e in cui indicare le ultime volontà, lasciare un messaggio per quando non si sarà più in vita e scegliere i propri esecutori testamentari.

“In televisione del testamento biologico si parla poco, e quando se ne parla lo si fa in modo inadeguato – spiega Rocco Berardo dell’associazione Luca Coscioni, uno degli ideatori di The Last Wish – Serviva quindi trovare nuovi canali per poter parlare alle persone e far capire l’importanza di questo strumento”. Quale canale migliore di Facebook quindi, il social network che conta ormai seicento milioni di iscritti nel mondo e quasi 18 milioni e mezzo in Italia. “Il testamento biologico su Facebook è una semplificazione di quello reale – continua Berardo – ma limitatamente al mondo virtuale permette di lasciare un messaggio alle persone a cui si è voluto bene e decidere tra i propri amici a chi affidare le proprie volontà: parliamo quindi delle stesse scelte che si fanno di fronte a un testamento biologico vero e proprio”.

Scritto per L’Espresso

In piazza per la Costituzione

Sul palco e per le vie di Roma e di tutta Italia ci saranno artisti, musicisti, politici e studiosi, ma la vera protagonista sarà la Costituzione. La grande manifestazione in difesa della Carta animerà le piazze della capitale e di tante città sabato 12 marzo, con cortei, discorsi, lezioni e mobilitazioni sparse per la penisola e per l’Europa. L’obiettivo dell’evento è difendere la Costituzione dai continui attacchi che le vengono rivolti in Parlamento e fuori da governo e maggioranza, e «ribadire la necessità della certezza del diritto, che è il primo bene pubblico indispensabile per ciascun cittadino, di qualunque schieramento».

Niente simboli di partito o bandiere del sindacato: si chiede ai manifestanti di tenere in mano solo una copia della Costituzione Italiana o un tricolore, per poter «urlare basta a chi continua ad anteporre interessi privati al bene comune del nostro paese».

L’appuntamento romano.

Come è ormai tradizione, a Roma l’appuntamento del 12 marzo è fissato per le 14 in piazza della Repubblica: da qui partirà il corteo diretto poi a piazza del Popolo. Ad aprire la manifestazione ci saranno un tricolore di oltre 200 metri e uno striscione, a ricordare come la Costituzione sia viva ancora oggi. Sul palco di piazza del Popolo saliranno musicisti, attori e studiosi: da Ottavia Piccolo a Monica Guerritore, da Ascanio Celestini a Roberto Vecchioni, da Daniele Silvestri a Francesco Baccini, fino al costituzionalista Alessandro Pace. Non mancheranno le testimonianze del mondo della scuola e di un genitore di Adro, il comune in cui l’amministrazione leghista ha inaugurato una scuola “brandizzata” dal Carroccio.

Le (oltre) cinquanta città italiane.

La manifestazione di Piazza del Popolo sarà l’evento centrale del 12 marzo, ma in più di 50 città italiane sono previste altre mobilitazioni a supporto dell’iniziativa. La lista completa, in costante aggiornamento con numeri e indirizzi, la si può trovare sul sito ufficiale della manifestazione. Libertà e Giustizia, Anpi, Anpas, Cgil e Popolo Viola organizzano i diversi presidi: a Brescia è prevista la partecipazione del costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, mentre a Milano dalle 15 alle 19 in Piazza Cairoli parleranno tra gli altri Gioacchino Genchi, Nando dalla Chiesa, Salvatore Borsellino, Dario Fo, Vincenzo Consolo e Guido Scorza (qui la pagina Facebook dell’evento). Da Nord a Sud, isole comprese, non manca però la copertura di eventi e da Perugia, Sulmona e Torino si stanno organizzando i pullman per portare i manifestanti fino a Roma.

Gli appuntamenti all’estero.
Perché limitarsi a difendere la Costituzione in Italia quando l’attivismo si può anche esportare? Come già visto nelle ultime mobilitazioni, anche la manifestazione in difesa della Carta valicherà i confini nazionali per animare diverse capitali europee e non solo. Sono previsti per ora appuntamenti a Londra, di fronte a Downing Street (qui l’evento su Facebook), ma anche nella capitale scozzese Edimburgo (qui l’evento su Facebook), a Praga (qui l’evento su Facebook), in Spagna a Siviglia, Barcellona e Madrid, e persino a New York.

Organizzatori e adesioni.
Dietro la mobilitazione del 12 marzo c’è un comitato con oltre cento sigle tra partiti, movimenti e associazioni. L’idea della manifestazione parte dalle associazioni più attive della società civile come Articolo 21, Libertà e Giustizia, Valigia Blu, Popolo Viola, Agende Rosse, i sindacati degli studenti, le associazioni di partigiani e anche la finiana FareFuturo. Adesioni che non hanno un solo colore quindi, come confermano le parole di Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21 e del comitato organizzatore: «La Costituzione è di tante donne e di tanti uomini, molti dei quali non sono di sinistra, ma sono moderati o credono in una destra repubblicana. Eppure tutti uniti non accettano l’idea che nessuno, neanche questo presidente del Consiglio, possa colpire la Costituzione, i poteri di controllo e imbavagliare la pubblica opinione. Ci sembra giusto che si senta la voce di chi non vuole essere imbavagliato». Tanti i partiti che hanno confermato il proprio sostegno all’iniziativa e che porteranno in piazza i propri esponenti: Partito Democratico, Fli, Sel, Idv, Federazione della Sinistra e Api, mentre tra i politici attesi a Roma ci sono Pierluigi Bersani, Nichi Vendola, Angela Napoli e Fabio Granata di Fli, Bruno Tabacci, Pino Pisicchio dell’Api.

Il finanziamento.
Il comitato “A difesa della Costituzione” ha deciso di seguire la strada dell’autofinanziamento per la manifestazione, con il piano “60 ore per 60 mila euro” attivo fino al 10 marzo. I fondi necessari per l’organizzazione e l’allestimento della piazza sono stati calcolati appunto in 60mila euro, di cui fino ad oggi ne sono stati raccolti poco meno di ottomila. Le donazioni sono possibili attraverso bonifici, versamenti con carte di credito, PayPal e PostPay, seguendo le istruzioni contenute nel sito ufficiale.

Scritto per L’Espresso

Quei non razzisti dei leghisti

I rifugiati? “Mandiamoli nei campi di lavoro”, anzi no, meglio agire alla radice: “fermiamoli a colpi di mitra alla frontiera”. Gli esponenti della Lega Nord sembrano avere le idee molto chiare quando si parla di profughi in fuga dalle repressioni in Libia. Negli ultimi giorni non sono infatti mancate le dichiarazioni shock che vanno ad arricchire il vasto catalogo di sparate razziste a cui il Carroccio ha ormai assuefatto l’Italia. E dopo il fatto, qualche mezzo ritrattamento, finte dimissioni che rientrano in fretta e il classico contrattacco “siamo stati fraintesi”.

L’ultima perla leghista arriva dal capogruppo della Lega Nord nel consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia Danilo Narduzzi, pronto ad offrire la sua soluzione al problema dell’immigrazione. “La Prefettura di Pordenone sta cercando spazi per ospitare immigrati libici sul territorio in strutture private; noi non vogliamo questa gente, se li tengano in Sicilia – si può leggere nella cronaca del Messaggero Veneto , e poi l’affondo – Si costruiscano dei campi lavoro in Aspromonte, facciamoli lavorare, perché la Lega non ci sta, da noi i libici non devono arrivare”.

Un intervento a tutto campo che si è concluso, tanto per non farsi mancare niente, con l’attacco allo stesso Governo di cui la Lega fa parte: “Si vede tutta l’impotenza del Governo. Meno bunga bunga e più leggi serie”. Ma una pecora nera si trova in ogni famiglia rispettabile, se poi è anche capogruppo alle Regione deve trattarsi di una coincidenza.

A confermare però la presenza di una certa tendenza di pensiero ci ha pensato un altro big leghista del Nord Est, Daniele Stival, assessore della Regione Veneto proprio all’immigrazione. Nel corso di una trasmissione in diretta su una rete regionale, Stival ha sostenuto che anche l’Italia avrebbe potuto risolvere il problema immigrazione, fermando con il mitra i profughi alla frontiera (leggi).

Una dichiarazione talmente forte da costringere la stessa Lega e il Pdl a prenderne le distanze, con Stival che si è detto disponibile alle dimissioni. Dimissioni prontamente rifiutate dal governatore veneto leghista Zaia. Ma la grave posizione di Stival è persino peggiorata quando l’assessore ha tentato di trovare una giustificazione, prima sostenendo come la frase fosse una battuta e poi ammettendo di avere solo citato le parole di Mario Borghezio, europarlamentare leghista. Ciliegina sulla torta, una volta tornato in aula Stival è riuscito a fare infuriare anche l’Udc, rispondendo a suon di bestemmie alle critiche dell’opposizione.

Le dichiarazioni di Stival sono finite anche sul tavolo dell’Unar, l’ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali. Lo stesso ufficio che i leghisti hanno provato a sopprimere con un emendamento al mille proroghe, scocciati di essere costantemente ripresi per le loro dichiarazioni razziste e per le ordinanze punitive per immigrati e stranieri

Non è necessario però una dichiarazione o un’ordinanza per far capire come la si pensa: a volte basta solo stare zitti. E’ il caso della Provincia di Bergamo, in cui quattro consiglieri della Lega si sono rifiutati di votare l’ordine del giorno dedicato all’emergenza umanitaria in Libia. Nel testo, votato da maggioranza e opposizione, ci si limitava a sostenere la solidarietà istituzionale al popolo libico insorto. Neppure le correzioni dell’ultimo minuto, con l’aggiunta di un paragrafo “preoccupato” per la grave emergenza umanitaria che avrebbe danneggiato l’Italia, hanno convinto i leghisti a dare il proprio supporto ai profughi.

Guai però a definire la Lega Nord un partito razzista, perché si rischia grosso. Ne sa qualcosa il sindaco di Saronno Luciano Porro, centrosinistra, che si è visto costretto a rispondere aun’interrogazione urgente in consiglio comunale. Il gruppo leghista ha infatti preteso spiegazioni in seguito a un commento su Facebook di Porro, in cui il sindaco sosteneva la distanza del Pd riguardo alla Lega su vari temi, soprattutto “per quanto riguarda il razzismo”. I consiglieri della Lega Nord si sono definiti “profondamente offesi per la dichiarazione del signor Sindaco, in particolare riguardo al presunto “razzismo” del movimento Lega Nord – e chiedono – Come intenda giustificare all’attenzione dell’opinione pubblica la sua accusa di razzismo alla Lega Nord ed ai suoi rappresentanti”. I fatti a supporto della tesi non dovrebbero mancargli.
Scritto per L’Espresso

Il lavoro improduttivo

Sarà che hanno altro da fare, sarà che in Parlamento si annoiano, sarà che sono fannulloni, ma eccoli qui: Niccolò Ghedini, Denis Verdini, Antonio Angelucci del Pdl alla Camera, Sebastiano Burgaretta Aparo (Pdl), Alberto Tedesco e Vladimiro Crisafulli del Pd al Senato si sono conquistati la palma di parlamentari meno produttivi degli ultimi anni, calcolata attraverso il nuovo Indice di Produttività dell’associazione Openpolis.

L’indice di produttività e Openpolis. Dopo aver scosso il mondo politico con le classifiche di presenza e il monitoraggio attento dell’operato di deputati e senatori (resta negli annali il tentativo della Carlucci di accreditarsi come parlamentare da record, firmando 241 disegni di legge in un giorno) Openpolis ha affinato ancora le sue armi: l’ultima creatura del gruppo di volontari è l’indice di produttività parlamentare, un parametro che stabilisce l’entità e l’impegno dell’onorevole durante la legislatura, considerando fattori diversi come la sua presenza in aula, i disegni di legge firmati e presentati, le mozioni, gli emendamenti e altro ancora.

Una ricerca che non serve però ad alimentare antipolitica e demagogia, come ci tengono a precisare da Openpolis: «Non siamo alla ricerca della formula magica per calcolare la buona politica. Non pretendiamo, né vogliamo far credere, che il lavoro, e in particolare quello politico, possa essere ridotto a unità fisiche omogenee e misurato a chili o a metri. La nostra ambizione è di mettere a disposizione strumenti che aiutino a leggere e interpretare una realtà complessa come quella dell’attività parlamentare partendo, però, dai dati ufficiali, quelli forniti dal Parlamento stesso, invece che da giudizi e opinioni preconfezionati», spiega uno dei responsabili del progetto, Ettore Di Cesare..

In contemporanea alla pubblicazione del rapporto Camere Aperte 2011 (scaricabile gratuitamente dal sito) Open Polis rilancia anche la sua campagna di adesioni e tesseramenti: il gruppo ha infatti bisogno di nuovi fondi per continuare la sua opera di monitoraggio (150mila sono i politici seguiti sul sito). Fino ad oggi i fondi raccolti si limitano a poche migliaia di euro, ma l’obiettivo minimo è stato fissato a 100mila euro. Se vi sembrano tanti, pensate che il più fannullone dei parlamentari ne prende almeno il doppio. in un anno di dolce far niente.

La classifica. La domanda adesso è quanto mai lecita: perché gli italiani pagano Niccolò Ghedini? L’avvocato di Berlusconi è a tutti gli effetti troppo impegnato a seguire i processi del suo cliente per poter svolgere qualunque altra attività. I numeri di Openpolis parlano chiaro; in più di due anni e mezzo di legislatura, Ghedini non è mai stato primo firmatario di un disegno di legge, di un emendamento, di una mozione: solo otto volte risulta cofirmatario di atti parlamentari, tra cui il disegno di legge per realizzare un museo borbonico. Se questo non bastasse, Ghedini assente al 77 per cento delle votazioni (quando la media dei deputati è del 15 per cento circa).

A seguire nella graduatoria si trova un altro big del centrodestra, il re delle cliniche e dell’editoria Antonio Angelucci. Rimasto a casa nel 72 per cento delle votazioni, può contare su circa una quarantina di atti in cui compare la sua firma, solo una volta da primo firmatario (un’interrogazione in Commissione di 8 righe esatte). Non è ancora dato sapere come Angelucci reagirà alla sua seconda posizione, ma ad Openpolis farebbero bene a preoccuparsi visto che l’anno scorso lo stesso Angelucci chiese venti milioni di euro a Wikipedia per diffamazione. Soldi che potrebbero tornare comodi per mettere una pietra sopra ai problemi con la Guardia di Finanza, collegati a quelle “decine di milioni di euro” ricevute da Libero e dal Riformista come finanziamento di stato all’editoria, senza però averne diritto. Depurando la classifica da chi è stato bloccato a lungo per malattia, al terzo posto sale un altro colonnello del Pdl, Denis Verdini. Sette volte su dieci non alle votazioni, ha messo la sua firma su soli otto atti parlamentari tra interrogazioni e mozioni. Pochi ma buoni verrebbe da dire, visto che una delle sue (poche) interrogazioni puntava il dito contro la procura di Bari e la fuga di notizia legata al caso D’Addario, dipingendo scenari complottistici architettati da D’Alema e dalle toghe rosse in Puglia. I problemi del paese prima di tutto insomma.

Qualche posizione più giù tra i fannulloni della Camera si possono trovare degli habitué delle graduatorie di improduttività, come mister assenteismo Antonio Gaglione (nove volte su dieci rimasto a casa al momento del voto) o Italo Tanoni, uno dei nomi più gettonati quando si parla di cambiare casacca in Parlamento (prima Pdl, poi misto, per qualche ora tornato con Berlusconi, poi nel terzo polo, adesso tentato di tornare da B.).

Se alla Camera è il centro destra a fare filotto, con sette suoi deputati tra i peggiori dieci, al Senato è invece il centrosinistra a vincere per 6 a 4 la poco prestigiosa gara dell’improduttività. Il primo posto resta comunque in mano al Pdl grazie a Sebastiano Bulgaretta Aparo, senatore siciliano subentrato in Senato a fine 2009, e che può essere parzialmente giustificato proprio dal numero inferiore di giorni passati alle Camere. Al secondo posto c’è invece il Pd Alberto Tedesco, raggiunto in queste ore da un’ordinanza di custodia cautelare collegata all’inchiesta sulla sanità pugliese. Dietro di lui Vladimiro Crisafulli, quattro volte su dieci assente al momento delle votazioni, che precede gli altri democratici Zavoli, Latorre e Agostini.

Scritto per L’Espresso

Un primo marzo in giallo

In Italia ci sono 6 milioni di cittadini di serie B: producono l’11 per cento del prodotto interno lordo, in regioni come la Lombardia pagano un decimo delle tasse totali, non hanno i diritti degli altri e se si parla di loro è solo per dire che sono pericolosi. Sono gli immigrati che abitano e lavorano nella Penisola e che, insieme a tanti italiani, il primo marzo tornano in piazza per lo Yellow Day, la giornata dedicata ai migranti arrivata alla sua seconda edizione. Tutti insieme, con bracciali e nastrini gialli, e senza bandiere di partito.

Nel 2010 furono sessanta le piazze a manifestare, per oltre 300mila persone scese in strada a portare avanti una battaglia di civiltà e cultura. «Il primo marzo è prima di tutto un’idea, non un movimento», spiega all’Espresso Francesca Terzoni, una delle coordinatrici delle mobilitazioni: «Quello che cerchiamo di fare è invertire una tendenza culturale e far capire alle persone che l’immigrazione non è un’emergenza, ma un fenomeno strutturale e storico» Le manifestazioni rappresentano solo la parte più visibile ai media, ma lo Yellow Day è qualcosa di più: difesa del lavoro a tutto campo, voto amministrativo per chi paga le tasse, cittadinanza per chi è nato in Italia sono alcune delle riforme chieste alle istituzioni.

La giornata nasce nel 2010 in condizioni diverse, “lanciata” anche dalle proteste degli immigrati a Rosarno per le loro condizioni di lavoro disumane. Nel frattempo ci sono state le occupazioni delle gru, gli scioperi delle rotonde in Campania, la sanatoria truffa. Ma oggi immigrazione significa anche paura per le conseguenze delle rivolte nord Africane, con i proclami allarmistici del Governo sulle centinaia di migliaia di immigrati che potrebbero invadere le coste. «La situazione generale è cambiata, è vero», spiega la Terzoni, « e non mi aspetto certo che i leghisti aderiscano a questa giornata. Ma non temiamo una maggiore chiusura rispetto all’anno scorso dalla gente. Le nostre idee sono cresciute e il dibattito si è già sviluppato, con qualche passo avanti importante. Possiamo dire di aver aperto un varco». Ogni città promuoverà iniziative con modalità e forme differenti: l’anno scorso fu lo sciopero degli immigrati a concentrare l’attenzione sull’evento.

«Lo sciopero si farà solo nelle realtà in cui questo è sensato», continua la Terzoni: «Non ci sembrava giusto costringere nessuno a rinunciare a un giorno di stipendio, vista la vicinanza con lo sciopero generale. Inoltre uno sciopero solo per immigrati rischia di creare divisioni e non è questo il nostro scopo». In molte città la manifestazione vede il supporto dei sindacati confederati e di tante associazioni della società civile, impegnate nella lotta alla mafia e per la legalità. Le parole d’ordine restano però le stesse ovunque: non violenza e “mixità”.

«E’ fondamentale che cittadini italiani e immigrati manifestino e partecipino assieme a questa svolta culturale. Tutti devono fare la loro parte perché stiamo parlando dell’Italia del futuro». Nel frattempo qualcosa sembra smuoversi anche all’interno delle istituzioni, seppure i passi in avanti sono poca cosa rispetto ai proclami allarmistici lanciati da esponenti della maggioranza. «C’è un disegno di legge per il prolungamento del permesso di soggiorno per chi è in attesa di occupazione ed è preso in gran parte dal nostro manifesto», continua la Terzoni. «Partiamo da questo per andare avanti con la nostra campagna. Ma la nostra è una battaglia di lungo periodo».

Scritto per L’Espresso

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