Nessuna informazione utile, decine di minuti di attesa al telefono, personale impreparato a gestire l’evento, risposte generiche e consigli da dimenticare: gli italiani in Giappone sono stati letteralmente abbandonati dalla Farnesina.
E’ la denuncia che arriva dai connazionali appena tornati dal paese del Sol levante colpito dal terremoto, che su Facebook si sono riuniti per denunciare la scandalosa gestione della crisi da parte del Ministero degli Esteri e delle ambasciate locali.
Francesco Stagno D’Alcontres, messinese volato in Giappone con un gruppo di 15 italiani, ha persino registrato le sue chiamate all’unità di crisi della Farnesina per mostrare a tutti con quale incapacità si sono dovuti scontrare nel paese orientale. “Mandi una mail e ci tenga in copia”, “Probabilmente è la soluzione migliore”, “Eh, ma come fate?” sono solo alcune delle risposte che si sono sentiti dare.
“Quello che si sente nelle registrazioni non è che una minima parte dell’incubo che abbiamo vissuto” spiega D’Alcontres, autore del video e creatore del gruppo che in queste ore sta raccogliendo su Facebook le storie di inefficienza di Farnesina e ambasciata. Volato in Giappone per uno stage in arti marziali, Francesco Stagno D’Alcontres e gli altri appartenenti al suo gruppo hanno contattato per la prima volta l’ambasciata la notte dell’11 marzo (il giorno del terremoto), dopo essere stati avvisati (da casa, in Italia) di possibili rischi nucleari. Attraverso una mail, essendo le linee cellulari ancora oggi difficilmente utilizzabili, il gruppo cerca di sapere dall’ambasciata se fosse necessario tornare in Italia: la risposta arriva la mattina successiva, con il consiglio di “seguire le news dei canali internazionali e valutare di conseguenza“. Nessuna pagina creata per fornire informazioni agli italiani che volessero tornare indietro insomma, né rimandi al sito della Farnesina.
Non va meglio provando a telefonare, con la riproposizione di risposte generiche o il consiglio di arrangiarsi da soli, e lunghi minuti di attesa al telefono con la linea che rischia di cadere da un momento all’altro. Il colmo lo si raggiunge però sabato, quando il primo crollo del tetto di una centrale nucleare convince il gruppo a tornare indietro, anticipando di una settimana il rientro. Dopo aver combattuto con l’Alitalia, che prima sposta il viaggio a domenica e, quando sembra tutto confermato, decide di posticiparlo a lunedì mattina, Francesco e gli altri si rimettono in contatto con l’unità di crisi e l’ambasciata per avere informazioni sui trasporti per arrivare all’aeroporto di Tokyo.
“Non chiedevamo che ci venissero a prendere, ma continuavano a fornirci consigli sbagliati e indicazioni turistiche di seconda scelta – spiega Stagno D’Alcontres – Consigliavano i taxi con le autostrade chiuse o di cercarsi un albergo da soli, impossibile se non si conosce il giapponese. Ci aspettavamo delle informazioni chiare e magari dei numeri di telefono da contattare che parlassero almeno in inglese. Ci hanno detto di prendere i treni che erano sicuri e invece, per colpa di un incidente, siamo rimasti bloccati in un paesino sperduto. Un comportamento semplicemente criminale”. Al danno si è poi aggiunta la beffa: pochi minuti dopo aver chiuso la chiamata con l’ambasciata, Francesco viene raggiunto da un messaggio in cui la moglie lo avvisa che l’ambasciatore italiano a Tokyo ha suggerito in tv di contattare l’unità di crisi.
Arrivati all’aeroporto di Narita di notte, i nostri connazionali si trovano in compagnia di decine di italiani, senza però che nessun dipendente dell’ambasciata si veda in tutta la struttura. Il primo funzionario compare la mattina di lunedì, circa mezz’ora prima del volo. “Noi eravamo già al gate, abbiamo solo sentito gli italiani in fila che urlavano perché era arrivato uno dell’ambasciata”. E non erano grida di gioia.

Una provocazione virtuale, per affermare un diritto che si vorrebbe garantito nella realtà. Sensibilizzare le persone su un tema delicato come il testamento biologico, il documento redatto per garantire il rispetto della propria volontà sul trattamento medico anche quando non si è in grado di comunicarla, è possibile anche utilizzando strumenti all’apparenza “leggeri” come un’applicazione su Facebook. E’ questa la scommessa fatta dall’
I rifugiati? “Mandiamoli nei campi di lavoro”, anzi no, meglio agire alla radice: “fermiamoli a colpi di mitra alla frontiera”. Gli esponenti della Lega Nord sembrano avere le idee molto chiare quando si parla di profughi in fuga dalle repressioni in Libia. Negli ultimi giorni non sono infatti mancate le dichiarazioni shock che vanno ad arricchire il vasto catalogo di sparate razziste a cui il Carroccio ha ormai assuefatto l’Italia. E dopo il fatto, qualche mezzo ritrattamento, finte dimissioni che rientrano in fretta e il classico contrattacco “siamo stati fraintesi”.
In Italia ci sono 6 milioni di cittadini di serie B: producono l’11 per cento del prodotto interno lordo, in regioni come la Lombardia pagano un decimo delle tasse totali, non hanno i diritti degli altri e se si parla di loro è solo per dire che sono pericolosi. Sono gli immigrati che abitano e lavorano nella Penisola e che, insieme a tanti italiani, il primo marzo tornano in piazza per lo Yellow Day, la giornata dedicata ai migranti arrivata alla sua seconda edizione. Tutti insieme, con bracciali e nastrini gialli, e senza bandiere di partito.

