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LMdF lancia “Casta Tweet”


Che cosa hanno da “cinguettare” i politici italiani? Con questo sottotitolo si presenta il nuovo Casta Tweet, un sito che si prefigge l’obiettivo di riunire e monitorare tutti i messaggi lanciati su Twitter dai politici italiani. Il social network Twitter, che permette di inviare brevi messaggi di massimo 140 caratteri, è infatti uno strumento sempre più utilizzato nella comunicazione politica internazionale e anche in Italia deputati, sindaci e ministri lo adottano in sempre maggior numero.

Collegandosi su Casta Tweet è possibile visualizzare in un’unica schermata i messaggi diffusi da oltre 120 politici, divisi per ruolo istituzionale, partito e importanza. Il numero di account monitorati è in continuo aggiornamento, anche grazie alle segnalazioni degli utenti e dei politici stessi. Pierluigi BersaniAntonio Di PietroPierferdinando CasiniMarco PannellaGianfranco Fini, i ministri Meloni,Brambilla Sacconi sono solo alcuni dei nomi compresi nell’ampio monitoraggio fornito da Casta Tweet.

Il progetto Casta Tweet è promosso da “La Macchina del Fungo“, laboratorio giornalistico senza scopo di lucro, impegnato nella realizzazione di strumenti innovativi per la consultazione e la produzione di informazioni in rete.

Sicurezza sul lavoro: Bocciati

L’Italia è a un passo dalla messa in mora per le sue norme sulla sicurezza sul lavoro: il decreto legge del 2009, con cui il governo Berlusconi ha smantellato il Testo unico sulla Sicurezza, rischia adesso di costare milioni di euro di multa al Paese.

La Commissione Europea ha deciso infatti di avviare la procedura contro l’Italia, contestando come il decreto violi le leggi europee in almeno sei punti, uno più grave dell’altro: deresponsabilizzazione del datore di lavoro in caso di delega, proroga per la redazione del documento di valutazione rischi per le nuove imprese, violazione dell’obbligo di disporre di una valutazione dei rischi per le imprese fino a dieci lavoratori, posticipazione dell’obbligo di valutazione del rischio di stress da lavoro, posticipazione dell’applicazione delle normative sulle salute e sulla sicurezza sul posto di lavoro per cooperative e protezione civile, proroga nell’applicazione delle misure antincendio per le strutture alberghiere con oltre venticinque posti letto.

Deleghe, posticipazioni ed eccezioni che la maggioranza ha giustificato con la necessità di ‘semplificare’ la burocrazia italiana, ma che invece si sono rivelate norme contrarie al diritto europeo e pericolose (in maniera più o meno diretta) per la salute e l’incolumità dei lavoratori.

Il risultato è che adesso il governo ha due mesi per inviare le sue osservazioni alla Commissione: se queste non dovessero convincere, l’Italia avrà altri due mesi per adeguare le sue leggi a quelle europee o dovrà pagare una multa molto salata, dai 22mila ai 700mila euro per ogni giorno passato senza regolarizzare la situazione.

La possibile messa in mora dell’Italia per le sue leggi sulla sicurezza sul lavoro è il risultato della battaglia personale di un operaio, Marco Bazzoni, per i diritti di tutti i lavoratori. Una battaglia durata due anni, nel totale disinteresse di sindacati e partiti politici.

«Dopo l’approvazione del decreto 106/2009 ho scritto una lettera aperta al Presidente della Repubblica, finita sul quotidiano Liberazione, a cui l’ufficio stampa del Quirinale rispose che non erano presenti incompatibilità costituzionali nel decreto», spiega a l’Espresso Bazzoni, operaio della provincia di Firenze, responsabile per la sicurezza nell’azienda in cui lavora e già promotore di una campagna contro lo spot sulla sicurezza del lavoro voluto da Sacconi (leggi), «Mi sono rivolto allora ai sindacati e a diversi partiti perché appoggiassero la mia battaglia contro questa legge, ma nessuno mi ha ascoltato».

Bazzoni, convinto del pericolo rappresentato dal decreto 196/2009 e della sua incostituzionalità, decide di andare avanti da solo e, visto che un singolo cittadino non può appellarsi alla Corte Costituzionale, sceglie di inviare la sua denuncia alla Commissione Europea nell’estate del 2009. Inizia tutto con una mail, scritta con la collaborazione di un amico ingegnere, in cui segnala le difformità del decreto approvato rispetto alla normativa continentale descritta nella direttiva 89/391 Cee. La segnalazione viene protocollata, e la Commissione decide di indagare sulla conformità con le direttive comunitarie.

Alcuni mesi dopo, mentre l’esecutivo italiano continua a introdurre norme peggiorative che Bazzoni segnala alla Commissione, l’istituzione europea decide di chiedere spiegazioni al governo Berlusconi. Tra ritardi e posticipazioni si arriva al 2011, quando le risposte dall’Italia arrivano e sono giudicate non convincenti, tanto che la Commissione (in una lettera del maggio scorso) avvisa Bazzoni che la messa in mora sarebbe stata discussa a settembre. Ieri viene infine comunicata la decisione della Commissione, con l’invio della lettera di messa in mora alle autorità italiane che hanno adesso due mesi per inviare le proprie osservazioni.

«Spero che questa decisione spinga i sindacati e i partiti a darsi una mossa contro il decreto che ha distrutto il Testo unico sulla sicurezza», spiega Bazzoni, «E’ la dimostrazione che i proclami del governo e del ministro Sacconi, che ha anche il coraggio di dire che l’esecutivo tiene la guardia alta contro le morti sul lavoro, sono menzogne. Tutte le dichiarazioni che dobbiamo ascoltare, anche dopo tragedie come quella di Barletta, sono solo lacrime di coccodrillo. Con la scusa di semplificare le cose, hanno stravolto le leggi e reso ancora più pericoloso il lavoro in Italia».

Scritto per L’Espresso

In piazza il 15 ottobre

Scenderanno in piazza in oltre 650 città e in quasi 80 paesi, per chiedere un cambiamento globale e una democrazia che tuteli i diritti dei cittadini e non solo quelli delle banche. Il movimento “United for Global Change” si prepara a manifestare in tutto il mondo il prossimo 15 ottobre, raccogliendo milioni di simpatizzanti.

«Il 15 ottobre persone da tutto il mondo scenderanno in piazza e nelle strade», si legge nell’appello lanciato dagli organizzatori dell’evento sul sito ufficiale , «Dall’America all’Asia, dall’Africa all’Europa le persone si stanno sollevando per rivendicare diritti e chiedere una democrazia autentica. Ora, è arrivato il tempo per tutti noi di partecipare a una protesta non violenta e globale. Chi esercita il potere agisce per il bene di pochi, ignorando la grande maggioranza dell’umanità e il prezzo ecologico che tutti noi dovremo pagare. Questa situazione intollerabile deve finire».

Il movimento nasce dalle mobilitazioni spagnole degli Indignados, e non a caso la penisola iberica sarà uno dei centri principali della protesta con oltre 60 mobilitazioni previste per il 15 ottobre. In Italia. Anche nel nostro paese la giornata del 15 ottobre porterà in piazza migliaia di manifestanti.

L’appuntamento principale sarà un corteo a Roma, organizzato dal Coordinamento 15 ottobre, gruppo che include diverse sigle del mondo sindacale, della società civile, dei movimenti studenteschi e, tra i partiti, la Federazione della Sinistra.

La manifestazione partirà alle 14.00 da piazza della Repubblica e attraverserà via Cavour, Largo Corrado Ricci, via Dei Fori Imperiali, piazza del Colosseo, via Labicana, via Manzoni, via Emanuele Filiberto, per raggiungere alla fine piazza San Giovanni.

In queste ore si stanno raccogliendo le adesioni per i pullman e i treni che partiranno da tutta Italia per raggiungere Roma e, nelle intenzioni degli organizzatori, la capitale ospiterà non meno di 150mila persone. «Non vogliamo fare un passo di più verso il baratro in cui l’Europa e l’Italia si stanno dirigendo e che la manovra del Governo, così come le politiche economiche europee, continuano ad avvicinare», spiega l’appello delcoordinamento italiano, «Vogliamo una vera alternativa di sistema. Si deve uscire dalla crisi con il cambiamento e l’innovazione. Le risorse ci sono. Si deve investire sulla riconversione ecologica, la giustizia sociale, l’altra economia, sui saperi, la cultura, il territorio, la partecipazione. Si deve redistribuire radicalmente la ricchezza. Vogliamo ripartire dal risultato dei referendum del 12 e 13 giugno, per restituire alle comunità i beni comuni ed il loro diritto alla partecipazione. Si devono recuperare risorse dal taglio delle spese militari. Si deve smettere di fare le guerre e bisogna accogliere i migranti».

Ma oltre alla manifestazione di Roma, la mappa globale delle proteste prevede almeno una decina di altri appuntamenti sparsi per l’Italia. Da Nord a Sud ci saranno manifestazioni a Bolzano,  Verbania,  Torino,  Pisa,  Firenze,  PesaroOristanoPalermoCaltagirone .

Scritto per L’Espresso

Quel fenomeno di Freddiew

Prendi i videogiochi che animano la giornata di milioni di giovani e meno giovani e portali nella realtà, con filmati pieni di effetti speciali e tonnellate di ironia da b-movie. E’ questa la ricetta del successo di Freddie Wong, ventiseienne di Seattle, diventato in poco più di un anno una vera e propria star grazie ai suoi lavori su YouTube e adesso conteso dalle celebrity di Hollywood e dai grandi brand commerciali che fanno a gara per lavorare con lui.

Conosciuto online come Freddiew, questo ragazzo dall’aria semplice e un po’ nerd è riuscito insieme ai suoi amici a creare un canale YouTube da quattrocento milioni di visualizzazioni e due milioni e mezzo di iscritti, sesto canale in assoluto nel mondo e in continua crescita. Tanto per fornire qualche paragone, Freddiew ha staccato anche giganti del calibro di Lady Gaga, che ha la metà degli iscritti, o Rihanna che si deve accontentare di “solo” un milione e mezzo di fedeli su YouTube (anche se i singoli video delle due cantanti hanno accumulato molti più visitatori).

Il pubblico di fedelissimi radunato da Freddie aspetta ogni settimana il video prodotto, quasi sempre una rivisitazione di popolari videogiochi trasposti nella realtà: Super Mario, Guitar Hero, Splinter Cell, Medal of Honor o Time Crisis solo per citare alcuni dei nomi più famosi. Può quindi capitare di scoprire cosa accadrebbe se un gatto prendesse il controllo di una mitragliatrice (video), o se un bazooka venisse usato per spiccare un salto (video ).

Video che spopolano soprattutto tra gli appassionati di videogame che ne possono cogliere i riferimenti: un pubblico molto ambito da Hollywood e dai brand commerciali. Non c’è quindi da stupirsi se Samsung abbia insistito per far realizzare una parte di un filmato di Freddie con un suo smartphone, o se il regista Jon Favreau sia diventato la guest star di un video con ambientazione western, per poter promuovere tra il pubblico di Freddie il film ‘Cowboy e Alieni’.
La lista di attori che hanno fatto capolino nei filmati di Freddie comprende però anche Kevin Pollack, Shenae Grimes e molti altri. Ma Freddie Wong e i suoi amici non si accontentano di quanto fatto, e hanno in mente progetti ancora più ambiziosi.

Intanto hanno aperto un nuovo canale con il dietro le quinte dei loro lavori (entrato subito nella top 100 dei più seguiti su YouTube), e si preparano a fare un salto di qualità nelle loro produzioni. Attraverso KickStarter, un sito che permette di raccogliere fondi per finanziare le proprie idee, Freddie e soci hanno lanciato il progetto ‘Videogame High School‘, una mini serie di nove puntate da dieci minuti circa, interamente girata e pubblicata solo sul web. La richiesta ai fan è stata quella di finanziare il progetto donando in totale 75mila dollari, ma a dieci giorni dalla chiusura della raccolta, grazie alla generosità di oltre duemilacinquecento fan, è stata superata la cifra di 120mila dollari e le prime puntate dovrebbero andare online già nei primi mesi del 2012. E nel messaggio che illustra il progetto c’è quasi il manifesto della banda di Freddie: «Noi crediamo fortemente che saranno le serie sul web il futuro dei contenuti digitali. Non vediamo una webserie come un passaggio per arrivare a un film o a un accordo con le Tv. Una buona serie sul web è un progetto che si esaurisce in se stesso. Ed è un settore ancora vergine, che noi vogliamo esplorare».

Scritto per L’Espresso

Facebook è su iPad

Un anno e mezzo di attesa, voci, speculazioni, sospetti, e finalmente l’applicazione ufficiale di Facebook per iPad arriva nell’appstore, preparandosi a battere tutti i record di download. E adesso che il programma del social network per poter seguire i propri amici anche su tablet vede la luce, si potrà forse mettere la parola fine a una vera e propria telenovela tecnologica che ha animato forum e blog di settore per oltre un anno.

Sin dall’arrivo dell’iPad nelle case degli americani nell’aprile 2010, le applicazioni che permettono di utilizzare Facebook su tablet hanno occupato stabilmente le prime posizioni delle classifiche dei download dell’appstore, permettendo alle società terze che li hanno sviluppati di arricchirsi con facilità. Programmi come MyPad, Facepad e Friendly sono ormai conosciuti dagli utenti del dispositivo Apple, che in molti casi si sono chiesti come mai Facebook non avesse rilasciato una sua applicazione ufficiale, limitandosi a guardare dalla panchina le altre società che invece si accalcavano in questo settore. La posizione del social network a riguardo è molto semplice: “L’applicazione non era ancora pronta”, ha dichiarato il responsabile tecnologico di Facebook Bret Taylor al New York Times. In realtà, la storia è decisamente più complicata di così.

L’arrivo dell’applicazione di Facebook su iPad è stato infatti rallentato da tanti fattori, tra cui quello tecnologico sembra essere il meno importante. La dimostrazione di questa tesi è arrivata a settembre, quando Jeff Verkoeyen, ingegnere a capo del progetto iPad per Facebook, ha rassegnato le sue dimissioni ed è passato a Google, spiegando sul suo blog le ragioni dell’abbandono. Secondo Verkoeyen, l’applicazione per iPad era pronta già dal maggio scorso, grazie a un lavoro durato otto mesi, ma la pubblicazione continuava ad essere posticipata per ragioni prettamente commerciali. E in effetti basta andare a guardare i “rumors” diffusi dai siti di settore per scoprire quante volte l’applicazione ufficiale sembrava a un passo dall’arrivo ed è invece poi scomparsa nel nulla, con testate del calibro del New York Times che scommettevano sull’arrivo già entro il giugno scorso.

Ulteriore riprova della completezza tecnologica dell’app è poi arrivata dal blog TechCrunch, che proprio a fine giugno scopriva un trucco per accedere a una versione provvisoria dell’applicazione ufficiale di Facebook per iPad passando da quella per iPhone (che è l’applicazione più scaricata in assoluto per dispositivi iOs). Guardando oggi quelle immagini, si nota come la struttura portante del programma sia in effetti del tutto identica a quanto è stato appena pubblicato.

Ma se l’applicazione era pronta, allora perché aspettare sei mesi, un’eternità in questo settore, invece di pubblicarla anche solo in fase beta? Una risposta certa non esiste, ma è possibile avanzare più di una congettura. A motivare questo ritardo potrebbero essere stati i difficili rapporti che intercorrono tra Facebook e Apple, deterioratisi già dal lancio di Ping, il social network musicale interno ad iTunes. In quella circostanza, la società di Cupertino e quella di Palo Alto non riuscirono a raggiungere un accordo, e Facebook bloccò (in modo piuttosto plateale) la possibilità di importare i propri amici su Ping, minandone nei fatti il successo. Ma la collaborazione tra Facebook e Apple non andò a buon fine neppure nello sviluppo dell’ultimo iOs, in cui è invece integrato Twitter per alcune funzioni di condivisione.

Causa del contendere tra i due colossi pare però essere soprattutto lo sviluppo e il controllo della piattaforma di pagamenti mobili, su cui si sarebbe combattuto lo scontro dell’applicazione iPad. Le regole di Apple prevedono infatti che l’acquisto di servizi sui propri dispositivi debba passare attraverso il suo store, con relativo prelievo del 30% del denaro in transito. Facebook sta invece puntando molte delle sue carte sui suoi Facebook credits, la valuta virtuale che permette di acquistare beni e gadget nei tanti giochi che animano la piattaforma (da Farmville in giù). Il ritardo della pubblicazione dell’app per iPad (che permette di utilizzare anche i giochi) sarebbe quindi dovuto al tentativo di raggiungere un accordo su questo fronte che potesse soddisfare anche Facebook, che nel frattempo ha anche minacciato un “Progetto Spartan” per convertire la sua piattaforma in linguaggio html5 per poter permettere l’uso dei giochi anche sui browser dei dispositivi iOs e scavalcando nei fatti il controllo dell’appstore di Apple.

In ogni caso, sembra che alla fine sia stato proprio il social network a capitolare, impedendo l’uso dei credits sui dispositivi Apple, come è possibile scoprire nel blog dedicato agli sviluppatori, che annuncia invece l’arrivo dei credits sulle altre piattaforme mobili. Questa volta la battaglia pare l’abbia vinta Apple, ma conoscendo la tenacia dei concorrenti, non è detto che la storia finisca qui.

Scritto per Repubblica

Jobs e il memoriale della rete

Un memoriale senza fine, che scorre veloce tra le pagine di Twitter, Facebook e della rete, lasciando migliaia di messaggi, saluti, ringraziamenti e lacrime. La morte di Steve Jobs diventa sul web un rito collettivo, come prima d’ora era accaduto solo poche volte, ultima la scomparsa di Michael Jackson. Una grande manifestazione d’affetto universale, in cui le parole d’ordine di Steve diventano l’ultimo omaggio a una delle figure più importanti degli ultimi anni, per l’universo tecnologico e non solo.

Nessuna sorpresa che Twitter, il sito di microblogging, sia letteralmente monopolizzato dai messaggi di addio. In queste ore la classifica dei termini più usati a livello mondiale sul sito dell’uccellino blu è essa stessa una dedica a Jobs: Rip SteveJobs, #ThankYouSteve, #iSad, Think Different, Stay Hungry: questi i messaggi chiari e le parole d’ordine che negli anni gli utenti hanno imparato a conoscere e ad amare, e che adesso accompagnano il loro ultimo messaggio a Jobs.

Su YouTube invece, il sito di condivisione video, il celebre messaggio di Steve Jobs ai neolaureati di Stanford Stay hungry, stay foolish, viene in queste ore rapidamente invaso dai commenti e dai saluti, al ritmo di decine al minuto.

Non poteva mancare all’appello Facebook, il social network da 800 milioni di utenti, in cui le pagine di addio a Steve Jobs stanno crescendo ogni minuto e raccolgono già adesso decine di migliaia di fan, impegnati nel frattempo a condividere link ai discorsi del fondatore di Apple, articoli, foto, messaggi, voci di Wikipedia. Una ricerca interna al sito mostra come ogni minuto centinaia di contenuti vengano scambiati sull’argomento: ci vorranno giorni per poter valutare con attenzione l’impatto della morte di Jobs sui social media.

Ma la democratica rete è anche il mezzo su cui arrivano i messaggi di commiato dei grandi “rivali” di Steve Jobs, gli altri giganti delle aziende tecnologiche che negli anni hanno combattuto con Apple per il dominio dei rispettivi settori, riportando vittorie e sconfitte e alimentando essi stessi il mito del fondatore di Apple. Il “nemico numero uno”, Bill Gates, sceglie il proprio blog per salutare “un collega, un competitor e un amico”.  Mark Zuckerberg sceglie invece il suo profilo su Facebook per ricordare Jobs: “Grazie per essere stato mio amico e mentore. Per avermi fatto capire che quello che costruiamo può cambiare il mondo. Mi mancherai”. Al nuovo servizio Plus sono invece consegnati i messaggi dei fondatori di Google Sergey BrinLarry Page, a Twitter quello del Ceo del sito di San Francisco Dick Costolo.

Scritto per Repubblica

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