Bolla o non bolla?

C’è una nuova bolla speculativa dietro l’angolo per il web? A chiederselo è il Wall Street Journal, che mette assieme alcuni degli ultimi numeri legati all’economia digitale: Huffington Post venduto ad Aol per 315 milioni di dollari, Facebook valutato 50 miliardi dall’investimento di Goldman Sachs e Twitter il cui valore è adesso stimato tra gli 8 e i 10 miliardi. Nello stesso articolo in cui si sottolinea il mai sopito interesse di Google e Facebook per acquisire proprio Twitter, il giornale finanziario ritorna su un argomento ormai all’ordine del giorno nei blog di settore e nelle riviste specializzate: la paura per una nuova bolla speculativa.

Dopo l’entusiasmo degli anni ’90 e la delusione del 2000, con il crollo dell’indice Nasdaq e l’esplosione della prima bolla delle “dot.com”, negli ultimi tempi la fiducia verso le società tecnologiche è cresciuta e anche gli investimenti, almeno in Silicon Valley, hanno iniziato a farsi consistenti. Aziende nate negli ultimi anni, con pochi dipendenti, un’enorme base di utenti ma con ricavi ancora ridotti o del tutto assenti, stanno animando il mercato a colpi di valutazioni miliardarie e offerte di acquisto a dieci cifre. I dubbi che adesso sorgono sono però legati al reale valore di queste società, al di là delle proposte stellari di acquisizione.

Il barometro utilizzato dal Wsj è proprio Twitter. Il servizio di microblogging ha duecento milioni di utenti registrati, è conosciuto globalmente per il suo uso nelle recenti rivolte africane e asiatiche, ma alla voce entrate avrebbe fatto segnare nel 2010 solo 45 milioni di dollari per le pubblicità, (edit: ma un utile netto negativo ) anche a causa di forti investimenti in server e strumentazioni. Da fonti citate dalla stampa (non essendo Twitter una società quotata) sembrerebbe che nel 2011 il sito dell’uccellino blu conti di arrivare a poco più di 100 milioni di dollari di ricavi, appena un centesimo della sua valutazione più recente. Nell’ultimo giro di finanziamenti dei venture capitalist raccolti lo scorso dicembre, il sito era però stato valutato poco meno di 4 miliardi di dollari. Il suo “prezzo” sarebbe quindi più che raddoppiato in appena due mesi: un andamento non certo normale. Un discorso simile a quello di Twitter si può fare con l’Huffington Post, appena rilevato da Aol per 315 milioni di dollari, ma capace di generare in un anno non più di 30 milioni di dollari grazie alle pubblicità.

Se il valore di queste società non è nei loro ricavi attuali, allora è da cercarsi nei dati che possiedono sui loro utenti, soprattutto quando si parla di social network come Twitter, Facebook o LinkedIn (che ha annunciato il suo sbarco in borsa entro l’anno). Dati che valgono oro per il mercato pubblicitario su cui si regge gran parte dell’economia della rete. Alla luce dell’ultima valutazione, ogni utente su Twitter (vero o falso che sia) vale tra i 40 e i 50 dollari (a dicembre erano 21 dollari), contro i 100 dollari a persona di Facebook e i circa 30 dollari di LinkedIn stimati proprio sulla base del suo sbarco in borsa (qui il “listino” degli account dello scorso dicembre realizzato da Repubblica).

Le cifre che si possono ricavare dalle valutazioni dei venture capitalist e dai pochi dati finanziari diffusi dalle società cambiano ogni mese, anche a causa della natura privata di queste aziende. Se ai tempi della prima bolla tutte le dot.com andavano in borsa per ottenere finanziamenti, oggi preferiscono aspettare e il loro prezzo lo stabiliscono le contrattazioni sui cosiddetti “mercati secondari” in cui i dipendenti rivendono le loro azioni agli investitori più intraprendenti: siti come Sharespost.com o SecondMarket.com sono ormai da anni la vera borsa per il settore.

Resta però da capire chi potrebbe investire su una società che non genera utili e le cui azioni costano tanto. Il Wsj, citando fonti interne a Twitter, segnala la volontà del sito di microblogging di creare un business da cento miliardi di dollari. Una cifra al momento incredibile, a meno che nell’equazione non si inserisca un agente esterno: Google. Il motore di ricerca e dominatore del mercato pubblicitario online ha più volte cercato di mettere le mani su Twitter dopo i ripetuti fallimenti nel settore dei social network: Orkut conosciuto solo in Brasile, il flop di Buzz, l’acquisto del clone di Twitter, Jaiku, nel 2007 (poi chiuso nel 2009), l’acquisto di DodgeBall e la sua chiusura (che ha dato il via al successo di FourSquare). Il previsto rilancio nei social network per Google, con il progetto Google Me, potrebbe necessitare di una base di partenza solida come Twitter, l’unica grande società in vendita che permetterebbe di riconquistare terreno su Facebook. Diversi blog di settore e tweet di analisti caldeggiano proprio l’ipotesi che sia il gioco al rialzo tra Facebook e Google ad alimentare la bolla di questi mesi: e tra i due giganti che lottano, chi gode è il supervalutato Twitter.

Scritto per Repubblica

2 Responses to “Bolla o non bolla?”

  1. Paolo scrive:

    Ciao Mauro, anch’io ho letto l’articolo WSJ. Credo che quello che riporti di Twitter non sia completamente corretto (i.e., quando scrivi “alla voce entrate [...] strumentazioni”. Immagino che tu voglia dire che “Twitter fa 45 milioni di dollari in ricavi pubblicitari ed e’ in perdita a causa di forti investimenti in server etc.” – Ciao e buon lavoro, Paolo

  2. Mauro scrive:

    si, hai ragione. E’ più corretto dire ricavi 45 milioni per le pubblicità, ma utile netto negativo a causa delle spese in server e strumentazioni. Grazie

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